![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 7 OTTOBRE 2001 |
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Marcello
Morelli, «Dalle calcolatrici ai computer degli anni Cinquanta. I
protagonisti e le macchine della storia dell'informatica», Franco Angeli,
Milano 2001, pagg. 398, L. 60.000 |
Sembra che il numero dei personal computer venduti nel mondo abbiano superato i cento milioni e che gli utenti di Internet crescano al ritmo del 50% l'anno, ed erano già 150 milioni nel 1998. In Italia, l'Istat informa, una famiglia su cinque possiede un personal computer e un terzo dei ragazzi fra i quindici e i diciassette anni lo utilizza abitualmente; quanto agli utenti italiani di Internet, avrebbero superato la quota di dieci milioni. Di fronte a queste cifre, testimonianza della pervasività dell'informatica che occupa spazi sempre più vasti tanto nella pubblica amministrazione quanto nella nostra vita privata, sino a tentare di monopolizzare i giochi dei bambini, può destare qualche sorpresa sapere che solo sessant'anni orsono, all'inizio dell'era dei calcolatori, nel 1943, una persona di primo piano dell'industria informatica come il Presidente della Ibm Thomas J. Watson poteva affermare: «penso che su scala mondiale non ci sia mercato per più di cinque computer». Ancora molti anni dopo, nel 1957, il direttore editoriale di una grande casa editrice statunitense affermava con eguale sicurezza: «ho viaggiato in largo e in lungo in tutto il Paese e vi posso assicurare che l'elaborazione dei dati è una montatura destinata a tramontare entro questo anno». Del resto, durante l'ultimo conflitto mondiale, il Terzo Reich non finanziò i progetti dell'ingegnere tedesco Konrad Zuse - un vero pioniere nella ideazione e costruzione dei calcolatori, il suo primo è del 1938 - perché non li riteneva utili ai fini bellici, posto che i tempi previsti dall'ingegnere erano troppo lunghi rispetto all'imminente fine della guerra, dalla quale la Germania era sicura di uscire vittoriosa. Durante la guerra ben diversa attenzione portarono alle ricerche sull'elaborazione delle informazioni gli Stati Uniti e la Gran Bretagna: qui hanno avuto grande importanza alcune apparecchiature di calcolo costruite in quegli anni perché permisero di penetrare nei codici crittografici tedeschi ed essere così informati dei segreti militari del Terzo Reich. Si trattò di calcolatori assai specializzati cui furono dati i nomi di Bomba e Colossus, alla cui realizzazione contribuirono matematici come Alan Turing e Max Newman. Anche le più potenti macchine per cifrare adottate dai tedeschi, come la famosa Enigma, non resistettero di fronte alla raffinatezza delle macchine calcolatrici inglesi. Purtroppo di queste macchine non restò traccia, per volontà di Churchill; solo negli anni Novanta, basandosi su testimonianze di tecnici e su alcuni disegni, un esemplare del Colossus poté essere ricostruito ed è oggi esposto vicino Londra, a Bletchley Park. Il complesso e affascinante itinerario della storia delle macchine per il calcolo è ricostruito ora con grande attenzione da Marcello Morelli, in un libro denso, con importanti, fin qui inedite, immagini che documentano la storia di queste macchine. Non manca, ed era necessario, un prologo sulle prime "macchine" per il calcolo, dagli antichi pallottolieri alle raffinate costruzioni di grandi scienziati e filosofi del Seicento come Pascal e Leibniz. Sia l'uno che l'altro pensarono e costruirono macchine per eseguire le quattro operazioni: il primo con la famosa pascalina (di cui esistono vari esemplari) protetta da un privilegio di esclusiva nel 1649; il secondo con una nuova macchina - che teneva presenti i precedenti pascaliani - annunciata in uno scritto del 1685 e poi realizzata con l'aiuto di un artigiano di Parigi nel 1694, in due soli esemplari. Fortunatamente nel 1879 ne è stato ritrovato l'ingranaggio, dimenticato nella soffitta dell'università di Göttingen, oggi visibile ad Hannover. Muovendo dalle intuizioni e dalle realizzazioni di Pascal e Leibniz altri, lungo i secoli seguenti, hanno proseguito ricerche per più complesse macchine per il calcolo e Morelli ne segue la storia, fino alla svolta radicale verso gli anni Quaranta di questo secolo, quando le tecnologie elettroniche daranno un contributo decisivo alla costruzione delle macchine calcolatrici, prima con le valvole termoioniche, poi con i più potenti transistor. Ma non si può dimenticare un momento che diremmo intermedio, a metà dell'Ottocento, quando l'inglese Charles Babbage introdusse le famose schede perforate: già usate da Joseph-Marie Jacquard per il controllo dei telai di tessitura, Babbage le impiegò quale supporto fisico sia dei dati da elaborare che delle stesse istruzioni per guidare il funzionamento della macchina. Di queste schede ha notizia e anche esperienza chiunque fra gli anni Quaranta e i primi anni Cinquanta si sia occupato di macchine calcolatrici. Ma qual è il primo calcolatore moderno? La domanda è di difficile risposta, come sempre avviene nei processi tecnologici rapidi e continuativi. Tanto che, per trovare la "risposta esatta", negli Stati Uniti si dovette ricorrere al tribunale del Minnesota: il 19 ottobre 1973 sentenziò che il primo calcolatore elettronico digitale nella storia della tecnologia era l'Abc di Atanosoff e Berry. Questo Abc era un calcolatore costruito fra il 1939 e il 1941 da John W. Atanosoff, con il suo allievo Clifford Berry: certo rudimentale (utilizzava ben 300 tubi a vuoto e varie apparecchiature provenienti dai centralini elettronici, con quasi due chilometri di cavi), ma conteneva delle intuizioni che saranno alla base di futuri importanti sviluppi della scienza dell'informazione:purtroppo il prototipo è perduto e, data la sua importanza nella storia dell'informatica, se ne è tentata la ricostruzione in base ad appunti e disegni dei costruttori nel 1996, incontrando grandi difficoltà per reperire le componenti della macchina ormai fuori fabbricazione e non più in commercio. Il problema della conservazione delle apparecchiature tecnologiche non si era ancora proposto alla coscienza storica! Dalla Abc deriva senza dubbio uno dei primi e più celebri calcolatori, l'Eniac (alla sua realizzazione aveva contribuito il grande matematico John von Neumann), inaugurato il 15 febbraio 1945 presso la Moor School della Pennsylvania University: si trattava di un gigantesco complesso di apparecchiature, cavi, tubi a vuoto programmato mediante collegamenti che venivano effettuati da specialisti all'interno del sistema. L'Eniac funzionò per ben dieci anni e venne messo fuori uso solo il 2 ottobre 1955, dimostrando la validità dei principi di funzionamento che ne erano alla base. Poi l'accelerazione divenne sempre più rapida nel campo delle macchine per il trattamento dell'informazione, parallelamente alle sempre nuove tecnologie elettroniche (decisiva l'invenzione del transistor nel 1947) e ai più raffinati processi di miniaturizzazione. Si pensi che l'Eniac era in grado di compiere 5.000 addizioni al secondo mentre un moderno microprocessore compie al secondo 300 milioni di operazioni ed è pertanto 60.000 volte più veloce dell'Eniac. Per ciò che concerne la memoria, l'Eniac poteva memorizzare 200 cifre numeriche, contro gli almeno 16 milioni di memoria ram di un computer moderno. Se poi ci riferissimo alle dimensioni, l'Eniac occupava una superficie di 167 mq e pesava quasi 30 tonnellate; un computer portatile misura circa 30 per 21 cm e pesa poco meno di tre chili. Il volume di Morelli - ricco come si è detto di fotografie che documentano da sole la complessa e affascinante storia delle macchine calcolatrici - si ferma ai primi anni Sessanta con i linguaggi Fortrand e Cobol; un secondo volume ci porterà presto sino ai nostri giorni. Il libro si apre - e si conclude - con una constatazione che è anche un invito a rivedere la politica italiana per la ricerca in questo campo: «Purtroppo il contributo del nostro Paese allo sviluppo delle nuove tecnologie è stato quanto mai limitato. Se si eccettuano gli episodi della cosiddetta «calcolatrice elettronica pisana» e della Elea della Olivetti, ben poco resta di originale e di importante, nel vasto panorama delle realizzazioni che si sono susseguite nel campo dell'informatica: causa di ciò la scarsa attenzione degli uomini di governo, il disinteresse dell'industria, la giustificata sfiducia dei tecnici più preparati che hanno preferito trasferirsi, per esempio, negli Stati Uniti per trovare un clima più favorevole alla ricerca scientifica e allo sviluppo industriale. Certamente l'Italia ha perso una importante occasione - e sotto questo aspetto c'è da dire, d'altra parte, che, purtroppo, non è sola nel panorama europeo - per acquisire un ruolo trainante e creare una sorta di baluardo a difesa degli interessi nel Vecchio continente contro la enorme pressione economica e culturale dei Paesi come gli Stati Uniti e il Giappone, cui oggi altri se ne vanno aggiungendo come la Corea e in generale il Sud-est asiatico, che hanno letteralmente colonizzato l'Europa per ciò che riguarda le tecnologie dell'informatica e della telematica, non ultima, la cosiddetta elettronica di consumo». Oggi c'è un ministro per l'innovazione e le tecnologie: potrà imporre un'inversione di tendenza, facendo convergere l'impegno delle università, del Cnr, dell'industria pubblica e privata, nelle ricerche di informatica?