RASSEGNA STAMPA

15 SETTEMBRE 2001
BEPPE SABASTE
Il nemico ovunque

Il filosofo francese non ha dubbi: dopo New York l'America e costretta a fare la guerra contro gli anonimi e gli invisibili

Il "globalitarismo" ha scatenato un processo che va dal revisioniamo storico sulla Shoah a una industrializzazione dell'oblio

Quello dei kamikaze è un nuovo terrorismo che segna l'ascesa del soldato ideale, irreale perché scompare nell'azione

Già martedì scorso, il filosofo e urbanista Paul Virilio non aveva esitazioni né dubbi: siamo di fronte a un atto di guerra. Guerra vera. Realtà, non una rappresentazione. Lui che, ripete, è un enfant de guerre, vittima di guerra, e ha fatto anche quella d'Algeria, non consente di scherzare o compiacersi con speculazioni su cinema e simulazioni del reale, come è avvezzo l'amico Jean Baudrillard. "Non è cinema, è guerra reale. La dimensione hollywoodiana lasciamola alle spalle, forse era nelle teste degli americani, che avevano dimenticato la realtà. Ciò che è accaduto è più grave e più forte di Pearl Harbor, e non solo come numero di morti, è importante come Hiroshima, e senza precedenti nella storia della geostrategia. Tutto questo smitizza i film di catastrofi, e le facili idee sull'irrealtà e la realtà, nonché la divisione in pessimisti e ottimisti. La realtà ha superato la finzione, è una sua rivincita". E, del resto, anche quando studiava l'innesto di cinema e guerra (un suo libro è dedicato a Guerra e cinema. Logica della percezione), Virilio non si occupava di John Wayne o dei film di guerra, cioè di finzione, ma del ruolo reale e strategico della cinepresa nella realtà.

Virilio è noto in tutto il mondo come studioso dello spazio, della velocità ("la velocità è già guerra") e dei suoi effetti politici, di geostrategia e di "estetica della sparizione". Ha descritto l'informatizzazione planetaria, i cui effetti hanno cancellato lo spazio e il tempo storici a favore di un'istantaneità assoluta, di un cyberspazio (e cybertempo) il cui impatto con la nostra vita crea un disorientamento ancora sottovalutato, pari almeno a quello provocato sugli uomini del Quattrocento dall'introduzione dello spazio reale, della prospettiva: un disorientamento che si accompagna alla deregulation sociale e a quella dei mercati finanziari. Di recente ha scritto anche come "critico d'arte", stigmatizzando il culmine della mancanza di pietà (e di compassione) nell'arte contemporanea, alienata e complice dell'inganno connaturato alle nuove tecnologie, condito da effetti truculenti e grand-guignol. Ripropone da tempo un pensiero dell'evento, della Storia, contro il dominio della tele-presenza che la polverizza. Critico del nuovo totalitarismo cibernetico e dei suoi effetti mortiferi, del controllo macro-politico che lui chiama "globalitario" totalitario e globale) da anni invoca una nuova consapevolezza, una Weltanschaung capace di interpretare questi dati e di fronteggiare la negazione del reale (e del vero) che tutto questo comporta. "Il globalitarismo - dice - basato sulla velocità e sulle tecnologie del tempo reale, sulla contrazione della memoria, sulla mondializzazione del tempo appiattito sull'istante e sul live, ha scatenato un processo che va dal revisionismo storico sulla Shoah a una industrializzazione dell'oblio. Una generale negazione della memoria e della realtà, di tutte le realtà di fatto, non solo quella delle camere a gas ... ".

Simboli e morte

Oggi, però, la nostra conversazione è strana, appesa a un evento che segna una cesura tra i discorsi. Come se l'atto della guerra inaugurato martedì corrispondesse troppo, realizzandole, alle nozioni (implosione e collasso della mondializzazione liberista, ecc.) che circolavano finora nei discorsi. Gli aerei, simbolo e veicolo della mobilità e della flessibilità, della liberà circolazione delle merci e dei consumatori, esplodono, e le Torri della finanza globale, sature di banche d'affari, implodono. Ma ci sono ventimila morti e una città distrutta.

Per quanto riguarda la dinamica, la strategia dell'atto di guerra contro le Torri Gemelle, non ha molto da aggiungere, dice, a quanto ha già scritto e profetizzato nel terzo capitolo, dal titolo New York délire, del suo libro dal titolo agostiniano, Un paysage d'évènements (Un paesaggio di eventi), Capitolo nato come commento all'attentato terroristico contro lo stesso grattacielo compiuto nel febbraio 1993 da un camioncino imbottito di esplosivo. All'epoca, presidente della scuola internazionale di architettura, Virilio fu l'unico a non sottovalutare la portata dell'evento, a dare l'allarme sul piano geo-strategico: "Ciò che era prevedibile, dice, non è stato preso sul serio da urbanisti architetti e politici, forse per l'ottimismo beato degli americani. Oggi ricevo anche troppe lettere e telefonate su questo".

Scompaginando aspettative strategiche, rivelando vulnerabilità e inadeguatezze da parte dell'Occidente e soprattutto della superpotenza americana, questo atto di guerra suggerisce a Paul Virilio un'altra osservazione per lui capitale: il carattere "mistico" dei nuovi soldati. "Le loro azioni, dice, hanno una dimensione religiosa, mistica. I kamikaze non sono figure e forme politiche, ma religiose, della guerra, come forse la mistica giapponese del vento... Si tratta di un nuovo terrorismo (anche se in realtà è una guerra) suicida, senza rapporto con la figura tradizionale dei guerrieri. Ovunque sia e agisca questo terrorismo è nuovo perché segna l'ascesa di un soldato ideale, cioè irreale, di cui non si può nemmeno dire che scelga l'azione, visto che scompare in essa. La sua non è nemmeno più un'azione, nel senso in cui la intendiamo. E di questo si parla troppo poco, anche se è la cosa più pericolosa per la democrazia. Non si ha a che fare con un soldato-cittadino che difende la propria casa e patria, ma con un nuovo personaggio di soldato-suicida ... ".

I Talebani e Internet

Mi soffermo, con l'autore di La bomba informatica, su un probabile paradosso, che di per sé ci costringe forse a un'autocritica per l'enfasi posta sulle nuove tecnologie. Il fatto cioè che i Talebani (ammesso che siano loro i nemici) siano l'unico regime per cui Internet è proibito e che forse proprio per questo sfuggono ai sofisticati dispositivo di controllo delle nostre Intelligence. Ma, per quanto la loro forma di attacco appaia obsoleta ed elusiva rispetto alle difese ultrasofisticate della democrazia americana (dirottatori che usano coltelli, aerei di linea diretta contro case abitate da piloti suicidi, ecc.), Virilio ribadisce il carattere tecnologico dì questi atti di guerra, "impossibili senza i sistemi live dei telefonini, senza i meccanismi di sincronia dati dalle nuove tecnologie. Mi colpisce moltissimo, anche in questo evento - continua il filosofo - la sincronizzazione, che è sempre legata alla velocità della luce".

Azzardo un parallelo - che riconosco improprio e abusivo ma non censurabile, se non altro sul piano di un'estetica della sparizione e dell'impermanenza - tra la distruzione dei Buddha di Barniyan, in Afganistan, e quella delle Twin Towers a Manhattan. "Nel caso dei Buddha, dice Virilio, si trattativa di furore iconoclasta che ricorre in ogni religione e civiltà (pensiamo soltanto alla distruzione delle Cattedrali durante la Rivoluzione francese), di intolleranza, tragica, mostruosa, scandalosa, ma comunque limitata. A New York, ripeto, si ha a che fare con un atto di guerra, nemmeno di terrorismo, oppure di un terrorismo totalitario, che è la stessa cosa della guerra. Si può, certo, parlare di un sapere mediatico, o perfino di un'estetica mediatica dietro questo atto, essendo stati attaccati dei simboli, dei logo, ma non bisogna metaforizzare troppo. Dopo questo atto, è davvero tutto il mondo che cambia. Lo ripeto, è il primo atto della prima guerra mondiale del XXI secolo, guerra della mondializzazione, così come l'attentato a Sarajevo nel 1914 è stato l'inizio della prima guerra mondiale".

Ma una guerra contro chi, ci chiediamo, consci delle ambiguità cui ci costringe questo evento dagli effetti immani ma dai contorni così incerti e sfumati? "E' il proprio del terrorismo essere anonimo e cieco, sfuggente". Ed è il proprio della mondializzazione, occorre aggiungere, cioè di una condizione politica e mediatica - post-democratica - della Terra, che non ha più un fuori, un'esteriorità, avere il proprio nemico ovunque, anche all'interno, invisibile e anonimo. Uno scenario da Maschera della morte rossa di Edgar Allan Poe, contro cui non c'è rifugio atomico che tenga.

Dall'incidente all'accidente

"E' guerra - spiega Virilio - perché supera lo stadio dell'attentato e quello del tumulto. Nelle società antiche, nella preistoria della guerra, ci sono il tumulto e l'attentato, ma oggi anche un solo uomo, la cui coefficienza distruttiva è tale a quanto è accaduto a New York, può determinare una guerra. Una miniaturizzazione, forse, la cui efficacia uguaglia la guerra. In fondo, nella seconda guerra mondiale tantissimi aerei da bombardamento provocarono alcune centinaia o migliaia di morti, martedì uno o due aerei hanno prodotto ventimila morti. La prima guerra mondiale è stata la prima guerra sostanziale prodotta da un incidente, oggi siamo di fronte alla prima guerra accidentale, di natura ignota, piena di incognite e interrogativi. Piena di paradossi. Ma lasciamo da parte la teoria, i paradossi, e i punti interrogativi, tutti per ora assorbiti dal punto esclamativo di quello che accade e accadrà".
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