![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 7 OTTOBRE 2001 |
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Responsabilità globale davanti ai nuovi orrori
Dunque, se
anche guerra sarà, una guerra di cui del resto già ora non sappiamo nulla, né
se è già scoppiata, né come e dove si combatte o si combatterà, l'informazione
sul suo svolgimento non sarà molto diversa da com'è ora. Bush e i suoi capi
militari ci hanno già avvertito: niente più dirette della Cnn dalle città
bombardate o dai deserti percorsi da carri armati, niente più
"briefing" dei comandanti in zone di operazione, speriamo anche
niente più interviste agli eventuali Cocciolone prigionieri del nemico. Tanto
meglio per la serenità delle nostre cene e per la tranquillità dei bambini.
O forse no:
è fatale che i media, lasciati a corto di immagini e notizie dal fronte, si
rivolgano alla tragedia umanitaria che si delinea fin d'ora come di proporzioni
bibliche: centinaia di migliaia di persone che cercano di fuggire
dall'Afghanistan minacciato, dove fame e siccità che da anni lo devastano sono
destinate a diventare ancora più intollerabili; i campi profughi del Pakistan
in cui si "vive" accatastati in bidonville di fango e stracci;
bambini gonfi di denutrizione e malattie, i cui virus sono seminati da quel
terrorista supremo che è la miseria.
Come reagiremo
a questa nuova ondata di orrori? Ci sarà certamente chi, non senza qualche
buona ragione, troverà che i mezzi di informazione fanno di tutto uno
spettacolo, davanti al quale il senso di pena e di impotenza si trasforma
inevitabilmente in una soddisfazione morbosa, come in un teatro tragico dove
non c'è catarsi, ma solo il dubbio piacere di sentirsi capaci di provare
pietà... Penso a certe pagine di Jonas o di Hannah Arendt, sulla responsabilità
"radicale" che, paradossalmente (perché non ne abbiamo colpa), ci
cade addosso quando rievochiamo Auschwitz, i gulag, i massacri di cui è
costellato il secolo appena concluso.
L'insofferenza
per cui a un certo punto ci sembra di dover reagire pensando ad altro, per
evitare di cadere preda di sentimenti morbosi (perché inutili, perché solo
reazione da anime belle che guardano ma non c'entrano..), è forse la tentazione
caratteristica del nostro mondo della comunicazione generalizzata. Il fatto è
che ci ribelliamo alla consapevolezza di non esser più soltanto cittadini di un
paese, di una regione, di un continente; a un mondo di visibilità totale, di
possibilità di distruzione totale, di globalizzazione tecnologica, commerciale,
esistenziale, si addice solo una responsabilità totale.
Non possiamo più dire che non c'entriamo, e magari metterci il cuore in pace partecipando a una sottoscrizione benefica. La globalità della minaccia terroristica è forse solo l'aspetto esterno di questa nuova dimensione della nostra esistenza, che merita di preoccuparci ancora di più che i pericoli materiali a cui d'ora in avanti saremo più esposti.