![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 6 SETTEMBRE 2001 |
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La parola e la visione sono le armi della profezia. La prima scuote, la seconda squarcia. Entrambe abitano il presente e in esso provocano salti d'epoca e rotture. Nell'eremo di Montegiove un incontro su "Profezia e modernità"
Eremo di Montegiove. Una delle dolci colline marchegiane, sopra Fano, il mare sotto. E' una fresca serata tra agosto e settembre: cielo limpidamente stellato, grande luna, sullo sfondo lampi di un temporale appena passato. Si presentano quattrocento persone, ad affollare il prato che si affaccia imprudentemente sulle cellette dei monaci camaldolesi. Programma: un dialogo su "profezia e politica". Attori: due vecchi amici, nemici di tanti altri, membri disincantati di un'antica tribù, Cacciari e Tronti.
Arriva il cardinal Silvestrini, accompagnato da Alessandro Barban priore del Monastero di Fonte Avellana, dove nella tradizione dei seminari di studi avellaniti, si sta svolgendo un convegno su "Ottone III e l'Europa". Ma a Montegiove, tra il 31 agosto e il 2 settembre, è in corso l'appuntamento estivo di Itinerari e incontri, quest'anno appunto sul tema "Profezia e modernità". E quindi ci sono Gianni Vattimo, Pier Cesare Bori, il valdese Paolo Ricca, la biblista Rosanna Virgili, il monaco californiano Thomas Mathus: il tutto coordinato da Gabriella Caramore, curatrice, tra l'altro di "Uomini e profeti", la trasmissione di RadioTre, di cui una ragazza presente ha detto che è la sua vera Messa alle dodici della domenica. Sappiamo però che, nell'affollata serata, metà del pubblico, e forse più, è manifesto. Vai a capire perché! Ci vuole qualcuno che racconti sul giornale. E come? Con un intervista? E con chi? Massimo se ne è già andato di mattina presto, verso Vallombrosa, per una delle sue quotidiane presenze. Con me? Ah no!, io le interviste le dò solo a Ida, parentesi Dominijanni. Una sottile trama si mette in moto, perché sia comunque io a raccontare. Ora, che uno dei protagonisti del dibattito racconti il dibattito stesso è "politicamente corretto"? No, non lo è. Ma allora, se non lo è, lo faccio.
Come narratore valgo poco. Vedi il banale incipit di questo articolo. Quindi non racconto. Voglio solo dire: perché "profezia e politica"? Di questi tempi. Dopo la trionfante chiusura del secolo nel segno dell'antipolitica, dopo la tanto attesa, da tutti, rivincita contro le grandi narrazioni che avevano commesso il peccato novecentesco di mobilitare masse di popolo intorno alle utopie del principio-speranza. Ma che lingua parlate? E com'è che non compare la parola globalizzazione? Non c'è universo di senso, se non si usano le parole di tutti. Ora: primo, dell'universo di senso comune, non ce ne importa proprio niente. Secondo, le parole che usano tutti, finiscono per non dire più niente. Io credo che il pensiero, politico, dovrebbe porsi il compito di dettare, in tempi di diffuso conformismo culturale, un altro ordine del giorno.
Allora. Profezia non è pre-dire, non è nemmeno pre-vedere. Il profeta non vede il futuro, vede il presente. Vede nel presente quello che gli altri non vedono, e dice del presente quello che gli altri non vogliono ascoltare. Deve far vedere, far ascoltare. E a volte è necessario il grido nella folla, o il parlare nel deserto. Così i profeti maggiori dell'Antico Testamento, da Samuele a Isaia a Ezechiele a Daniele, con il picco di Geremia, e i profeti minori da Osea a Malachia. In mezzo c'è l'evento tragico, l'esilio e la caduta di Gerusalemme, di cui "il popolo di dura cervice" non vuol prendere atto, né prima né dopo che è accaduto. Il profeta dice l'irruzione dell'evento: ma qui dovete saper "vedere" la parola uscire dalla barba di Massimo Cacciari. La parola e la visione sono le armi della profezia: la parola che scuote, la visione che squarcia. "Ecco: io metto le mie parole nella tua bocca - dice il Signore a Geremia -. Attento, oggi stesso ti stabilisco sopra le nazioni e sopra i regni, per sradicare e per demolire, per abbattere e per distruggere, per edificare e per piantare" (Gr 1, 9-10). La profezia è pensiero forte. Profetismo ebraico, si dice, per esorcizzare la sua carica dirompente. Ma il profetismo cristiano non è da meno, nella denuncia attraverso il gesto, nella violenza attraverso la parola, nel dramma attraverso la visione. A meno che non si voglia ridurre cristianesimo alla pappa del cuore delle omelie domenicali nelle chiese cattoliche. E non è solo cristianesimo delle origini, da Giovanni Battista a Gesù. C'è anche il seguito, da Gioacchino da Fiore a Sergio Quinzio, per citare solo dei nomi evocati nel contesto. E' vero o non è vero che il secondo Testamento, il Nuovo, si chiude con un testo che si chiama Apocalisse?
E qui è il punto essenziale. Il profeta si espone e si arrischia in un faccia a faccia con la storia del suo tempo. Profezia non è utopia. Non è la prefigurazione dell'isola felice che non c'è, del non-luogo da bramare, che è come la finale Salvezza da attendere, magari dall'inarrestabile progresso umano. Il più incatenato dei riformisti lo troverete sempre aperto ai sogni di utopia. L'utopista, infatti, viene accarezzato. Il profeta, invece, nessuno lo ascolta. Perché fa un discorso di verità sul qui e sull'ora. Dice intanto, crudamente, com'è il mondo. E l'evento che irrompe, non lo predica, lo provoca. La storia che vive non l'accetta, la forza nel senso contrario a quello in cui essa spontaneamente va. Nel "deve accadere" sta tutta la potenza della sua parola. E non è messianesimo. O meglio, non lo è, se si predilige la fede nell'attesa di Ciò, o di Chi, un giorno verrà, o ritornerà. Lo è, se interviene, nel mezzo dell'agire, un punto di discontinuità, un atto di rottura, un salto d'epoca. Se si dà risposta politica alla domanda apocalittica. Nulla a che vedere, attenzione!, con il catastrofismo. E' stato citato Benjamin: "che le cose rimangano così come sono, questa è la catastrofe".
Profezia è discorso di libertà. Libertà dal proprio tempo, e da chi lo comanda. I dominatori non hanno bisogno di profeti. Hanno, per servizio, i loro funzionari, tecnici del fare e comunicatori del dire. I peggiori: quelli dal volto umano. Sono gli oppressi ad aver bisogno dell'azione e della parola profetiche. Profezia è parlare a nome di una parte, una parte di mondo, perché si riconosca, prenda forza da sé e si sollevi contro.
Badate: questo è un de te fabula narratur per la sinistra contemporanea. Non è forma di intrattenimento per l'anima inquieta di figure stravaganti. Che cosa spiega che si viene col manifesto sotto il braccio a sentire di profezia? E' che c'è bisogno di un'altra lingua. Se continuiamo a parlare tutti la lingua dei padroni, come sta drammaticamente accadendo, la cosa è già andata, la prospettiva è già chiusa. Questo poteva farlo, senza cadere in subalternità, solo la classe operaia, con la forza centrale della sua organizzazione. Il problema di oggi, pratico e teorico, è come si esce dalla grande lunga storia del movimento operaio, in avanti, senza tornare indietro, come sta anche qui drammaticamente accadendo. Ci vuole una rottura di linguaggio e uno spiazzamento di orizzonte. Questa commistione del religioso con il politico è solo un esempio. L'altro esempio è il discorso, profeticamente inascoltato, che da anni porta avanti il pensiero femminile. L'attuale ripresa di movimento potrebbe avventurarsi su questo terreno. La politica ufficiale rimane sorda. E finché non sfonderemo qui perderemo sempre. Ma qui valgono le parole della Compìeta, che si canta il sabato sera, a luci quasi spente: "la strada è lunga, e già sopra di noi la notte scende".