![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 14 OTTOBRE 2001 |
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Le tesi
neodarwiniane di Maynard Smith sulle diverse fasi che hanno portato dalla
materie inerte ai viventi
Ma la su teoria
fa un uso acritico della metafora «informazionale» trascurando i vincoli
chimico-fisici
John Maynard Smith e Eörs
Szathmáry, "Le origini della vita. Dalle molecole organiche alla nascita
del linguaggio", Einaudi, Torino 2001, pagg. 280, L. 36.000, 18,59.
Nel 1995
Maynard Smith e Szathmary pubblicarono un libro intitolato The Major
Transitions in Evolution, che fu salutato come la sintesi più avanzata della
visione neordawiniana del l'evoluzione biologica. In effetti, si tratta di un
testo imprescindibile per chiunque voglia avere il quadro d'insieme al momento
più completo delle spiegazioni, basate sulla genetica molecolare e di
popolazioni e sulla teoria della selezione naturale, circa le modalità e i
meccanismi che hanno prodotto l'emergere della vita dalla materia inerte, e
quindi l'esplosione delle complesse e diversificate forme organiche che hanno
colonizzato il pianeta. Le origini della vita, ora tradotto da Einaudi, è una
versione divulgativa di quell'opera, emendata dei dettagli tecnici e purtroppo
anche del notevole apparato di note e bibliografia. Magistralmente scritto -
d'altro canto Maynard Smith ha acquisito dal suo maestro J.B.S. Haldane oltre
alla lucidità teoretica e all'orientamento socialista anche una prosa
invidiabile - purtroppo contiene qualche errore storico-concettuale, tra cui
spicca l'attribuzione al genetista Hermann Muller l'idea che Aristotele sia
stato il primo, con la sua distinzione tra materia e forma, a intuire la logica
del vivente e che per questo meriterebbe un Nobel postumo. In realtà non fu
Muller a fare questa provocazione, bensì Max Delbrück. Anche se del tutto
irrilevante nell'economica scientifica del libro, questo errore di attribuzione
riflette l'approssimazione con cui in questo libro, come in altri ispirati
dalla stessa filosofia, viene assunta la metafora informazionale come orizzonte
linguistico-concettuale per descrivere e ragionare sulle dinamiche dei viventi.
Non è questa la sede per discutere un problema storico e teorico piuttosto
complicato, ma si può ricordare che dopo il fallimento delle applicazioni
banali della teoria dell'informazione in biologia negli anni Cinquanta e
Sessanta, sono stati sviluppati modelli più potenti rispetto alla versione di
Shannon, che trovano applicazioni locali dove funzionano abbastanza bene in
termini descrittivi e predittivi. Peraltro, la metafora informazionale che è
invalsa in una certa tradizione neodarwiniana riconduce tutto ai geni, ma
intesi solo come stringhe codificanti, e considera l'informazione un'entità
indifferente rispetto a materia ed energia. Ne risulta una curiosa forma di
idealismo riduzionistico. In realtà, il codice genetico è solo in parte frutto
di accidenti casuali, mentre diverse caratteristiche sono chiaramente
adattative in termini chimico-fisici e sono scaturite da processi di selezione.
In altre parole, il meccanismo che consente la replicazione e la traduzione
dell'informazione risponde a precisi vincoli materiali ed energetici. Si
potrebbe quindi evitare di dare in pasto ai filosofi e agli epistemologi
suggestioni dualistiche, che possono stimolarne le naturali predisposizioni a
fantasie metafisiche. Il problema dell'origine della vita e dell'evoluzione, per
gli autori del libro, è racchiuso nella costruzione di replicatori, ovvero di
molecole in grado di autoreplicarsi, che inizialmente non portavano alcuna
informazione in quanto non specificavano altre strutture, ma che hanno dato
luogo a dinamiche competitive e cooperative tra popolazioni di molecole che si
sono trovate racchiuse in compartimenti (membrane plasmatiche) da cui sarebbero
emerse le cellule. Dopo questa prima transizione, diventava vantaggioso
coordinare la replicazione di queste molecole che erano verosimilmente Rna - in
quanto questa macromolecola può sia immagazzinare informazione sia svolgere
un'attività catalitica - e avrebbero dato luogo ai geni, in modo da ridurre la
competizione e favorire la cooperazione. Questo fu possibile con l'invenzione
del cromosoma che consentiva una replicazione di tutti i geni nello stesso
momento. La terza transizione fu l'introduzione della divisione del lavoro tra
acidi nucleici e proteine. Inizialmente l'Rna funzionava sia come gene sia come
enzima, mentre a un certo punto è emerso un codice genetico grazie al quale gli
acidi nucleici, non più però l'Rna ma il Dna che è chimicamente più stabile, si
limitavano a conservare e trasmettere l'informazione, mentre le funzioni
esecutive passavano alle proteine. La successiva transizione fu quella dai
procarioti, in cui ancora non esiste un nucleo cellulare definito, agli
eucarioti, con un nucleo che contiene i cromosomi e le cui cellule sono il
prodotto di una simbiosi con altri organuli complessi come i mitocondri e i
cloroplasti. Il passaggio agli eucarioti registrava l'emergere di nuovi
meccanismi per amplificare l'informazione genetica data. Con gli eucarioti
diventava possibile una nuova invenzione di particolare successo per
l'evoluzione della vita: il sesso. Nei procarioti e in alcuni eucariori la
riproduzione è clonale, cioè avviene per divisione di una singola cellula in
due geneticamente identiche alla cellula madre, mentre il sesso si basa sulla
formazione di cellule specializzate per la riproduzione, i gameti, che
fondendosi danno luogo a un individuo del tutto nuovo rispetto ai genitori. Era
questa la nascita dell'individualità, in senso genetico, e le problematiche
aperte dalla funzione adattativa del sesso sono uno dei capitoli più
affascinanti della ricerca teoretica ed empirica in ambito evoluzionistico. La
sesta transizione vedeva emergere la pluricellularità, ovvero animali composti
da tipi diversi di cellule con funzioni specializzate. L'enigma evolutivo in
questo caso è come si sia riusciti a far sì che cellule che contengono la
stessa informazione possano differenziarsi funzionalmente per produrre un
mucolo, un fegato, un cervello, eccetera. Ma l'evoluzione è andata oltre, nel
senso che non solo ha manipolato le cellule geneticamente identiche derivate da
una cellula fecondata, ma è riuscita a organizzare anche gli individui in modo
da creare delle colonie che si comportano come dei superoganismi, cioè a
inventare la cosiddetta l'eusocialità di api, formiche e termiti. L'ultima
grande transizione, per gli autori è stata quella che ha visto l'origine del
linguaggio e quindi un tipo di organizzazione sociale diversa da quella degli
insetti: con il linguaggio si sarebbe aperto un nuovo spazio di elaborazione
dell'informazione, che grazie a un'organizzazione modulare analoga al codice
genetico consente un'ereditarietà illimitata. Forse le transizioni sono anche
di più. Per esempio gli autori non hanno considerato l'evoluzione del sistema
nervoso, riconoscendo la loro incompetenza in materia. E forse andavano almeno
prese in considerazione alcune ragionevoli critiche all'interpretazione
computazionale del neodarwinismo, nonché approcci che prescindono da tale
interpretazione e non sono meno evoluzionistici e neodarwiniani, ma sono
altrettanto plausibili. John Maynard Smith e Eörs Szathmáry, "Le origini
della vita. Dalle molecole organiche alla nascita del linguaggio",
Einaudi, Torino 2001, pagg. 280, L. 36.000, 18,59.