RASSEGNA STAMPA

23 SETTEMBRE 2001
MAURIZIO FERRARIS
Mai stato post-moderno: troppo preso dalla realtà

Ieri pomeriggio, con una laudatio di Bernhard Waldenfels, la città di Francoforte ha conferito il Premio Adorno a Jacques Derrida. Pace fatta tra Derrida e Habermas, senza il cui consenso difficilmente si potrebbe immaginare l'assegnazione del premio, e che quando, una ventina d'anni fa, lo aveva ricevuto lui, aveva tenuto un discorso in cui Derrida, insieme a un folto gruppo di filosofi francesi, era dipinto come l'espressione di un neoconservatorismo postmoderno nutrito di maledettismo filosofico (l'appello a Nietzsche e a uno Heidegger non urbanizzato, cioè a temi a lungo tabù in Germania), di mescolanza tra letteratura e filosofia e di rifiuto dell'argomentazione. Con gli anni si è poi visto che la contrapposizione tra maledettisti e buonisti non teneva, che le parti si potevano invertire, e che l'appello al dialogo può essere non meno vago, estetizzante e futile del "livellamento della differenza tra letteratura e filosofia" che Habermas imputava a Derrida. Al punto che mentre Foucault, poco prima di morire, aveva posto la propria filosofia, da lui definita come "ontologia dell'attualità", sotto il segno della intransigente dialettica negativa di Adorno, e mentre Lyotard aveva sconfessato l'ottimismo di La condizione postmoderna, Gadamer era potuto diventare, sia pure suo malgrado, il patriarca del postmoderno.

Ma, in effetti, Derrida era già altrove, come un bastian contrario che scrive un libro su Marx dopo la caduta del Muro e che, avviandosi alla conclusione del suo discorso a Francoforte, ricorda che "Il fascismo incomincia quando si insulta un animale, o addirittura l'animale nell'uomo". Questo può far riflettere, se si considera che Heidegger aveva detto chiaro e tondo che l'animale è povero di mondo, che non muore, ma decede.

E - bizzarramente - che le scimmie non hanno una mano. Non s tratta di sostenere che il disprezzo per gli animali porta dritto al Discorso di rettorato, visto che un nazista può essere animalista e vegetariano. Il punto è più serio, e riguarda il fatto che il primato del linguaggio - ossia di ciò che convenzionalmente distingue l'uomo dall'animale, cultura come seconda natura dalla natura tout court - comporta, con una esattezza quasi matematica, una incuranza nei confronti del mondo esterno, considerato come una entità evanescente e manipolabile, senza spigoli e resistenze con cui fare i conti, che è poi il dogma filosofico del postmoderno e l'origine del suo conservatorismo, che trasforma la realtà in un seminario universitario in un talk show televisivo.

Ora, la pericolosa illusione che ha alimentato molta filosofia pubblica del Novecento è consistita nel credere che il problema della realtà riguardasse solo gli scienziati, e che ogni appello alla natura equivalesse alla metafisica, considerata poi, dogmaticamente, come la fonte di ogni male. Ma Derrida suggerisce che non si può essere un ontologo, sia dell'attualità, senza misurarsi con la realtà di ciò che avviene fra la terra e il cielo, nel mondo esterno ai nostri schemi concettuali e alle nostre possibilità di dialogo e di intesa, cioè in barba a tutti i nostri cultural studies. E il richiamo all'animale, alla natura che è in noi e fuori di noi, indica il limite preciso del consenso e della speranza di risolvere tutte le contese con buoni sentimenti e buone parole, con telefonini, giornali e Internet, ossia (direbbe lo spettro o la buonanima di Marx) in termini sovrastrutturali, quando poi il mondo è composto da un 80% di uomini che non hanno il telefono, da un 100% di animali e piante che non sanno che farsene dei nostri discorsi, e da una piramide alimentare in cui tutti, quando possono, mangiano tutti.
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