RASSEGNA STAMPA

6 OTTOBRE 2001
MARCELLO VENEZIANI
In mancanza di idee, vincono solo i trend

L'elogio della tradizione in un saggio di Marcello Veneziani

Delle vecchie tradizioni ideologiche sono rimaste solo le bucce. Ovvero gli abiti, le abitudini e le forme mentali, non la loro anima né la loro mente. Sotto l'involucro non c'è niente. Del comunismo, del fascismo, del clericalismo, perfino del liberalismo (corteccia retorica di moda trasversale), sono rimaste le bucce. Sono rimasti i comportamenti intolleranti, la logica del branco, la presunzione storicista di essere dalla parte della verità e la faziosità del credente. Sono rimaste le divise e le divisioni che consentono di far gruppo. Non c'è più l'altare ma la sacrestia. E la politica in mancanza di contenuti antagonisti, si accende facendosi le bucce a vicenda, ovvero rinfacciandosi reciprocamente la tradizione di provenienza, che restano ancora l'ultima distinzione superstite. Sono icone che indicano un sito vuoto. Un paese senza tradizione rischia di scivolare sulle bucce del passato. Non si tratta di animare un nuovo kulturpessimismus: pessimismo e ottimismo sono l'applicazione imbecille degli oroscopi alle visioni culturali. Piccoli lasciti di bassa magia e di superstizione. Non è la clinica e rituale denuncia sulla crisi degli intellettuali che torna in altre vesti: è la più preoccupante scomparsa dell'intelligenza, del senso critico e fondativo, della curiosità verso idee e avvenimenti, dell'indagine culturale, della passione civile, della paziente lettura ed esegesi dei testi, del legame tra il pensiero e il senso comune. Gli intellettuali ci sono, mancano invece le idee. Perduta la fiducia nell'antico non è sorta nemmeno l'attesa del nuovo, ma un pigro assuefarsi alle tendenze in atto. La supremazia del trend, appunto. Le polemiche, poi, presuppongono postazioni diverse: ma ora ci sono solo bersagli mobili e labili. Nessuno risponde di niente, nessuno si carica del peso di un'idea, di una storia, di una scelta. Mi guardo bene dal sostenere che mai finora era accaduto qualcosa del genere, come è d'uso ripetere l'intellettuale apocalittico, pensando di vivere sull'orlo del precipizio, nel peggiore dei mondi possibili. Ci sono sempre alti e bassi, e non è importante stabilire se questa volta siamo più in basso che in altre occasioni. Resta tuttavia il senso di un disfarsi della mente, della ricerca, del pensiero nel puro fatto di vivere, hic e soprattutto nunc. Non ci sono reazioni né connessioni. Eppure liberati da ogni tradizione, si dovrebbero inventare nuovi linguaggi, dar luogo a percorsi inattesi, incrociare saperi diversi, contaminare forme d'espressione finora distanti, avviare esperienze ed esperimenti intentati, attingere ad altre dimensioni di vita, altri piani. Non fermarsi, non accontentarsi, rimettersi in discussione, sapersi distruggere nell'impresa. È l'unica risposta degna, che parte dalla solitudine e che cerca conforti e surrogati, disinteressandosi del successo immediato e del potere vigente. Rischiare, mettersi in gioco, scrivere pericolosamente. C'è anche un eroismo dell'intelligenza. Altrimenti non resta che arrendersi a una corale e fastosa afasia. Chi ha qualcosa da dire si faccia avanti e taccia, diceva Karl Kraus. È stato accontentato, perché sono in tanti coloro che si fanno avanti e poi non hanno nulla da dire.

Ora tutto questo può avere varie ragioni contingenti, ma la prima, più originaria di tutte ci riporta al tema da cui siamo partiti: là dove ci si collega ad una tradizione, ad un orizzonte di senso comune, rielaborato nel corso del tempo e immerso nell'esperienza della vita e della storia, tutto muore senza lasciare una traccia, tutto si spegne ancor prima di venire alla luce. La perdita della tradizione non libera le energie creative, ma produce il loro inaridimento...

Esistono terapie o vie d'uscita per la generazione no logos, ed è giusto, è utile, cercarle? Difficile dirlo. Forse si tratta di stati transitori, modalità di vita differenti ma non per questo patologiche. Forse sarà il loro stesso organismo a reagire, il loro sistema immunitario produrrà anticorpi. In ogni caso è giusto riaprire il discorso, attivare i ponti e la comunicazione tra generazioni; non rifiutando di porsi il problema dell'educazione, architrave di ogni tradizione. Certo, è più comodo scrollarsene, con l'alibi di ferro che si tratta di un'infezione virale cosmica, contro cui non si può far nulla, semmai guarirà da sé. Ma il tentativo di indicare loro altre possibilità di vita, altri modelli, altre forme di espressione, dev'essere fatto. La tradizione, imperniandosi sul paragone con altri modi e modelli di vita, passati e presenti, consente di trascendere la situazione immediata. La tradizione è soprattutto trascendenza, ovvero possibilità di varcare la solitudine dell'io e la prigione dell'istante, collegandosi al mondo e alla storia. Anche se sono solitudini globali e prigioni senza muri, colme di libertà. Si tratta di riannodare il filo d'Arianna delle generazioni, capire che il mondo non è nato con noi e per noi e non finirà con noi. È questa la prima, elementare percezione della tradizione, uscendo dal soggettivismo assoluto.
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