RASSEGNA STAMPA

17 SETTEMBRE 2001
BERNARDO VALLI
SE LA GUERRA DIVENTA UNA CROCIATA

Le immagini di Manhattan mi hanno sorpreso durante un viaggio in Cina: e ho avuto l'impressione che, dopo avere assistito al crollo delle torri gemelle del World Trade Center, i miei interlocutori cinesi guardassero con una certa perplessità le loro nuove foreste di grattacieli, esibite fino allora con tanto orgoglio. Quei concreti simboli del loro successo, e, in qualche modo, del loro allineamento sul mondo globale, risultavano all'improvviso tragicamente vulnerabili. Per un istante sono stati forse anche colti dal dubbio di avere puntato sul modello sbagliato.

La reazione successiva è stata: "Ma che guerra è?". L'istintivo sentimento iniziale di fragilità provato dai cinesi, sull'altro versante del globo, e il successivo altrettanto istintivo loro interrogativo circa la natura del conflitto che ne deriva, continuano ad assillare in questi giorni gli uomini di tutti i paralleli. Sono un sentimento e un interrogativo strettamente collegati: perché per vincere la prima sensazione di sgomento è necessario provare con la forza l'invincibilità dei principi, dei valori rappresentati dalla Città ferita. Più di ogni altra città, New York riassume infatti la nostra epoca: ne è l'ombelico, anche per il suo carattere cosmopolita. Una guerra è dunque inevitabile. Ma il termine guerra è appropriato? E, comunque, che guerra?

Per farla, una guerra, bisogna essere almeno in due. Almeno due nazioni, due capitali, due Stati, due popoli, due eserciti, due bandiere, un fronte, degli obiettivi precisi. In questo caso l' avversario è invece una nebulosa di gruppi terroristici, di integralisti islamici annidati in alcuni paesi musulmani, dove trovano asilo e usufruiscono di complicità a diversi livelli.

Dove dirigere le spedizioni punitive? George W. Bush ha spiegato che la "nuova guerra" non sarà di breve durata e non sarà indolore. Il dogma della mortezero, che non consentiva agli americani perdite umane, è finito: la strage di Manhattan l'ha cancellato. Non si vendicano i morti risparmiando le vite. Confermati i pesanti sospetti su Osama Bin Laden, e tutto lascia pensare che lo siano già, l'Afghanistan, dove il miliardario saudita si nasconde, è ormai uno degli obiettivi. La prima rappresaglia dovrebbe abbattersi su quella terra, tra le cui montagne sono stati umiliati tutti gli eserciti stranieri che vi si sono inoltrati. Da quello britannico nell'800, a quello sovietico nel '900. Un paese trappola dunque, in cui è azzardato addentrarsi. Ma in cui è inevitabile andare, perché tra le sue montagne si trova il Male.

Se con un'operazione audace e fortunata l'America riuscisse a portare Bin Laden davanti a un tribunale, sarebbe un enorme successo. Ma è più probabile che, almeno nell'immediato, ci si dovrà accontentare, nel caso l'Afghanistan restasse l'obiettivo iniziale, di una dimostrazione di forza.

Qualcosa di simile a quel che accadde con l'incursione su Tokyo effettuata con grande audacia nell'aprile '42, quattro mesi dopo Pearl Harbor, dall'aviazione americana. Per il Giappone imperiale fu un graffio, ma sull'opinione pubblica americana l'avvenimento ebbe un grande effetto. Ed anche oggi essa ha bisogno di una reazione.

Gli Stati Uniti, ha precisato più di ogni altro Paul Wolfowitz, sottosegretario alla Difesa, non si limiteranno a catturare i colpevoli, ma faranno di tutto per annientare i loro rifugi e coloro che li sostengono, ossia gli Stati complici dei terroristi. Presa alla lettera questa dichiarazione significherebbe - secondo il New York Times - che l'Iraq, l'Iran, la Siria, il Sudan, e naturalmente l'Afghanistan, ossia Paesi che nel loro insieme contano 160 milioni di abitanti, potrebbero in linea di principio essere investiti da operazioni militari. Le parole, in queste ore, sono spesso dettate sia dalle emozioni sia dall'intransigenza tesa a soddisfare un Paese ferito nei cuore e nell'orgoglio. In questo caso è rassicurante lo scetticismo con cui le raffreddano i commentatori newyorkesi, fermi nel loro razionalismo anche nella tempesta delle emozioni. La civiltà liberale ha un preciso dovere verso se stessa: deve esercitare la sua capacità di analizzare le situazioni, compresi i propri comportamenti, soprattutto nei momenti in cui le passioni sono travolgenti. E in questi giorni le passioni spingono a identificare nella nebulosa dei gruppi terroristici l'intero mondo musulmano. Quasi essi ne fossero i legittimi rappresentanti. L'identificazione si precisa nella mente di molti, sempre più convinti che ci si prepari a quello che Samuel P. Huntington profetizzava dieci anni or sono: ossia a uno scontro tra civiltà. Da un lato l'Occidente dall'altro l'Islam. Da un lato il Bene dall'altro il Male.

I sostenitori di questa tesi, e tutti coloro che in qualche modo l'alimentano, si assumono gravi responsabilità. Deformano, anzitutto, la realtà.

Nell'Islam, in questa fase della storia in modo più acuto che altrove, si scontrano integralisti e modernisti, estremisti e moderati, due concezioni opposte della vita. Quando parliamo dell'Algeria, mettiamo in risalto il terrorismo che si dichiara islamico, ma trascuriamo la società vittima di quel terrorismo, che basandosi su autentici principi islamici, ha resistito a quel fanatismo e gli ha impedito di assumere il potere, relegandolo in un brigantaggio cronico. Lo stesso vale per l'Egitto. L'Iran è stato l'epicentro della più intensa rivoluzione ("tesa a regredire nel passato") che l'Islam abbia conosciuto negli ultimi secoli: ma dopo il prevalere dell'ala radicale quella rivoluzione conosce via via lampi sempre più frequenti di razionalità, sotto la spinta popolare. L'israeliano Shimon Peres distingue con onestà intellettuale le due anime anche tra i palestinesi, in cui Ariel Sharon vede invece soltanto terroristi. Peres nega che vi sia uno scontro tra civiltà, una guerra di religione tra Islam e Occidente. Pensa che in tutti i campi ci siano fanatici e moderati. E' un integralista musulmano che ha ucciso Sadat, ed è un integralista ebreo che ha ucciso Rabin. Ariel Sharon ha sempre respinto la pace di Rabin, alla quale Peres ha contribuito senza fortuna.

I terroristi vanno inseguiti, neutralizzati, se possibile portati davanti a tribunali e giudicati per delitti contro l'umanità, e se è proprio impossibile seguire simili procedure, la loro fine non susciterà troppa commozione. Ma è con la collaborazione delle preponderanti forze moderate musulmane, recuperate attraverso una paziente azione diplomatica, con aiuti economici ed altresì con fermi richiami all'ordine rivolti ai governi troppo indulgenti, che va condotta l'operazione. E' una strategia lenta, troppo lenta, che certo non si addice alle passioni del momento. Ma una guerra di religione equivarrebbe alla vittoria dei terroristi. Per Osama Bin Laden, che nella semplificatrice civiltà delle immagini li rappresenta tutti, sarebbe un trionfo.

L'Occidente deve interrogarsi sui motivi che alimentano un forte sentimento antiamericano, vedi antioccidentale, anche nelle maggioranze moderate musulmane. Proprio quelle su cui si deve contare per arginare l'ondata terroristica. Amici del Cairo e di Algeri non mi hanno nascosto, al telefono, che le immagini di Manhattan hanno sollecitato in loro sentimenti contrastanti. L'indignazione non gli impediva di pensare che "infine" anche loro, gli americani, vivevano esperienze tragiche, simili a quelle cui sono sottoposti gli arabi da decenni, senza che l'Occidente versi una lacrima. Il rancore accumulato durante la guerra del Golfo è in larga parte all'origine del sentimento di oggi. Quel conflitto fu (a mio avviso) inevitabile. Saddam Hussein andava fermato, altrimenti adesso sarebbe alla Mecca e a Medina. Ma l'arroganza con cui fu condotta la spedizione ferì l'orgoglio degli arabi. Non importa se formalmente molti paesi musulmani erano schierati con gli americani. Seguendo il trionfalismo delle televisioni occidentali, le folle considerarono quella guerra una crociata. Le risoluzioni dell'Onu sul conflitto israelopalestinese non applicate, o bloccate dagli americani perché sfavorevoli allo Stato ebraico, hanno messo puntualmente in luce, per i musulmani, l'ingiustizia internazionale ai danni degli arabi.

Una "nuova guerra", dunque? Ma la guerra c'è già: ce n'è una in corso in Algeria tra integralisti e modernisti; e altre ancora in Egitto, in Giordania, in Arabia Saudita, ovunque si affrontano o convivono difficilmente, o con ambiguità, fanatici e moderati. Persino in Afghanistan c'è una guerriglia contro gli estremisti religiosi, amici di Bin Laden. Per estirpare il terrorismo bisogna appoggiare le forze migliori che combattono tutte quelle guerre. Non rischiare un confronto con l'Islam.
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