RASSEGNA STAMPA

23 SETTEMBRE 2001
UMBERTO BOTTAZZINI
Dopo il Nobel, la bomba

Il 29 settembre ricorre il centenario del grande fisico italiano Enrico Fermi.

Professore a soli 25 anni e Premio Nobel nel 1938, il suo nome è legato a molti risultati e scoperte della fisica moderna. Dopo essersi trasferito in America in seguito alle leggi razziali, fu chiamato a partecipare al Progetto Manhattan per la costruzione della bomba atomica, in corso a Los Alamos, al quale diede un contributo decisivo.

"Se si riuscisse a mettere in libertà l’energia contenuta in un grammo di materia si otterrebbe un’energia maggiore di quella sviluppata in tre anni di lavoro ininterrotto da un motore di mille cavalli". Su questa conseguenza del principio di equivalenza tra massa ed energia, stabilito dalla celebre formula di Einstein, richiamava l’attenzione nel 1923 un giovane fisico di eccezionale talento prefigurando le conseguenze dell’"esplosione di una così spaventosa quantità di energia". Quando Enrico Fermi scriveva queste cose, la teoria della relatività era ancora guardata con diffidenza se non ostilità dai fisici italiani che, come riconosceva un fisico dell’epoca, spesso non disponevano di "sufficiente cultura matematica per comprendere minutamente le nuove teorie". Neppure negli anni trascorsi alla Scuola Normale di Pisa Fermi aveva trovato professori al corrente della moderna fisica teorica, che egli aveva studiato in completa solitudine. Dopo un breve soggiorno a Gottinga e a Leida, a venticinque anni Fermi viene chiamato a ricoprire la prima cattedra di fisica teorica in Italia, istituita presso l’Università di Roma. La commissione del concorso gli affida "le migliori speranze per l’affermazione e lo sviluppo della fisica teorica in Italia" e le aspettative non sono deluse. A quell’epoca Fermi ha già ottenuto uno dei suoi risultati più importanti, quello sulla cosiddetta statistica di Fermi-Dirac alla quale ubbidiscono i "fermioni", ossia le particelle come l’elettrone, il protone e il neutrone.

All’istituto di fisica di via Panisperna Fermi riunisce attorno a sé uno straordinario gruppo di giovani collaboratori e allievi, da Franco Rasetti, amico fin dai tempi dell’università, a Ettore Majorana, Edoardo Amaldi, Emilio Segré, Bruno Pontecorvo. In quegli anni Fermi e i "ragazzi di via Panisperna" ottengono una serie di straordinari risultati teorici e sperimentali, dalla teoria del decadimento beta, che Fermi espone in un articolo del 1933 e sta alla base della fisica delle interazioni deboli, alla scoperta della radioattività artificiale provocata da neutroni.

La breve stagione della "scuola di Roma" si conclude nel 1938, quando Fermi riceve il premio Nobel per la fisica "per aver dimostrato l’esistenza di nuovi elementi radioattivi prodotti da bombardamento con neutroni e per la scoperta delle reazioni nucleari indotte da neutroni lenti". Nel dicembre, Fermi lascia Roma per ritirare il premio a Stoccolma. Ma, sulla via del ritorno, da Copenhagen si imbarca per New York accettando la cattedra che gli è offerta dalla Columbia University. La decisione di lasciare l’Italia era maturata dopo la promulgazione delle leggi razziali nel settembre di quell’anno, che colpiva la moglie di Fermi di origini ebraiche.

Negli Stati Uniti, la scoperta della scissione dell’uranio provocata dai neutroni suggerisce a Fermi la possibilità di ottenere un processo di reazione a catena, che sta alla base della "pila" atomica, il primo reattore nucleare che egli riesce a costruire nel 1942 a Chicago. Dopo l’attacco di Pearl Harbour, Fermi e i numerosi scienziati europei emigrati in America per sfuggire al nazismo sono mobilitati a Los Alamos per realizzare il Progetto Manhattan diretto da Robert Oppenheimer, il progetto di costruire la bomba atomica. Fermi si stabilì a Los Alamos a partire dall’agosto 1944. Scrivendo allora ad Amaldi "da questa riva dell’Atlantico" Fermi si mostrava cautamente ottimista sulle possibilità di ricostruzione del nostro Paese: "Certo il fascismo è caduto in maniera così misera che non mi pare possibile che abbia lasciato alcun rimpianto".

Verso la metà dell’aprile 1945 gli scienziati di Los Alamos riuscirono a ultimare la messa a punto della bomba atomica. Dopo la resa incondizionata della Germania nazista, la guerra continuava contro il Giappone. Messa a punto la bomba, alcuni fisici cominciarono a porsi drammatici interrogativi sull’utilità di un suo effettivo impiego bellico. Alcuni proponevano di farne un uso dimostrativo di fronte a rappresentanti dei Paesi in guerra. Ma la questione dell’uso della bomba era già stata affrontata e decisa da una commissione ristretta che si era avvalsa del parere di Oppenheimer e Fermi. "Le opinioni dei nostri colleghi scienziati non sono unanimi", riconoscevano questi ultimi nel giugno 1945 in un rapporto alla commissione. E tuttavia "non siamo in grado di proporre alcuna dimostrazione tecnica suscettibile di fare finire la guerra; non vediamo alcuna alternativa accettabile all’impiego militare diretto". In una lunga lettera dell’agosto 1945 Fermi scriveva ad Amaldi: "Dalla lettura dei giornali di qualche settimana fa avrai probabilmente capito a quale genere di lavoro ci siamo dedicati in questi ultimi anni. È stato un lavoro di notevole interesse scientifico e l’aver contribuito a troncare una guerra che minacciava di tirare avanti per mesi o per anni è stato indubbiamente motivo di una certa soddisfazione". Le bombe su Hiroshima e Nagasaki facevano dire a Oppenheimer: "Credo che nessuna volgarità, nessuna battuta di spirito, nessuna esagerazione possano estinguere il fatto che i fisici hanno conosciuto il peccato e questa è una conoscenza che non possono perdere".

Dopo la fine della guerra Oppenheimer e Fermi si opposero agli scienziati che volevano "restituire Los Alamos alle volpi del deserto". Come scriveva al presidente dell’Università di Chicago, Fermi riteneva "essenziale" per gli Stati Uniti elaborare e mettere in pratica "al più presto una politica in grado di fronteggiare i nuovi pericoli". Al tempo stesso si esprimeva con vigore in favore dell’abolizione del segreto militare. "La segretezza sugli aspetti industriali" dello sviluppo dell’energia nucleare, egli scriveva, "ostacolerebbe soltanto per pochi anni una nazione potenzialmente rivale. La segretezza relativa alle fasi scientifiche dello sviluppo non solo avrebbe scarsi effetti, ma non tarderebbe a ostacolare il progresso della fisica nucleare negli Stati Uniti in modo tale da rendere persino estremamente difficile comprendere l’importanza di nuove scoperte fatte in questo campo altrove".

Quattro anni dopo gli americani, anche i sovietici fecero esplodere la loro prima bomba atomica. La possibilità di costruire una "superbomba" all’idrogeno era stata lungamente discussa dal General Advisory Committee (Gac), un comitato incaricato di fornire un parere scientifico ai programmi di sviluppo dell’energia nucleare di cui facevano parte sia Oppenheimer che Fermi. In un documento dell’ottobre 1949, subito dopo l’esplosione dell’atomica sovietica, le opinioni dei fisici si divisero ancora una volta sulla "natura dell’impegno a non sviluppare l’arma" ritenuta da tutti uno strumento di genocidio. "La mia opinione all’epoca — ricordava Fermi, quando fu chiamato a testimoniare al processo contro Oppenheimer, ingiustamente accusato di spionaggio — era che si dovesse metter fuori legge la superbomba prima che fosse nata". Infatti, "sarebbe stato più facile metter fuori legge, attraverso un qualche accordo internazionale, qualcosa che non esisteva. La mia opinione era che si dovesse tentare di raggiungere questo accordo, e solo in caso di fallimento si dovesse procedere, con rammarico, nello sviluppo dell’arma". E fu questa la scelta che egli fece, impegnandosi nelle ricerche intorno alla bomba all’idrogeno quando Truman prese la decisone di procedere alla sua creazione. Le crescenti implicazioni politiche e militari e l’enorme quantità di capitali necessari per la ricerca stavano in quegli anni cambiando profondamente la stessa natura della fisica. Stava nascendo la big science e Fermi ne era ben consapevole.
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