![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 25 OTTOBRE 2001 |
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Filosofo politico, pubblicista, acuto osservatore
dell’attualità politica e sociale, Marcello Veneziani torna in libreria con
un libro a prima vista singolare per chi ne conosca l’impegno di intellettuale
militante della «nuova destra»: una pseudo-autobiografia di Plotino, Vita
natural durante, in forma di narrazione lirica. In realtà vi si ritrovano molti
dei tempi di opere saggistiche precedenti: Sul destino (1992), Il secolo
sterminato (1998), Di padre in figlio. Elogio della Tradizione (2001).
L’inusuale artificio lirico narrativo è esso stesso una cifra della difficoltà
della riflessione filosofica e politica oggi a tener dietro in forma
concettualmente definita ai sommovimenti nella nostra capacità di «leggere» il
mondo, l’accelerazione drammatica della sua dinamica. In questo senso il bel
libro di Veneziani partecipa di una diffusa necessità «letteraria» della
scrittura filosofica contemporanea, che ha già molti precedenti anche nella
filosofia italiana, e che più che una «fuga» dall’inadeguatezza della nostra
capacità di concettualizzare il mondo in modo rigoroso è piuttosto motivata
dall’urgenza di non perdere parte del senso, anche di quello oscuro e magmatico
che si muove sotto la sua superficie.
Plotino è una proiezione nel libro di Veneziani, quasi il segno di una speranza
per il pensiero di oggi, per la «vita» in cui siamo «gettati» - che essa sarà
capace come già Plotino nella sua vita «naturale», confinata in un’età di
passaggio e di decadenza, «durante tutta la sua vita naturale», di restare
ancorata a Qualcosa, se non a Qualcuno, che la trascende, e che proprio per
questo la rende degna di essere rispettata come nonostante tutto - nonostante
ogni caduta, dispersione, confusione - emanazione di un’Origine, custodita
dalla tradizione. Così il cuore morale del libro, testimonianza di un
intellettuale che rifiuta di ridursi al suo impegno nel presente, sta nella
descrizione dell’alessandrinismo della nostra cultura, della sua «venerazione
del Mutamento» (pag. 26), della sua fallace aspirazione a non avere un destino,
nella credenza «che la libertà coincida con l’infedeltà e la felicità con la provvisorietà»,
con «la contingenza elevata a valore».
A tutto ciò il Plotino di Veneziani oppone la fede tenace che, nonostante ogni
obiezione della realtà visibile, è nella stessa labilità della vita che è
incastonata «la speranza di una vita infinita», unico modo di sfuggire al suo
esito «nell’angoscia di una vita insensata» (pag. 29). È solo questa lezione,
da tener viva, che può aiutarci a non farci «eroi di guerre sbagliate» (pag.
46) - ciò che si può sempre essere. E il Novecento, secolo breve o lungo che
sia, è lì purtroppo a confermare la profondità storica dello sguardo, che
dall’indietro voglia volgersi in avanti a partire dal nostro più drammatico
oggi. Per Veneziani, Plotino è un po’ il Virgilio nell’inferno del mondo
globale, nell’alessandrinismo imperiale della nostra cultura, del nostro modo
di vivere, un Virgilio che ci porta sulla soglia della «condizione di mezzo»,
purgatoriale, della nostra vita, da partecipare sine ira et studio con limpido,
talvolta doloroso distacco, se si vuol tener aperto lo sguardo, per il
possibile, ad una Luce da cui tutto viene, e che ancora solo può insegnarci,
popoli, e culture, società e individui, a tramontare senza perire del tutto.