RASSEGNA STAMPA

13 OTTOBRE 2001
GIORGIO COSMACINI
L'INCUBO E LA RAGIONE

Nel 1881, per mezzo del calore, Louis Pasteur riuscì ad attenuare la virulenza del bacillus anthracis o bacillo del carbonchio. Fu in grado di allestire un vaccino immunizzante efficace. La notizia del successo pasteuriano rimbalzò nelle cronache. Era l'anno nel quale una poesia di Longfellow, dal titolo Excelsior! , celebrava la vittoria della luce della ragione sul buio dell'ignoranza. Il successo di Pasteur venne visto come un trionfo della ragione scientifica e, più in generale, della razionalità umana contro le forze occulte dell'oscurantismo. Sono passati 120 anni esatti da quella data e il carbonchio si riappropria prepotentemente dei media, televisione e giornali. Il bacillo del morbo "nero come il carbone" deve la propria denominazione al colorito scuro, nerastro, della macchia cutanea e del sangue dei soggetti che ne sono colpiti. Esso evoca anche nel nome fantasmi spettrali di atra mors , com'era detta in un remoto passato la peste. Una nuova pestilenza è alle porte? La risonanza emotiva risveglia ansie e angosce che si credevano sopite, sepolte. L'emotività tende ad innescare un nuovo terrore: un terrore da terrorismo, quasi una tautologia della paura.

L'analogia con la peste è inquietante. L'infezione carbonchiosa è un male degli animali e degli uomini.

Gli uomini possono contagiarsi per contatto diretto con animali infetti o per manipolazione e contatto con prodotti di origine animale. C'è una forma cutanea che si appalesa con una vescica, una sorta di bubbone liquido, che poi si rompe ed è sostituito da un'escara nera, un marchio del destino. C'è una forma polmonare che ha l'aspetto clinico di una polmonite pestosa e c'è una forma setticemica che ha il decorso di una peste fulminante.

Questo quadro a tinte cupe è uno scenario possibile? Questa malattia anacronistica è una pendente spada di Damocle che tutti ci minaccia? E' un pericolo attuale oppure è un rischio d'altri tempi, massimizzato oggi dal suo elevato contenuto ansiogeno e fobico-genetico? In altri termini: siamo sotto il tiro di un crimine doloso oppure siamo vittime sì, ma solo o soprattutto di una psicosi collettiva che contamina le menti più che colpire i corpi degli uomini? Scriveva 650 anni fa un anonimo cronista, testimone oculare della peste in Orvieto, che la causa di morte più temibile era "lo sbigottimento delle genti". In epoca più prossima a noi, scriveva Emile Littré nel 1836, anno di esplosione del colera in Europa, che "l'azione del morbo si porta sull'intelligenza e genera epidemicamente le alterazioni mentali più singolari".

Che dire? Diciamo di non farci "sbigottire", di serbare integra l'"intelligenza" della ragione. "E' molto difficile trasformare una spora di antrace in un'arma letale", ha detto William Board, autore americano del libro del giorno intitolato Germi . "Per fare di essa un'arma letale sarebbero necessarie manipolazioni complicate e lunghissime e soprattutto ci vorrebbe una competenza microbiologica da premio Nobel".

Centovent'anni fa la "teoria dei germi" di Pasteur inaugurò la stagione che avrebbe visto realizzarsi, nell'arco di un secolo, la svolta epidemiologica caratterizzata dalla cancellazione, o quasi, delle malattie epidemico-contagiose dalla nera lavagna della patologia umana.

Oggi, è vero, non coltiviamo più grandi ambizioni di "magnifiche sorti e progressive", e non viviamo più in un clima di consolidate certezze.

Tuttavia possiamo ben serbare, con la maggiore lucidità possibile, un ragionevole margine di fiducia per dar credito alle voci autorevoli di chi afferma, con cognizione da scienziato, che una "bomba batteriologica" caricata da bacilli carbonchiosi è destinata a restare una bomba inesplosa.
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