![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 25 SETTEMBRE 2001 |
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Il 29 settembre ricorre il centenario della nascita dello scienziato che nel 1938 vinse il premio Nobel per aver svelato l'esistenza di nuovi elementi radioattivi
All'età di dieci anni dimostrò la prima passione per la matematica, materia che apprendeva senza alcuna fatica
La stampa italiana, quel 10 novembre del 1938, quasi snobbò l'avvenimento, poche righe a piede dei giornali. Ma c'è anche chi arrivò ad attaccarlo: Enrico Fermi si presenta a Stoccolma per ritirare il premio Nobel vestito con un impeccabile frac, invece di indossare l'uniforme fascista o quella dell'accademico d'Italia e saluta il re di Svezia stringendogli la mano e non alzandola nel saluto romano. Era il segnale di una frattura, legata alla promozione delle leggi razziali, che porterà il più grande fisico che l'Italia ebbe mai avuto a migrare verso altri lidi.
Come avvenne per molti altri scienziati, la "folgorazione per la scienza" maturò in Enrico Fermi in età molto giovane. Aveva poco più di dieci anni quando a casa sua sentiva gli amici del padre parlare di matematica e di fisica, materie che gli piacevano immensamente e che lo portarono a vincere nel 1938 il premio Nobel per la Fisica "per avere dimostrato l'esistenza di nuovi elementi radioattivi prodotti da bombardamento con neutroni e per la scoperta delle reazioni nucleari indotte da neutroni lenti".
Materie che per altro dimostrò di apprendere senza fatica. Ricorda Edoardo Amaldi, insigne esponente della scuola romana di Fisica "Fu da bambino che Fermi acquistò a Campo dei Fiori un trattato di fisica matematica in due volumi di circa 900 pagine, stampato in latino nel 1840, e lo lesse e assorbì senza sforzo, nonostante che in esso fossero usati tutti i metodi matematici del tempo per la trattazione della meccanica dei mezzi discontinui, dell'ottica e dell'astronomia".
Nel 1921 pubblica i suoi primi lavori scientifici e un paio di anni dopo, ottenuta la laurea, con una tesi sperimentale sulla diffusione dei raggi X da parte dei cristalli curvi e sulle immagini che si possono ottenere in tal modo, va in Germania, a Gottinga, dove al Max Born entra in contatto con il gotha della fisica internazionale.
Al suo ritorno viene incaricato dell'insegnamento di Matematica per chimici a Roma. Sul finire del 1925 formula la nuova statistica quantica che va sotto il suo nome.
E fu così che il piccolo genio, terzo figlio di un funzionario delle Ferrovie dello Stato e di una maestra elementare, entra a far parte dell'Olimpo delle grandi menti della scienza mondiale.
Un percorso che trova nell'Istituto di Fisica di via Panisperna il suo passaggio fondamentale: numerosi gli studenti che subirono il suo fascino da Fano a Ferretti, Gentile, Maiorana, Pincherle, Racah, Wick, Ageno, Amaldi, Fubini-Ghiron, Pontecorvo e Segrè.
Il gruppo di lavoro ottiene grandi risultati, ma nonostante questo con il tempo si sfalda: Segrè è nominato professore a Palermo; Pontecorvo si trasferisce a Parigi; Rasetti ormai trascorre gran parte del tempo all'estero. Nel 1936 l'Istituto romano si trasferisce dalla sede di via Panisperna a quella della Città universitaria. Viene realizzato nella nuova sede un piccolo acceleratore di particelle, il primo in Italia. Fermi cerca intanto, invano, di reperire i fondi per la realizzazione di un Istituto nazionale di radioattività, dotato di una macchina acceleratrice molto più potente.
Furono le leggi razziali a portarlo via dall'Italia, la moglie Laura era di origine ebraica. Ed è così che accettò la proposta della Columbia University dove assunse il ruolo di docente e di ricercatore. Quella di Fermi non fu certamente una fuga, anche se forse va ricollegata anche alla delusione nel veder frustrate le proprie speranze e i tentativi di mantenere la ricerca italiana d un livello d'eccellenza. Ricorda Amaldi quanto la scoperta della scissione dell'uranio provocata dai neutroni, fatta da Hahn e Strassman nel 1939, apriva, pochi mesi dopo il suo arrivo negli Usa nuove possibilità: "Se in tale processo, oltre all'elevata energia, si fosse liberato un numero sufficiente di neutroni, questi avrebbero potuto produrre a loro volta altre scissioni e iniziare così ciò che viene usualmente indicato come una reazione a catena".
Alla moglie Laura che lo seguiva sempre nelle ricerche e che gli chiedeva lumi sul progetto, con grande semplicità spiegò: "Per spezzare un atomo di uranio occorre un neutrone. Sembrerebbe quindi necessario procurarsi e consumare almeno un neutrone per ogni atomo di uranio in cui si produce una scissione. Facciamo l'ipotesi che un atomo d'uranio emetta invece due neutroni, ne avremo due a disposizione. E se questi colpiscono altri atomi d'uranio....".
Era mirabile come fosse in grado di coniugare la semplicità con la scienza e la ricerca.
Ma sul mondo spiravano già venti di guerra e tutte le scienze, fisica fra le prime, dovevano produrre dei "risultati pratici" che potessero avere un immediato utilizzo, nel senso che tutte le fonti di energia potevano diventare utili sia per il sostentamento dei paesi che per produrre una nuova arma. Era il 1942 quando entrò in funzione la prima pila nucleare da lui progettata e costruita con la collaborazione di Handerson e Zinn.
L'incontro con Oppenheimer, il "padre della bomba atomica", avvenne nel laboratori di Los Alamos per lo sviluppo delle applicazioni belliche dell'energia nucleare e collaborò agli studi per la creazione della "bomba H" . Il 10 novembre 1938 viene comunicato a Fermi il conferimento del premio Nobel per la fisica. Un prestigiosissimo riconoscimento che, come ricorda Emilio Segrè non cambia la sua personalità. Fermi resterà sempre "profondamente onesto e laboriosissimo, estremamente giusto e imparziale in tutte le sue azioni, sempre pronto a comprendere gli altri e ad immedesimarsi nei loro punti di vista. Agnostico e orientato verso una specie di liberalismo conservatore in campo politico e sociale. Propenso ad evitare il conflitto quando si trova di fronte a un nemico più grande di lui".
Insomma un uomo, consapevole di essere dotato di uno straordinario ingegno e pago di questo dono. Morirà nella sua casa di Chicago il 29 novembre del 1954.