![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 19 SETTEMBRE 2001 |
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Solitamente, più tempestivo è il commento, più breve è il tempo di reazione. Nulla da dire contro l’attualità! Ma proprio quando nessuno sa come andrà a finire, c’è qualcosa che invita a tentare di guadagnare distanza. Un esempio è ciò che sta avvenendo con la globalizzazione. Uno scienziato tedesco di nome Karl Marx aveva analizzato questo processo in maniera piuttosto approfondita già centocinquant’anni fa. Non sarebbe certo giunto alla decisione se essere "pro" o "contro". Nel conflitto esploso in luoghi come Seattle, Göteborg o Genova avrebbe visto poco più di un combattimento tra ombre. La protesta contro un fatto storico così imponente può essere degna di plauso, ma nel migliore dei casi si traduce in una montatura televisiva su scala mondiale che già mostra come gli stessi ingenui contestatori facciano parte di ciò che combattono. Il dotto tedesco aveva a suo tempo descritto la globalizzazione come un fenomeno puramente politico-economico. Del resto, nell’anno 1848 era questa l’unica prospettiva possibile, poiché l’estensione del mercato mondiale e la politica delle potenze coloniali erano allora le forze motrici decisive. Nel frattempo questo processo irreversibile ha tuttavia coinvolto tutti i sistemi. Chi considera unicamente la dinamica economica non lo ha capito. Oggi non esiste più nulla che gli si possa sottrarre: né la religione né la scienza, né la cultura né la tecnica possono ignorare il mondo dei consumi e dei media. Per questo i suoi costi ricadono ovunque e in ogni sfera.
Non sono coinvolti unicamente gli innumerevoli perdenti dell’economia. Il mercato mondiale e le sue correnti della finanza e del sapere vengono seguiti, ovunque nel mondo, da improvvisi crolli, armi, virus informatici, nuove epidemie, catastrofi ecologiche, guerre civili e crimini. L’idea che una qualche società si possa isolare da queste conseguenze è fuorviante. E una di queste conseguenze è il terrorismo. Sarebbe un miracolo se esso soltanto avesse tralasciato di operare su scala globale. Di fronte a masse in preda al fanatismo, l’uomo moderno si è da tempo aggrappato all’idea di avere a che fare con stranezze tipiche di società arretrate. L’inarrestabile modernizzazione, credevano in molti, avrebbe prima o poi posto fine a questi atavismi, anche se non sarebbero state da escludere possibili ricadute. Ultimamente, dopo l’avvento dei regimi totalitari nel Ventesimo secolo, questa illusione avrebbe dovuto perdere attrattiva; nondimeno, resiste ancora oggi in senso negativo nello stereotipo "oscuro Medioevo" o in senso ottimista quando si parla di "Paesi in via di sviluppo".
In ogni caso, le energie omicide del presente non si lasciano ricondurre in alcun modo a una qualche tradizione. Indifferentemente, che si tratti delle guerre civili nei Balcani, in Africa, Asia o America Latina, delle dittature del vicino Oriente o degli innumerevoli "movimenti" sotto la bandiera dell’Islam, in tutti questi casi non si ha a che fare con rovine arcaiche ma con sintomi assolutamente contemporanei, nella fattispecie con reazioni alla condizione presente della comunità mondiale. Questo vale anche per una religione del tutto rispettabile come l’Islam, che tuttavia - come il giudaismo intransigente - da tempo non sviluppa più alcuna idea produttiva. La sua forza si è manifestata finora esclusivamente nella negazione certa della modernità, alla quale rimane proprio per questo legato.
L’immanenza del terrore, poco importa da dove arrivi, non si manifesta solo nel comportamento degli attori, ma anche nella scelta dei loro mezzi. In quanto a questi ultimi, si tratta di copie patologiche del nemico simili a quelle che produce un retrovirus dalla cellula malata. La sensazione che l’attacco provenga dall’esterno inganna, poiché non esiste uno spazio esterno per l’agire umano e inumano al di fuori del contesto globale. La minaccia è onnipresente come la macchina fotografica, il telefono, Internet e il satellite spia. Gli attentatori di New York sono stati non solo tecnicamente al passo con i tempi. Ispirati dalla logica simbolica occidentale dell’immagine, hanno inscenato il massacro come uno spettacolo per i media. In questo hanno seguito minuziosamente gli scenari dei film dell’orrore e dei thriller di fantascienza.
Una comprensione tanto profonda della civiltà americana non scaturisce da una mentalità anacronistica e soprattutto fa luce sulle presunte convinzioni dei colpevoli. Non è un caso che in un primo momento siano sorti forti dubbi sulla paternità dell’attacco. In Internet i responsabili erano stati individuati nei gruppi statunitensi di estrema destra, altri parlavano di gruppi terroristici giapponesi o di qualche complotto dei servizi segreti sionistici. Come sempre in questi casi, sono fiorite tutte le possibili teorie di congiura. Da queste interpretazioni è possibile valutare quanto è contagioso il delirio degli autori. Esse contengono in ogni caso un nocciolo di verità poiché mostrano quanto siano intercambiabili i moventi. Gli "scritti dei seguaci", retorici ed imparati a memoria, che giungono dopo la maggior parte degli attentati, si assomigliano nella loro vuotezza. L’imitazione reciproca di gruppi di azione totalmente diversi, nell’ambito della propaganda, della tecnica e delle scelte tattiche, parla da sé.
Naturalmente, la ricerca dei moventi è di estremo interesse per gli inquirenti e i servizi segreti, poiché può condurre sulle tracce dei responsabili. Tuttavia, alla domanda da dove provenga l’energia psicologica che alimenta il terrore, l’analisi ideologica non è in grado di dare una risposta. Concetti come sinistra o destra, nazione o setta, religione o movimento di liberazione conducono esattamente agli stessi modelli di azione. Il comune denominatore è la paranoia. Anche nel caso della strage di New York è doveroso chiedersi fin dove può portare il movente islamico; qualsiasi altra motivazione avrebbe fatto altrettanto.
In uno scenario tanto oscuro è impensabile avere delle certezze. Tuttavia, è difficile ignorare una comunanza che informa praticamente tutte le azioni terroristiche che conosciamo. O il livello di autodistruzione a cui gli attori sono disposti. Questo non vale soltanto per i gruppi di cospiratori e per gli innumerevoli signori della guerra, milizie e gruppi paramilitari che devastano gran parte dell’Africa e dell’America Latina, ma anche per i cosiddetti Stati canaglia come la Corea del Nord o l’Iraq. Tali dittature puntano non tanto all’annientamento dei nemici veri o immaginari, quanto alla rovina del proprio Paese. Il pioniere finora ineguagliato di questa aspirazione può essere visto in Hitler, che sapeva di avere dietro di sé la maggioranza dei tedeschi. Nel caso della Russia ci sono voluti settant’anni per raggiungere il collasso totale. E anche l’Iraq è orgoglioso del proprio declino. Naturalmente, diversi "movimenti di liberazione" perseguono obiettivi simili. Algeria, Afghanistan, Angola, Burundi, Cambogia, Cecenia, Ciad, Colombia, Congo, Filippine, Guatemala, Indonesia, Irlanda del Nord, Kashmir, Liberia, Nicaragua, Nigeria, Paesi Baschi, Perù, Ruanda, Salvador, Serbia, Sierra Leone, Sri Lanka, Sudan, Uganda formano un alfabeto degli orrori che non accenna a finire.
Questa logica autolesionista vale anche per l’attacco terroristico agli Stati Uniti. Nel lungo periodo, non sarà l’Occidente a sopportarne le conseguenze più devastanti, bensì proprio quella regione del mondo nel nome della quale è stato compiuto. Per milioni di musulmani si prevedono ritorsioni catastrofiche. Il mondo islamico festeggia una guerra che non vincerà mai. Non solo profughi e migranti in cerca di asilo avranno di che patire. Interi popoli, dall’Afghanistan alla Palestina, dovranno pagare un prezzo politico ed economico immensamente elevato, al di là di ogni legittimità, per le azioni dei loro presunti rappresentanti. La rappresaglia prevista risparmierà gli innocenti tanto quanto l’azione che l’ha provocata.
Ora, tuttavia, la spinta collettiva all’autolesione, per non parlare di suicidio, è un motivo la cui forza l’Occidente si ostina a sottovalutare. Per rendere l’incomprensibile almeno in parte comprensibile, la riflessione sul proprio passato è a quanto pare insufficiente. Per questo è forse opportuno arrischiare un paragone euristico con eventi a noi più vicini. Uno sguardo alla cronaca mostra quanto è irresistibile, anche nelle cosiddette società altamente sviluppate, la voglia di autodistruzione. Benché tossicodipendenti e skinheads persistano nel privarsi di ogni possibilità di vita, benché ogni giorno ci presenti nuove tragedie familiari e casi di furia omicida, è da sempre dato per scontato che l’istinto di autoconservazione sia e rimanga il presupposto dell’agire umano.
Eppure ogni giorno ci vengono offerte delle controprove. Lo studente offeso nell’orgoglio si scaglia con un coltello su professori e compagni di scuola. Il sieropositivo contagia il maggior numero possibile di partner. Il lavoratore che si sente trattato ingiustamente dal proprio capo si arrampica su una torre e spara alla cieca intorno a sé, incurante e anzi consapevole che il massacro accelererà la propria fine. Anche in questi casi i moventi specifici sono secondari: spesso rimangono sconosciuti anche all’autore. La fascinazione individuale per la morte presenta alcune analogie con il meccanismo che fa agire gli attentatori. In entrambi i casi, il suicida individuale o collettivo antepone ad ogni altra alternativa una fine catastrofica; e questo indipendentemente da quanto reale o immaginaria sia la catastrofe senza fine alla quale si vede esposto. L’unica differenza sta nella portata delle sue azioni. Se lo skin possiede solo la sua mazza da baseball o il piromane la sua tanica di benzina, l’attentatore ben istruito dispone di finanziatori, di una logistica di alto livello, dei più aggiornati mezzi di comunicazione, di tecniche di cifratura e presumibilmente, nel futuro, persino di armi atomiche, biologiche e chimiche.
Per quanto possa essere diversa la misura dell’orrore, vi è una cosa che accomuna tutti questi autori: la loro aggressività fluttuante è rivolta non solo verso gli altri, ma soprattutto verso loro stessi. Se il terrorista è in grado di far valere per sé una meta più alta, tanto meglio. Non importa di quale fantasma si tratti. Qualsiasi elevata istanza può fare al caso: qualunque ordine divino, qualunque santa patria, qualunque rivoluzione. All’occorrenza, tuttavia, il suicida-omicida agisce anche senza tali giustificazioni di seconda mano. Il suo trionfo sta nel fatto che non lo si può né combattere né punire, perché ci pensa lui stesso. Anche il suo comandante più lontano attende nel bunker il momento della propria eliminazione, godendo, come già sapeva Elias Canetti mezzo secolo fa, alla sola idea che prima di lui tutti gli altri, inclusi i suoi seguaci, incontreranno la morte. Chi preferisce rimanere in vita difficilmente capirà tutto questo.
Benché coloro che non sono contagiati dalla furia omicida rappresentino una schiacciante maggioranza, essi non hanno alcuna chance nel momento del confronto con gli aspiranti suicidi. E dal momento che probabilmente esistono centinaia di migliaia di bombe viventi, la loro violenza ci accompagnerà nel Ventunesimo secolo. Anche il sacrificio umano, consuetudine antichissima della specie, va incontro in tal modo alla propria globalizzazione.