RASSEGNA STAMPA

18 SETTEMBRE 2001
VITTORINO ANDREOLI
Il paradosso di Abramo

Obbedire a Dio o seguire la ragione? Ma il dilemma che separa atei e credenti è spesso un inutile gioco di divisione

"Nella vita quotidiana fede e intelletto coprono settori diversi e paiono ontrapposti"

"Tutte le guerre si fondano sui sentimenti e poi vengono rivestite di falsi abiti razionali"

L'uomo conosce il mondo attraverso due processi mentali: quello della razionalità e quello del credere. Il primo si svolge entro il tempo e attraverso una sequenzialità che è propria dei principi della ragione, come quello di non contraddizione; il secondo processo, determinato dal credere, è invece immediato, in parte staccato dal tempo e dallo spazio, segue propri principi tra cui quello della partecipazione secondo cui uno può essere in un luogo e in un altro nello stesso momento: in qualche modo è antitetico alla ragione.

Il credere e la ragione non vengono qui posti nella loro dimensione teorica, ma in quella del comportamento quotidiano. Ognuno di noi agisce sulla base di questi due tipi di conoscenza: la razionalità oppure la fiducia, che ha la stessa radice del termine "fede". Se sul piano dei principi si tratta di due modalità di conoscenza assai ben caratterizzate e distinte, sul piano dell'esistenza esse coesistono tanto da poter dire che ciascuno di noi si regola talora su basi logiche, talora sulla pura fede: su convinzioni che, se passate al solo vaglio della ragione, non reggerebbero o addirittura apparirebbero sbagliate.

In senso generale, usiamo la ragione per questioni che non toccano i sentimenti o li sfiorano solo marginalmente, mentre il "credo" si impone in questioni che hanno un grande impatto emotivo. Se ci troviamo di fronte a una decisione di vita o di morte, usiamo il "credo"; se si tratta di una questione fredda che non ha implicazioni immediate e la cui soluzione può essere pertanto spostata, si sceglie la via della conoscenza progressiva, quella appunto che si raggiunge nel rispetto del principio di causa e effetto e di ragion sufficiente: la causa proporzionata all'effetto. Insomma, se mi trovo in stato di angoscia e devo agire subito, lo faccio seguendo un "credo", affidandomi a Dio o magari a un padre terreno a cui demando la totale fiducia; se si tratta di una curiosità che stimola e coinvolge innanzitutto la mia intelligenza, allora avverto esigenze scientifiche e voglio che mi sia dimostrata la risposta passo per passo: una conclusione che chiamo vera o corretta.

È del tutto errato pensare che gli uomini si distinguono nettamente in razionali e fideisti, poiché ciascuno è l'uno e l'altro a seconda delle condizioni, delle situazioni, in una parola in relazione alle esperienze. Se un medico deve affrontare una serie di sintomi illustrati direttamente da un proprio paziente segue dei principi scientifici (che si fondano sulla razionalità), se gli stessi sintomi sono presentati da un suo familiare, il medico entra in difficoltà tanto da rischiare decisioni avventate: i sentimenti si affidano ai "credo" poiché hanno bisogno di risposte immediate. Un individuo può tendere a spiegazioni logiche più di un altro, ma anche costui applica in certe situazioni il "credo": uno "strumento" (o via) assolutamente essenziale in particolari circostanze.

Chi scrive è vissuto in ambiente scientifico e con maestri di grande razionalità, convinti che la vita dovesse essere controllata dalla ragione, eppure gli è capitato di assistere ad alcuni loro comportamenti assolutamente magici. Per dire, un professore di Patologia generale, razionalista puro, quando veniva avvicinato da un assistente che si diceva portasse iella, scappava dentro il suo studio per compiere liturgie innominabili: posso dire che è stato uno dei miei maestri di marxismo-leninismo?

Insomma gli strumenti del nostro capire sono due e talora entrano in conflitto e possono causare un malessere che giunge al dramma. Soren Kierkegaard in Timore e tremore ripercorre, e quasi si immedesima, nella esperienza di Abramo che riceve da Dio l'ordine di sacrificare il proprio figlio unigenito Isacco. Egli deve portarlo sul colle e qui sacrificarlo al Signore. Una situazione d'angoscia: da una parte egli ha sentito la voce di Dio, non ha dubbi su ciò e non può disubbidirlo poiché tutta la sua vita è stata legata a quel Dio. Dall'altra la sua ragione gli dice che ammazzare il proprio figlio è follia, è contro la logica, ma anche contro la morale e quindi contro quello stesso Dio su cui essa si fonda. Il dramma è tra seguire la ragione oppure il cuore.

Kierkegaard esplicita quel tremendo dubbio, se sia da seguire la ragione e dire non solo di no, ma anche negare quel Dio che lo chiede oppure ubbidire sulla forza di quel legame affettivo, sulla dipendenza dal Signore che gli dà garanzie di verità: questo è bene per il semplice fatto che è Dio a chiederlo. Abramo, come è noto, segue la fede e sconfigge la ragione. Mentre sta per ammazzare il figlio, il Signore gli ferma il braccio. È la vittoria della fede sulla ragione: un episodio - diremmo noi oggi - folle. Io - immagino - avrei seguito la ragione e a quel punto mi sarei forse inimicato il Signore, non avrei risposto alla prova di una alleanza ancor più forte su cui fondare compiti straordinari che solo a un uomo di fede certa potevano essere attribuiti.

Nella storia ci sono stati tentativi per affermare che "la fede non è contraria alla ragione" e san Tommaso ne è stato uno dei massimi teorizzatori. Ma se vediamo lo stesso problema sul piano del quotidiano e sull'agire, osserviamo che i due sistemi di conoscenza, razionale e fideistico, sono esattamente contrapposti, anche se, lo ripetiamo, coprono esigenze diverse. Si tratta insomma di due "strumenti" diversissimi e con compiti differenti, entrambi servono a vivere e a risolvere problemi vitali: immediati oppure dilazionabili e di cultura.

Da quando si è voluto sostenere la compenetrazione delle due vie si è in realtà aperta la strada alle razionalizzazioni: esistono persone che vogliono negare la fede poiché a ogni scelta di fede mettono subito un abito che sembra compatibile con la razionalità, ma se si analizzano bene, si scopre sempre che sono rivestimenti inidonei e errati. Se io do una sberla a un mio simile, sulla base dell'odio, subito posso razionalizzare il gesto affermando che dovevo difendermi da un pugno che mi stava per dare, senza che ciò corrisponda al vero. In tutte le guerre che si fondano sempre sui sentimenti e l'irrazionale, si è razionalizzato e sempre si è ammazzato per difendersi: la guerra di distruzione viene posta all'insegna della pace. Insomma le razionalizzazioni sono sempre false.

Esistono certamente delle età in cui domina la fede: la fanciullezza e la vecchiaia. E ci sono civiltà che vivono soprattutto di fede, come i cosiddetti popoli "primitivi" strutturati sui riti magici. Analogamente si tende a dire che le religioni favoriscono un tipo di comportamento a differenza della ragione. È significativo che uno degli esiti della Rivoluzione francese, contro la fede, sia stata la Dea Ragione. Posso garantire che, avendo vissuto in Africa a contatto con gli sciamani, essi applicano un serie di conoscenze "razionali" e che anche le religioni usano un sapere raggiunto con i criteri della logica.

L'uomo, dunque, è una creatura che si muove sulla base di conoscenze che derivano da fonti non razionali e altre dalla scienza e che tutte hanno una dignità anche se con domini differenti. Sarebbero sufficienti considerazioni come queste, tratte dal quotidiano e dalle strategie dell'esistenza, per diminuire la contrapposizione tra le culture del credo e quelle della scienza, sulla considerazione appunto che anche il più puro degli scienziati affonda nei "credo" e che l'uomo di fede è in realtà anche di ragione. Il problema diventerebbe in maniera più semplice quello di distinguere bene, volta per volta, quando dare il privilegio all'una via piuttosto che all'altra: ci si deve abbandonare alla fede in alcune condizioni di bisogno e alla ragione in altre. Pasteur, grande biologo e grande cattolico, diceva paradossalmente di mettere il credere (la religione) in un cassetto quando entrava in laboratorio, ma di riprenderlo appena usciva.

Finirebbe la lotta tra i credenti e i non credenti, tra quelli che agiscono secondo scienza e di nascosto fanno corna e riti scaramantici e i credenti relegati ai livelli della ignoranza umana. L'uomo per vivere ha bisogno di ragione e di fede: pieno di fede in alcune esperienze e correttamente razionale in altre. Se poniamo attenzione al nostro comprendere e agire ci convinciamo facilmente che la lotta tra fede e ragione è un inutile e pericoloso gioco di divisione.
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