RASSEGNA STAMPA

9 OTTOBRE 2001
PIETRO GRECO
Eureka! In quelle cellule c'è un lievito

Hartwell, Nurse e Hunt premiato per i segreti della riproduzione biologica

Messi a fuoco i meccanismi del ciclo cellulare che appaiono analoghi in tutte le forme di vita

L'Assemblea del Karolinska Institutet di Stoccolma ha assegnato ieri il premio Nobel per la medicina. all'americano Leland Hartwell e agli inglesi Paul Nurse e Ti­mothy Hunt. I tre sono stati premiati per una serie di ricerche svolte tra gli anni '60 e gli anni '80 che hanno portato alla scoperta di alcuni tra i «regolatori chiave del ciclo cellulare».

Si tratta, come si dice in gergo, di ricerche di base. Quelle che non risolvono certamente pro­blemi medici, ma che contribuiscono a chiarire i processi biologici fondamentali.  E, infatti, nulla c'è di più fondamentale in biologia che il «ciclo cellulare»: il processo biblico che induce lo zigote, la cellula originaria nata dall'unione dell'uovo e dello spematozoo, a «crescete e a moltiplicarsi» per formare un organismo.

Il «ciclo cellulare» è di una metodicità irresisti­bile.  Nell'uomo, in appena 50 cicli, trasforma lo zigote di partenza in un marmocchio frignante dotato di ben centomila miliardi di cellule.  In realtà 50 cicli cellulari completi producono più di un milione dì miliardi di cellule, ma la gran parte di queste muoiono per consentire lo sviluppo dell'organismo e la differenziazione delle sue singole parti.

            Ora provate voi a dividere un foglio di carta in due parti uguali per cinquanta volte e a ottenere la forma che vi  ripromettevate. Impossibile. Protratto così a lungo, ogni processo fisico di divisione ha bisogno di una precisione ­che la nostra mano non ha. La cellula non è un foglio di carta bianco, ma una grande e cieca biblioteca, con un nucleo centrale che contiene il «codice della vita», il Dna, con decine di migliaia di geni; e poi ci sono le informazioni contenute negli Rna, in migliaia di proteine, in milioni di metaboliti.  Cosa dunque, consente a questa enorme biblioteca di dividersi (moltiplicandosi) in un modo così perfetto che dopo 50 cicli non solo ciascuna tra i centomila miliardi di cellule è sostanzialmente uguale allo zigote di partenza, ma tutte sono così ben distribuite e sapientemente differenziate da far trovare il piedino, il cuoricino e la testolina del nostro marmocchio al posto giusto?

La risposta è che il «ciclo cellulare» è di una precisione irraggiungibile.  Esso si compone di due fasi durante le quali in assoluta sinergia si svolgono milioni di processi: l'interfase e la divi­sione.  L'interfase, a sua volta, è articolata in tre diversi stadi.

Nel corso del primo stadio dell'interfase, chia­mato G1, la cellula cresce e si ingrossa.  Nel corso del secondo stadio, chiamato S, il Dna si replica e copia interamente se stesso.  Nel corso del terzo stadio, chiamato G2, , la cellula controlla che il processo di copiatura sia stato eseguito completa­mente e correttamente.  A questo punto finisce l'interfase e inizia la mitosi, ovvero un processo di divisione M. Da una cellula iniziale, ne abbiamo due perfettamente uguali.

Ora tutto è pronto perché ciascuna di queste due cellule si ritrovi nello stadio G1 e inizi un nuovo «ciclo cellulare».  In realtà le cellule prodot­te dalla mitosi non sono obbligate a perpetuare il ciclo, ma possono essere messe, come dire, in «Stand by», in attesa, nella posizione G0.

Questo schema, dicevamo, ha un'efficienza straordinaria.  Comune a tutti gi organismi euca­rioti, dalle alghe ai mammiferi, e consolidatosi nel corso di 2 miliardi di anni di lavoro sul campo.

Ma chi e cosa regola il «ciclo cellulare» e la sincronica efficienza dei suoi processi?  La doman­da è dì interesse accademico, perché riguarda, appunto, i fondamenti della biologia.  Ma non è solo di interesse accademico, perché sbavature microscopiche nelle reazioni a catena del ciclo possono provocare effetti macroscopici disastrosi capaci di far ammalare e, talvolta, uccidere l'inte­ro organismo.  Insomma, non è davvero un caso se i tre nuovi premi Nobel che hanno fornito ciascuno qualche risposta a questa domanda, siano tutti impegnati in centri dì ricerca sul cancro.

La conoscenza (molecolare) della fisiologia è pre­messa indispensabile per la conoscenza (molecola­re) della patologia.  Ma, talvolta, la conoscenza della patologia può fornirci utili indicazioni alla conoscenza della fisiologia.

Ed è l'aver percorso questa strada, la strada dello studio delle mutazioni del «ciclo cellulare», che accomuna il lavoro dei tre ricercatori prem­iati.

L'americano Leland Hartwell, per esempio, studiando tra gli anni '60 e '70 dello scorso secolo la struttura genetica del lievito dei panettieri, il Saccharymyces cerevisiae, ha individuato centinaia di geni che regolano il «ciclo cellulare».  Geni che da allora si chiamano geni CDC (cell  division cicle). Tra questi ha individuato il gene, CDC28, che controlla la «partenza» della fase G1 e, quindi , dell'intero ciclo cellulare.

L'inglese Paul Nurse, studiando la generica di un altro lievito, lo Schizwsaccharomyces pombe, ha individuato il gene, cdc2, che controlla il passaggio dallo stadio G2 allo stadio M di mitosi.  Nurse ha poi dimostrato che questo gene, nelle sue diverse forme (alleli), è presente in vari organi­smi, uomo compreso, e controlla molti passaggi del ciclo cellulare. Ili lavoro di Nurse è importante perché dimostra che l'evoluzione biologica non ha davvero lavorato molto nel campo fondamentale del ciclo cellulare e che la gran parte dei meccanismi di regolazione sono comuni a tutti gli organismi eucarioti e agli animali.

Lo «spirito conservatore» che la selezione na­turale mostra nella affermazione dei meccanismi di controllo del ciclo cellulare è stato riconferma­to dal lavoro del terzo premiato, l'inglese Tim Hunt.  All'inizio degli anni '80, studiando l'Arbacia, un riccio di mare, Hunt ha scoperto il ruolo che hanno che hanno le cicline in questa regolazione.  Le cicline sono proteine la cui concentrazione nelle cellule varia in modo appunto ciclico. Esse sono comuni alla gran parte degli organismi eucarioti e, con l'alternanza di sintesi e degradazione, contribuiscono a regolare il ciclo cellulare.

Perché, poi, l'evoluzione biologica sia così conservatrice nell'ambito del ciclo cellulare è presto detto.  La formazione dì una cellula e lo svilup­po di un organismo sono il prodotto di meccani­smi molto complicati, raffinati e precisi.  Una pic­cola alterazione provoca una reazione a catena disastrosa. Risulta così davvero improbabile che una singola mutazione casuale in una componente del processo possa generare un meccanismo di regolazione più efficace.  Per questo motivo negli ultimi due miliardi di anni la natura ha potuto creare  miliardi di architetture cellulari diverse: alghe e lievito, piante e animali.  Ma non ha potuto modificare il meccanismo con cui le cellule crescono e si moltiplicano.
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