RASSEGNA STAMPA

14 SETTEMBRE 2001
GIANNI VATTIMO
Pronto? C’è Heidegger al cellulare

Il destino dell'uomo nella società tecnologica: intuizioni di un grande filosofo

Nella lettera sull'umanismo, del 1946, Martin Heidegger ha posto in termini espliciti (giacché molti degli elementi di queste tesi erano già contenuti nei suoi lavori precedenti, soprattutto dopo la svolta del suo pensiero negli Anni Trenta) le basi di quello che, sotto molti aspetti, si può chiamare l'antiumanismo di molta filosofia contemporanea. Molti anni dopo, fece scalpore la famosa affermazione di Foucault secondo cui l'uomo era una invenzione recente (delle scienze umane, in fondo) e destinata forse a scomparire, considerata (ma fino a che punto a ragione?) il motto stesso dello strutturalismo.

Erano gli anni in cui la cultura francese si ribellava all'esistenzialismo umanistico di Sartre, che per quanto politicamente "corretto", rivoluzionario, appariva ancora troppo compromesso con una visione eurocentrica della storia; ecco allora anche la presa di posizione di Lévi-Strauss, secondo cui l'antropologia (con il metodo strutturale), dove studiare le società umane come si studiano le formiche. Basti pensare all'insensibilità, anzi ostilità, del marxismo "ortodosso" (il Lukacs della Distruzione della ragione) verso l'avanguardia artistica novecentesca e alla costante diffidenza dei regimi comunisti per la psicoanalisi. Ma anche Adorno e i francofortesi non sono stati abbastanza radicali nel pensare la complicità tra umanismo e metafisica, cioè oggettivismo e tendenziale totalitarismo della razionalizzazione moderna: la dialettica negativa adorniana, e in genere il messianismo utopico della scuola di Francoforte (anche di Benjamin) concludono in un'aporia (il silenzio di Beckett; l'impossibilità di un ordine storico disalienato, giacché quando la redenzione non è più utopia è già burocratismo e nuovo sistema di dominio).

Si può tentare di pensare alla luce di queste suggestioni di Heidegger il destino dell'identità nella società post-moderna? O, anche più radicalmente: si può pensare il destino, in molti sensi dissolutivo, dell'identità nella società della tecnologia, soprattutto informatica, come una chance e non solo come un rischio di distruzione dell'umano? Possiamo cominciare a riflettere su una tale possibilità domandandoci se davvero la dissoluzione del primato della presenza che si attua con l'avvento delle tecniche della comunicazione a distanza - a cominciare dalla fotografia, dal telefono, e dalla trasmissione sempre più rapida della scrittura - sia davvero una perdita di umanità o non nasconda qualche chance emancipativa. La scuola di Heidegger, almeno il filone dei pensatori che hanno seguito più costantemente la sua idea della differenza ontologica, ha sviluppato un pensiero che non idolatra la presenza e anzi vede nella sua progressiva dissoluzione, o indebolimento, il vero filo conduttore di una possibile linea emancipativa della storia dell'essere.

Per cogliere - anche solo embrionalmente - la portata emancipativa del Ge-Stell (la società della scienza e della tecnica) sulla traccia di Heidegger, occorrerà proprio difendere il Ge-Stell dalle teorie di coloro che lo vogliono equiparare al ricupero del villaggio, sia pure, come dice McLuhan, globale. Non pensiamo, cioè, che il mondo della tecnologia informatica vada "salvato", nella teoria e nella pratica, facendone un elemento di ricupero della presenza (in Italia la pubblicità della Telecom: "il telefono, la tua voce"). Siccome il valore umano, di verità, anche della presenza stava proprio nella distanza, bisognerà vedere se (e anche operare perché) sia possibile che l'informatica ricostruisca lo spessore della distanza che costituisce la ricchezza dell'esperienza umana del mondo.

Perché questo ha da fare con il problema dell'identità? Perché la storicità che era costitutiva dell'esperienza auratica (parto per andare a Parigi per vedere in persona la Gioconda; torno e ci ripenso, ne parlo con gli altri, leggo su di essa...) era anche essenzialmente centrata su una soggettività. Per venire al nocciolo di questa (pericolosa, lo riconosco) riflessione, farò un esempio che mi risulta più familiare. I quotidiani in Italia hanno preso l'abitudine di dare un certo spazio anche alle recensioni di opere filosofiche. Se esce un libro di filosofia che ritengo importante, cerco di pubblicarne la recensione su un quotidiano.

Dopo che la recensione è uscita, per lo più metto da parte il libro, non ci penso più. Se avessi scelto la strada del lungo saggio fra sei mesi o un anno, la strada degli autori delle obiezioni alla Meditazioni di Cartesio o dei lettori delle Critiche kantiane, avrei reso meglio giustizia alla profondità dell'opera? Ma se intanto altri commentatori hanno letto la mia recensione e, spesso anche solo il giorno dopo, ne tengono conto discutendo a loro volta il libro, queste varie letture interconnesse non potranno valere come una sola, lunga meditazione di un singolo recensore, fondata su una meditazione di mesi o anni? C'è davvero qualcosa, nel mio individuale ritornare sul libro a distanza di ore, giorni, mesi, che si distingua dal fatto che molti, magari nel giro di una settimana, ne parlano e si parlano tra loro a proposito del suo contenuto? Certo, c'è il fatto che questa "meditazione" non è più legata a una continuità individuale, accade dentro una "memoria" che non è solo e tutta mia, ma che sta, come si suol dire, nella "rete". "Che importa di me, sta scritto sulla soglia del pensatore futuro". Questa frase di Nietzsche - cito a memoria -, il quale peraltro fu uno dei primi filosofi a usare (o a tentare di usare) una macchina da scrivere, non potrebbe fare da motto a questa discussione?

Quanto, nella nostra (anche mia, certo) riluttanza ad accettare di muovere di qui nella valutazione delle nuove tecnologie, non è legato a un umanismo che ha radici nella metafisica e dunque, secondo l'ipotesi heideggeriana in cui qui mi muovo, nella grande nemica dell'umano autentico? Si sta delineando un post-umanismo che non è più nemmeno strettamente legato all'individualità di ciascuno di noi; o meglio, che la rispetta e l'afferma solo nella misura in cui essa è capace di autotrascendersi, di "negarsi", secondo il monito evangelico per il quale chi non perde la propria anima (o vita) non la salva? La civiltà che viene avanti è anche la civiltà dei trapianti, della clonazione, come pure delle intercettazioni globali (Echelon!) che rendono del tutto obsoleta l'idea stessa della distinzione tra pubblico e privato.

Un punto di partenza come quello nietzschiano-heideggeriano a cui qui propongo di richiamarsi non avrebbe niente da obiettare, per esempio, alle intercettazioni globali purché tutti fossero davvero intercettati e tutti potessero accedere alle informazioni così raccolte. Anche le più private, certo, anche quelle relative alla nostra vita intima (il rispetto della quale, penso alla sfera erotica, è spesso legato a tabù sociali, a moralismi propri di specifiche culture e civiltà, che vengono fatti passare per "naturali"). Si può tradurre quel che dico qui anche dicendo che il nemico non è il nichilismo, o la perdita della presenza, eccetera, ma il fatto che non siamo ancora abbastanza radicalmente nichilisti. Io però preferirei dire che nel nostro mondo della comunicazione la verità tende sempre più a sfumare nella (legge della) carità, e che noi ci stiamo a disagio perché non siamo ancora abbastanza caritatevoli.
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