RASSEGNA STAMPA

8 SETTEMBRE 2001
MAURIZIO BLONDET
EUROPA SENZA CITTADINI

La denuncia del sociologo De Rita: creiamo un superstato ma le identità non sono rappresentate

"C'è sempre meno fiducia nelle istituzioni Ma non se ne esce esasperando i conflitti sociali"

"Non vi ha impressionato la composizione sociale del gruppo che, a Genova, infuriò attorno alla tristemente famosa camionetta dei carabinieri? Un commercialista laureato, un barista, un paio di studenti, e un tifoso della Roma. Ossia Carlo Giuliani, sepolto avvolto nello stendardo della sua squadra. Povero ragazzo, con una povera identità". Come un patologo della società, Giuseppe De Rita trae una diagnosi da questo sintomo: "Un tempo, a manifestare erano operai, o studenti. Oggi sono identità molecolari, indefinite, che cercano proprio nel conflitto la definizione di sé". Al convegno "Europa cristiana e democrazie liberali", organizzato dai rosminiani che vivificano l'arcaico santuario di San Michele in val di Susa, il discorso del patologo sociale De Rita ha stordito tutti.

Professor De Rita, lei ha parlato di una molteplice crisi della rappresentanza, ossia della democrazia...

"Premetto: la "rappresentanza" è sempre un'affermazione non solo di interessi, ma di identità. E sono le identità comuni oggi ad essere in crisi. Nel numero di quattro".

La prima crisi qual è?

"Quella della rappresentanza politica. Essa è nata in Inghilterra col principio "nessuna tassazione senza rappresentazione". I sudditi di Sua Maestà si rifiutarono di pagare le tasse senza essere "rappresentati" in Parlamento: così affermarono la loro identità di cittadini".

La base della democrazia...

"Che ora è in crisi. La sfiducia nelle istituzioni è sfiducia che le istituzioni diano identità, che ci rappresentino davvero. Ma le crisi sono quattro".

E la seconda qual è?

"La rappresentanza sociale. Nel secolo scorso, la nascita dei sindacati; non solo la difesa di interessi, ma la formazione dell'identità operaia. Gli "operai" uniti dal sindacato e gli "industriali" nella loro federazione; e tanti altri corpi sociali, le cooperative, le leghe... Tutto finito. Oggi nessuno si appaga nel riconoscersi nella "classe operaia". L'identità non è più collettiva, ma individuale. Nel Nord, l'operaio non conta sul sindacato per l'aumento di salario, lo contratta privatamente. E' la "mia" identità che si afferma, non la "nostra". Quanto alla controparte: ci sono 3,5 milioni di imprenditori, e solo 100 mila sono iscritti a Confindustria".

Veniamo alla terza crisi.

"L'identità territoriale. Oggi che (quasi) nessuno può più dire "sono comunista", e per certi versi non ha più tanto senso dire "sono italiano", si tende a dire: sono padano, del nord-Est, di Viterbo...".

Ma il localismo, l'etnicismo, non sono affatto in crisi...

"Apparentemente. Ma intanto l'Europa si costituisce come un superstato. Uno stato centralista, alla Cavour, omogeneizzante. Lascerà uno spazio alla "rappresentazione" delle identità territoriali? Nell'Unione stanno per entrare i tre Paesi baltici, che insieme hanno un terzo degli abitanti della Lombardia. Avranno più voce in capitolo della Lombardia? Tanto più che queste identità sono complicatissime: non esiste l'identità "pugliese", ma esistono i salentini, o foggiani...Come rappresentarli?".

Infine, la quarta crisi.

"S'è vista a Genova, nel movimento antiglobal. Si intravvede nella minaccia di Cofferati di scatenare "la piazza continua". E' il sintomo di una ricerca, un po' ridicola e certo disperata, di cercare la sfuggente identità collettiva nel conflitto in quanto tale. Identità socialmente disparate, molecolari (come i sei giovanotti attorno alla camionetta dei carabinieri in piazza Alimonda) si coagulano e definiscono nel momento del conflitto".

"Mi oppongo, quindi sono"?

"Difatti quel che impressiona è il carattere "indiscutibile" di ciò che gli antiglobal vogliono rappresentare. Protestano "contro la fame nel mondo", per "la pace mondiale", "contro il razzismo", "contro la speculazione finanziaria". E chi mai si dichiara contrario? Tutti sono d'accordo. Ma proprio questa indistinzione dei fini è, per i manifestanti, un motivo per accentuare la loro conflittualità".

Nel conflitto definiscono se stessi.

"È la vecchia idea marxista: l'identità si forma nella contrapposizione. Ma è un'idea ottocentesca. Nella società complessa di oggi, le identità maturano nella "relazione", non nel conflitto. Però milioni di persone credono ancora nel conflitto".

Vivono in un mondo che non esiste più?

"Il mondo d'oggi è quello dell'estrema soggettività dei comportamenti, delle orizzontalità, delle reti. Può l'antagonismo degli antiglobal creare un nuovo soggetto sociale, magari planetario? Molti sociologi lo credono. Io ne dubito. Anche se gli antiglobal li dovremo tollerare per anni, perché è difficile negare le piazze a chi cerca la proprio identità nel conflitto".

Perché ne dubita?

"Perché tutti i sintomi parlano di un processo enorme di molecolarizzazione sociale. Non siamo più "cittadini", né "operai". Non c'è più "il capitale", ma "capitalisti personali". Insomma nugoli di individui molecolari. E si vede".

Da cosa?

"In vacanza a Courmayeur, ho visto persino lì un banchetto dove i poliziotti raccoglievano firme contro chi li accusa di aver ecceduto a Genova, e anche contro il governo. Dunque un'istituzione, la polizia, è diventata a tal punto corporativa ed auto-referenziale! Per forza: i processi sociali veri non passano più attraverso le istituzioni, e le istituzioni si battono semplicemente per durare, non per il bene comune. Nell'università, nella magistratura avviene lo stesso. E anche nei sindacati. Cofferati "scende in politica"? Per forza, ormai come leader del sindacato è diventato "sovrastrutturale"..."

Ossia superfluo? Ma se sono in crisi tutti i tradizionali mezzi di rappresentanza, la prognosi è infausta per la democrazia.

"Col rischio concreto che l'Unione europea, come accennavo prima, si formi come superstato burocratico, in ascolto delle lobbies, e non di "cittadini" che non sanno più rappresentarsi".

Come evitare questo rischio?

"Come notò Tocqueville analizzando la democrazia americana, società ad alta soggettività orizzontale anche nel 1800, il vincolo, il principio di condensazione erano nella Costituzione, e nei "costumi" civili, "determinati dalla religione"".

La religione come fondamento della democrazia? Proprio ora che la Chiesa stessa sembra in crisi!

"Una crisi culturale. La Chiesa ha dato all'Occidente una cultura dello Stato, ha meditato per prima sulle articolazioni interne del potere legittimo; la Chiesa è radicata nelle realtà locali, territoriali. La Chiesa è "locale" e "globale" al tempo stesso. Insomma ha nella sua storia gli strumenti per aiutare la società molecolare a "condensarsi". Ma corre il rischio di invitare solo alla "moralità". Bisogna ricominciare da capo".

Da dove?

"Heidegger notava che gli intellettuali tendono a pensare la società in questa sequenza: prima pensare, poi costruire, poi abitare. Invece, diceva, la realtà procede all'opposto: prima si abita, poi si costruisce, poi si pensa. Un Paese non "abitato" non può nemmeno pensare".
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vedi anche
Filosofia (e) politica