RASSEGNA STAMPA

8 OTTOBRE 2001
RENATO MINORE
«In nome di Allah? No, della tecnica»

Dice Emanuele Severino che «la replica americana, il bombardamento di Kabul appena iniziato erano inevitabili». E aggiunge che l’inerzia del mondo occidentale avrebbe lasciato aperta la porta a una reazione ancora più violenta. «Chi riceve uno schiaffo e non reagisce, ne prende un secondo e che schiaffo». Dopo l’attentato dell’undici settembre, con l’inizio dell’azione di guerra contro il terrorismo islamico, la violenza è esplosa nel modo più visibile: «Le immagini dell’undici settembre fanno rabbrividire. Credo però che il compito dei grandi mezzi di comunicazione sia di esortare alla sospensione dell’emotività, dei gusti personali, delle fedi altrettanto nobili e immensamente vissute». Il filosofo torna indietro con la memoria di poco più di mezzo secolo: «Troviamo l’emozione davanti ad Hitler, gente estasiata, completamente racchiusa nelle proprie emozioni. Sono le emozioni le cose più pericolose, sono totalmente cieche rispetto alla comprensione. Si deve avere il massimo rispetto per chi esprime con potenza la propria emozione, ma è il primo passo, deviante rispetto alla diagnosi, all’intervento, all’azione».
Il mondo è davvero cambiato prof. Severino? Per Arthur Miller all’origine di quello che stiamo vivendo in queste ore c’è un atto di guerra di arrabbiati, che odiano la vita, che amano la morte.
«L’attentato è stato terribilmente visibile. Ma non siamo in guerra dall’undici settembre, ma da quando l’Unione Sovietica ha cessato di essere la guida delle rivendicazioni dei popoli non privilegiati. Da quel momento la guida dei paesi poveri è stata presa dai paesi meno poveri tra i poveri, cioè dai popoli arabi».
E’ una guerra nuova, combattuta lontano dai confini tradizionali?
«La guerra è nuova non perché il nemico è invisibile. La novità sta nell’asse conflittuale: prima era tra Est e Ovest, ora tra Nord e Sud. La guerra del Golfo, quella dell’Unione Sovietica contro l’Afghanistan sono stati esempi di questo tipo».
Da una parte i vizi di una globalizzazione senza limiti dominata da una sola potenza, dall’altro i vizi della localizzazione senza limiti dominata dal tribalismo intollerante. E’ qui il conflitto?
«Il conflitto non è quello di cui si va parlando, dando per scontata la superiorità dell’Occidente. Il conflitto riguarda la tendenza fondamentale del nostro tempo che sta andando inarrestabilmente, necessariamente verso la distruzione dei grandi valori del passato. Questo non investe solo i valori cristiani ma le forme di civiltà che sembrano vincenti, il capitalismo o la democrazia. L’elemento dominante è costituito dalla tecnica».
Oggi si crede ancora che le grandi forze del passato possano servirsi della tecnologia per realizzare i loro scopi?
«Ieri c’era il socialismo che se ne serviva per realizzare una società senza classi, il cristianesimo oggi se ne serve perché non c’è una carità senza organizzazione. Della tecnica se ne servono oggi la democrazia, i totalitarismi. Anche l’Islam da tempo si sta servendo dell’uso della tecnica occidentale. Queste forze che intendono servirsi della tecnica si illudono».
Sarà la tecnica a servirsi di esse?
«Queste forze sono in conflitto tra loro. Per prevalere l’una sull’altra, bisogna che ognuna non ostacoli il funzionamento ottimale dello strumento tecnologico di cui si serve. Bisogna che il capitalismo non ostacoli il proprio apparato ideologico. Quando ognuna di queste forze si preoccupa di non intralciare il proprio strumento, il fine non è più la realizzazione dei propri obbiettivi. Lo scopo diventa il potenziamento indefinito dello strumento che dovrebbe realizzare quel mondo. La tecnica da serva diventa padrona. I "padroni" che pensano di servirsi della tecnica diventano i servi».
A suo avviso questo processo accomuna anche l’Islam?
«L’Islam vuole servirsi della tecnica ed è destinato ad essere travolto come le grandi e nobili forze dell’Occidente. Il Satana contro cui combatte l’Islam non è tanto l’edonismo occidentale, ma la sapienza essenziale, cioè filosofica del nostro tempo. La pressione dell’Islam non è l’inizio del conflitto, ma è l’inizio di una crisi così come è da tempo iniziata la crisi del cristianesimo».
Un conflitto tra due sistemi, uno già in crisi e l’altro che sta già cogliendo i segni della propria crisi?
«Il passato della nostra civiltà è un piano inclinato verso cui vanno scivolando le grandi forze. Chi va giù più velocemente chi al ralenti, il capitalismo in sella sembra la forza vincente. Al fondo c’è quel rovesciamento per cui l’incitamento infinito della potenza diventa lo scopo e le ideologie solo il mezzo».
E’ uno scontro tra civiltà, tra religioni?
«Non dimentichiamo la comune matrice filosofica. L’insegnamento della Chiesa cattolica ha come radice Tommaso d’Aquino. Lui considerava estremamente vicino a sé Avicenna, uno dei maggiori filosofi dell’Islam. Tommaso e Avicenna pensano razionalmente la rivelazione di Gesù e Maometto. Alla radice di entrambi c’è la filosofia greca e quella di Aristotele. Il possibile dialogo parte di là».
E’ possibile dialogare oggi, in questi momenti così drammatici, su questa premessa filosofica?
«Se io voglio salire su un tram e mi viene fatto un discorso di sociologia urbana non gli credo. Ma il mio futuro andare in tram dipende dalla configurazione sociologica dei rapporti urbani. Adesso è il momento in cui la gente vuole sentire la risposta immediata. E poi: se sto morendo di fame, e ho davanti a me uno che non mi dà da mangiare, io l’uccido. Si sta dimenticando questo fatto elementare. Alcuni popoli non hanno neppure l’energia per reagire, ma ci sono popoli che per mangiare uccidono i ricchi con la certezza di fare anche bene, convinti che le responsabilità della fame provengano dai popoli ricchi».
Il conflitto non sarà di breve durata?
«La risoluzione di un conflitto, sia pure condotto in modo diverso, sarà una pace apparente, un intervallo, una pausa. Finché non si faranno i conti con lo scontro di fondo: bisogna che anche l’Islam si renda conto che è destinato a diventare uno strumento della tecnica. Bisogna vedere a che traumi si va incontro rispetto a questa presa di coscienza. In un viaggio a Teheran ho visto lo scontro tra la teocrazia e le grandi forme di tipo capitalistico che possono avvalersi di disponibilità di materia prima come il petrolio. E’ la modernità che si scontra con il sistema teocratico. Il dramma sarà il rovesciamento: la teocrazia diventa lo strumento in mano del capitalismo che gestisce la tecnica e della tecnica che gestisce il capitalismo».
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