![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 20 SETTEMBRE 2001 |
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Di questi tempi si parla nuovamente di quel professore americano, Samuel Huntington, il quale dieci anni fa, dopo la caduta del Muro di Berlino, annunciava la comparsa di un nuovo conflitto, che sarebbe stato il conflitto del XXI secolo e che ci avrebbe posto contro l’Islam. Credo che Huntington abbia torto. Più esattamente, credo che le democrazie vinceranno la guerra appena dichiarata contro di loro solo se rifiuteranno, con tutte le forze, di cedere alle semplificazioni manichee della teoria dello "scontro di civiltà".
Che i kamikaze del World Trade Center siano musulmani, è un fatto. Che una parte dell’opinione pubblica, a Gaza, Bagdad, Damasco, Islamabad veda quei kamikaze come i nuovi martiri che vendicano nel sangue i torti fatti alla "nazione araba", è un altro fatto. Ed è un fatto che nel corpo stesso dell’Islam, come in qualsiasi corpus religioso, ci siano brandelli di tradizione, di testi, atti ad essere strumentalizzati dai sostenitori del peggio.
Penso tuttavia che Huntington e i suoi nuovi seguaci prendano un abbaglio; penso che sarebbe criminale e al tempo stesso suicida seguire le orme, sull’onda dell’emozione, dei teorici di una guerra di civiltà la cui forma presente sarebbe lo scontro frontale fra Occidente e Islam; e lo penso per tutta una serie di ragioni: teologiche, strategiche, quasi semantiche.
Semantiche: che bel regalo al terrorismo, quando si qualifica la guerra che esso ci dichiara come una guerra "di civiltà"! Che vittoria, per gli assassini, se vedessero che alla loro barbara guerra, alla loro guerra di non-civiltà, si pone l’aureola del meraviglioso prestigio di uno scontro fra "visioni del mondo"!
Strategiche: nessuno sa cosa voglia Bin Laden; nessuno, forse neanche lui, conosce il suo programma, il suo progetto. Una cosa, comunque, è chiara: che egli sogna, in realtà, di vedere l’intero mondo arabo-musulmano precipitare nell’odio verso l’Occidente, di abbattere quei suoi dirigenti che sono al servizio del Grande Satana ed essere in comunione con il culto dei suoi nuovi redentori. Dobbiamo, allora, offrirgli quel che lui sogna? Dobbiamo, facendo anche noi l’amalgama fra islamismo e Islam, favorire quella radicalizzazione che è lo scopo della sua guerra? Come non vedere che il miglior discepolo di Huntington oggi si chiama Bin Laden? Infine, teologiche: pur non essendo, per carità, uno specialista dell’Islam, so - come tutti sappiamo - che l’Islam non è un blocco; e che, oggi come ieri, l’Islam è teatro di uno scontro d’eccezionale intensità fra i sostenitori della regressione e le menti illuminate che rifiutano la caricatura che certuni fanno della loro fede; se la guerra, in altri termini, non oppone l’Occidente all’Islam, significa che essa passa all’interno dell’Islam stesso; noi la vinceremo, questa guerra, solo se, domani, impiegheremo la stessa energia a sostenere quelle correnti liberali di quanta presto ne metteremo nel colpire come si deve tutti coloro che, da vicino o da lontano, hanno partecipato alla carneficina.
Un’ultima parola. Mi è difficile non scrivere il nome di colui che fu l’incarnazione di questo Islam illuminato in lotta contro l’integralismo: il comandante Massud. Conoscevo un po’ Massud; avevo avuto occasione d’ammirare, a più riprese negli ultimi vent’anni, in quel bastione del Panshir che pensavamo inviolabile, il temperamento del capo della Resistenza che faceva la guerra senza amarla: e questa è una prima ragione per rendergli omaggio. Stranamente è stato ucciso poco prima dell’attacco contro New York; tutto s’è svolto come se la moderna setta degli assassini, decisamente esperta in terrore, avesse anticipato la risposta americana e l’avesse privata, in anticipo di chi, sul campo, sarebbe stato il migliore alleato: altra ragione per evocarlo.
Infine, come non pensare a quando Massud, la scorsa primavera, uscì per la prima volta dal suo rifugio afghano per venire, dalla Francia, ad avvertire il mondo dei terribili pericoli che l’Islam dei talebani e dei loro alleati gli facevano correre? E alla Francia che lo accolse così male? E alle autorità della repubblica che si eclissarono in modo così pietoso? E come non pensare al mondo che scelse di non ascoltare e di lasciare che la sentinella raggiungesse tristemente il suo esercito delle ombre. Ricordo la mia ultima conversazione con Massud. Egli si chinò su una carta geografica, mise il dito sulla città di Kandahar: "Bin Laden è qui, in una casa prestata dal mullah Omar, il capo dei talebani, nella sua stessa strada".