RASSEGNA STAMPA

16 SETTEMBRE 2001
ARMANDO MASSARENTI
La libertà che dobbiamo ai romantici

Il pluralismo dei valori e la scoperta di virtù come la sincerità e l’autenticità costituiscono l’eredità preziosa, anche se del tutto involontaria, del movimento anti-illuminista di fine ‘700

Isaiah Berlin, "Le radici del Romanticismo", Adelphi, Milano 2001, pagg. 260, L. 55.000.

Per evitare un equivoco abbastanza diffuso, che tende a vedere in Isaiah Berlin non solo uno studioso ma anche un estimatore del movimento romantico, è bene partire dalla conclusione di queste sei splendide lezioni su Le radici del Romanticismo. Nelle ultime pagine Berlin trae le conseguenze, paradossalmente positive, di un movimento prima filosofico e artistico, poi morale e politico, del quale non manca di descrivere, in maniera talvolta ironica e divertita, talvolta tragica, sempre appassionata, tutte le follie e le stravaganze e da cui non manca di far derivare in maniera diretta fascismi e nazionalismi novecenteschi. Eppure, secondo Berlin — questo è il messaggio che volle trasmettere al pubblico della Bbc che, nel 1965, ascoltò per la prima volta queste conferenze — per quanto possa sembrare strano, il risultato finale, inaspettato, del Romanticismo è il liberalismo. Anzi, proprio la versione del liberalismo da lui stesso prediletta, che si incentra su una difesa coerente del pluralismo dei valori, unico antidoto efficace nei confronti di tutte le Utopie, e gli Ideali di vita e di società perfetta, da cui sono derivate le peggiori catastrofi politiche della modernità: la Rivoluzione russa, in particolare, dalla quale fuggì da bambino con la propria famiglia per rifugiarsi in Gran Bretagna, dove avrebbe vissuto sino alla fine dei suoi giorni, nel 1997, all’età di 86 anni.

Tali catastrofi erano figlie non del Romanticismo, ma della forma di Illuminismo contro cui quel movimento nacque e prosperò. L’errore fondamentale dei Lumi fu di voler trasporre il nuovo spirito scientifico, nelle sue componenti razionaliste ed empiriste, a tutte le sfere dello spirito umano, dall’arte alla filosofia morale alla teologia alla politica. Ma dietro questo errore se ne celava un altro, più generale. Gli illuministi finivano per condividere inconsapevolmente un atteggiamento di fondo che aveva caratterizzato l’intera tradizione filosofica occidentale: un "ideale platonico" secondo il quale "la conoscenza è virtù", e tutti i problemi dell’umanità possono essere risolti attraverso la conoscenza sempre più accurata del mondo e dei fatti. La teologia (e la teocrazia) tradizionale, l’Illuminismo alla Voltaire (ma non, per esempio, alla Diderot), il pensiero socialista e progressista del diciannovesimo secolo, secondo Berlin, hanno condiviso una stessa prospettiva secondo la quale tutte le domande autentiche devono avere una e una sola risposta vera; inoltre deve esserci una via sicura, un metodo, per arrivare alla scoperta di queste verità; e, infine, le risposte vere, una volta trovate, devono per forza essere compatibili tra loro e formare un tutto unico, perché una verità non può mai rivelarsi inconciliabile con un’altra verità. La stessa morale fa riferimento alla soluzione di questo "puzzle cosmico", e si impronta a un ideale di vita perfetta, che scioglie ogni dilemma e ogni conflitto, fondata sulla comprensione delle regole che governavano l’universo.

È per aver attaccato frontalmente questo ideale che il movimento romantico ha prodotto, secondo Berlin, in un periodo della storia e in un luogo ben identificabili — in Germania, negli ambienti del pietismo, tra la seconda metà del Settecento e i primi decenni dell’Ottocento — "la massima trasformazione della coscienza occidentale, quantomeno nel nostro tempo". Il Romanticismo, spostando l’asse dei valori dalla presunta "oggettività" che aveva dominato fino ad allora verso la sfera della creatività dell’artista e dell’individuo distrusse da un lato l’estetica basata sull’armonia e la bellezza e dall’altro le nozioni di verità e di validità in etica e in politica. La stessa conoscenza non ha niente di oggettivo. Tutto è dominato dalla "volontà" e dalla forza creatrice. Nella morale contano di più le buone intenzioni delle conseguenze delle azioni. Ciò è completamente nuovo per l’umanità. Solo un secolo prima, nel Seicento, sarebbe stato impossibile, nel caso di un conflitto religioso, imbattersi in un ragionamento del tipo: "D’accordo come protestante sei un odioso eretico, che conduce le anime alla perdizione, ma il fatto che tu sia sincero e che sia disposto a dare la vita per le fesserie in cui credi, ti rende moralmente ammirevole". E invece è proprio questo uno dei tratti più pervasivi e più duraturi del Romanticismo, che nei casi peggiori finisce per giustificare, in nome della sincerità e dell’autenticità, anche i comportamenti più assurdi e fanatici, ma che nel contempo contribuisce al diffondersi dell’idea, autenticamente pluralistica, secondo cui non esiste una soluzione unica e generale a tutti i problemi morali, che diversi valori e diversi modi di vedere il mondo possono coesistere anche se talvolta il conflitto sarà destinato a esplodere e a trasformarsi in tragedia.

Tutto questo è avvenuto per vie per nulla scontate, che Berlin ricostruisce abbattendo non pochi luoghi comuni e rileggendo in maniera del tutto inedita alcuni capitoli della storia della filosofia. Anche pensatori antiromantici come Hume e Kant hanno contribuito, senza volerlo, a quella rivoluzione. Fu Hume a ispirare indirettamente Hamann, per Berlin il primo vero prototipo del pensatore romantico, il quale dall’impossibilità di dimostrare razionalmente le concatenazioni casuali e l’esistenza del mondo esterno trasse conseguenze irrazionalistiche (e spesso incomprensibili). Tutti i rappresentanti del Romanticismo, al di là delle loro enormi differenze che hanno fatto persino dubitare della esistenza di un vero movimento, secondo Berlin condividono almeno due aspetti: l’idea che tutto è affidato alla volontà, e che dunque i valori non si scoprono, si creano; e il fatto che non esiste alcuna struttura del mondo. A cui va aggiunto un terzo elemento: che tutto può, anzi deve, essere messo in discussione: leggi, regole, costituzioni, canoni artistici, scienza, buon senso, ecc. Il mondo, sosteneva Hamann estremizzando Hume, lo si conosce solo attraverso un atto di fede, e Dio non è un geometra ma piuttosto un poeta. Kant — che come Hamann era pietista — contribuì con la propria idea di una morale basata sull’autonomia e la libertà individuale (senza le quali non è possibile alcuna responsabilità), poi elaborata da Schiller e Fichte, alla diffusione di un "Romanticismo moderato", contrapposto a quello definito da Berlin "senza freni" di Shelling e Schlegel e di scrittori come Tieck e Hoffmann.

Del Romanticismo Berlin non condanna del tutto la pretesa di imporre alla realtà un modello estetico. Ma il tentativo di convertire la vita in arte — scrive — presuppone "che gli esseri umani siano una massa inerte, nient’altro che un tipo di materiale, come tipi di materiali sono i colori e i suoni"; e nella misura in cui ciò non è vero, nella misura in cui gli esseri umani per comunicare tra loro sono costretti a riconoscere che ci sono "valori comuni", "fatti comuni", e un mondo comune in cui si vive; e nella misura in cui non tutto ciò che la scienza e il senso comune dicono è insensato e falso, il Romanticismo "pienamente dispiegato" mostra tutta la sua fallacia. Per fortuna esso sopravvive nelle nostre società liberali in forme assai più blande. I più radicali sostenitori della totale imprevedibilità delle attività umane "sono saltati in aria sulla bomba che avevano fabbricato", sommersi dalle loro più assurde farneticazioni, ma — mirando a tutt’altro — hanno finito per preparare per noi un mondo più aperto e liberale.
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vedi anche
Filosofia (e) politica