![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 10 OTTOBRE 2001 |
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Eric
Cornell, Wolfgang Ketterle, Carl Wieman, due americani e un tedesco
(Ketterle, che però vive negli Stati Uniti), tutti e tre relativamente
giovani, rispettivamente 39, 43 e 50 anni: sono i tre scienziati a cui ieri
l'Accademia delle Scienze svedese ha deciso di assegnare, nel centenario
dell'istituzione del premio, il Nobel per la Fisica. Loro merito è la realizzazione sperimentale della cosiddetta
"condensazione di Bose-Einstein" e la spiegazione di alcuni
comportamenti di questo bizzarro stato della materia. Bizzarro, perché prevede che una grande
quantità di atomi raffreddati a temperature bassissime perdano la loro
indipendenza, smettano di agitarsi liberamente e agiscano tutti in modo
ordinato e perfettamente coerente. Un
comportamento previsto nel lontano 1924 da Satyendra Bose e Albert Einstein,
ma verificato sperimentalmente solo nel 1995 dai tre neolaureati.
Si
tratta di condizioni "estreme", irripetibili al di fuori di
sofisticati laboratori di fisica: raggiungere gli 0,00000002 gradi al di sopra
dello zero assoluto necessari perché avvenga la condensazione è un impresa
difficilissima, e non per niente la tecnica per farlo è valsa solo quattro
anni fa un altro premio Nobel per la Fisica.
Eppure i lavori di Cornell, Ketterle e Wieman avranno certamente un'importanza
fondamentale anche dal punto di vista delle applicazioni pratiche: lo straordinario
livello di controllo che è possibile raggiungere sulla materia permette di svelarne
molti segreti, e apre le porte ad applicazioni come il calcolo quantistico,
secondo alcuni la tecnologia che presto o tardi sostituirà i computer di
oggi. Sarà vero? Difficile dirlo, ma è possibile tracciare
un'analogia fra queste ricerche e quelle che - tra il 1940 e il 1958 - portarono
dalla comprensione dell'emissione stimolata della radiazione (termine oscuro
ai più) all'invenzione del laser (termine ormai universalmente noto).
I premi Nobel, naturalmente, sono sempre solo una punta di diamante, specchio di un lavoro che coinvolge anni di lavoro di migliaia di ricercatori. E' giusto quindi ricordare quanto anche i laboratori italiani abbiano contribuito ai risultati presentati ieri: nelle stesse pubblicazioni del tre premi Nobel è facile infatti rintracciare i nomi - ad esempio - di Sandro Stringari, dell'Università di Trento e dell'Istituto Nazionale di Fisica della Materia, o di Massimo Inguscio, direttore del laboratorio Lens di Firenze, uno dei migliori centri di ricerca europei del settore.