![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 5 SETTEMBRE 2001 |
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Franco Rasetti fu con Fermi tra i ragazzi di via Panisperna
Ma poi fece "il gran rifiuto": disse no alla bomba atomica
Ha compiuto un secolo di vita lo scorso 10 agosto E tra qualche giorno festeggerà il compleanno con il Presidente Ciampi
"La fisica - sostenne allora - non può vendere l'anima al diavolo". Così lasciò la disciplina e divenne un grande paleontologo
Pochi lo hanno ricordato. Ma lo scorso 10 agosto un uomo colto e gentile, Franco Rasetti, ha compiuto 100 anni di età. Ora non lavora più. Ma è stato uno dei più grandi fisici italiani del '900. Ed è stato, anche, uno dei più grandi paleontologi italiani del secolo appena trascorso: tra i maggiori esperti al mondo di quella fauna del Cambriano che, 600 milioni di anni fa, diede inizio all'avventura della vita animale sul nostro pianeta.
Franco Rasetti è nato a Castiglion del Lago, in provincia di Perugia. E già settant'anni fa era chiamato "Venerato Maestro". Definizione impegnativa che però, a detta del premio Nobel Emilio Segré, "conteneva almeno un grano di verità". Sia perché Rasetti riusciva, come nessun altro, a insegnare il modo migliore per progettare e realizzare un esperimento "pulito" in fisica. Sia perché coltivava solidi interessi culturali che andavano oltre la fisica. Erano, allora, i tempi di "via Panisperna". E Rasetti era il miglior amico e il braccio destro di Enrico Fermi, il più grande fisico italiano del'900 e il più grande fisico nucleare di tutti ì tempi.
Enrico Fermi era più giovane di Franco Rasetti di un mese e mezzo. Era nato infatti a Roma il 29 settembre del 1901. E tra qualche giorno il comitato presieduto da Carlo Bernardini, alla presenza del capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi, festeggerà ufficialmente, il centenario di quella nascita. Ma Rasetti, benché "più anziano", ne riconobbe immediatamente l'autorità scientifica e la capacità dì leadership non appena lo conobbe, nell'autunno del 1918, all'università di Pisa cui entrambi si erano iscritti.
In questi mesi nacque il sodalizio forse più solido e produttivo nella storia della scienza italiana. La cui comune attività toccherà l'apice tra il 1934 e il 1936, quando Fermi e Rasetti, alla testa dei "ragazzi di via Panisperna", scoprono prima l'efficacia dei "neutroni lenti" nell'attacco al nucleo dell'atomo e poi ottengono, senza accorgersene, la sua prima scissione artificiale.
A sodalizio rotto, la qualità scientifica del fisico sperimentale Franco Rasetti verrà confermata nel 1941 quando presso la piccola università del Quebec, in Canada, riuscirà a misurare, prima di ogni altro, la vita media dei muoni, i fratelli grassi e appena conosciuti, dei più comuni elettroni, Quanto alla qualità scientifica di Enrico Fermi, beh essa sarà riconosciuta già nel 1938 col premio Nobel e verrà clamorosamente riconfermata nel dicembre del 1942 con la realizzazione della prima "pila atomica", negli scantinati dello stadio di Chicago.
Ma è sugli insegnamenti più che sui meriti scientifici del "Venerabile Maestro" e del "Papa" della fisica, cioè di Rasetti e Fermi, che conviene soffermarsi. Perché sono ancora oggi più che mai attuali.
E non ci riferiamo tanto a quell'intuizione, assolutamente inedita, che portò entrambi, a meno di trent'anni, a inventare il lavoro di gruppo in una disciplina, la fisica, che procedeva da sempre sulla spinta e sul lavoro di singoli ricercatori. Oggi il metodo di lavoro dei maestri Fermi e Rasetti è diventato, tout court, il metodo di lavoro in fisica.
No, ci riferiamo soprattutto a un'altra intuizione. Persino più difficile da ottenere, per dei giovani che vivono solo "di" e "per" la fisica. Ed è l'intuizione che la scienza, hai voglia di sforzarti di chiuderla in una "torre d'avorio", ha forti ricadute sociali. E che gli scienziati che lavorano alla frontiera della conoscenza sono chiamati ad assumersi precisi responsabilità sociali.
Né Rasetti, né soprattutto Fermi nascono, come uomini di scienza, con questa consapevolezza. Anzi, per quasi tutti gli anni '20 e quasi tutti gli anni '30 cercano riparo dalla società e dalla politica mettendosi sotto l'ala protettrice di Orso Mario Corbino, che consente loro di portare avanti le loro ricerche in fisica senza avere troppo a che fare con la società e la politica italiana tiranneggiate dal fascismo.
Tuttavia viene il momento in cui la storia incalza e chiede infine un'assunzione di responsabilità precisa e personale. Una responsabilità tremenda. E allora entrambi, Fermi e Rasetti, riconoscono che non è possibile e non è giusto sottrarsi. Che è necessario ed è giusto impegnarsi socialmente (è qui la formidabile attualità della loro intuizione). Ed entrambi se la assumono, quella precisa e personale e tremenda responsabilità. Anche se la decisione, per la prima volta forse nel loro sodalizio, è affatto diversa.
Ma facciamo parlare i fatti. E i fatti sono che nell'estate del 1938 il regime fascista di Mussolini emana le leggi razziali. Leggi odiose, per Fermi e Rasetti. Enrico, che non ha nulla da temere anche se la moglie è ebrea, decide che l'Italia non è può essere più il suo paese e approfitta della cerimonia del premio Nobel, che gli è stato appena assegnato, per fuggire in America, passando per Stoccolma. Franco, che non è ebreo e non ha parenti ebrei, decide che la misura è colma. Uno spirito libero non può restare in quell'Italia, in quell'Europa. E all'inizio del 1939 accetta l'invito della piccola università Laval del Quebec ed emigra in Canada.
Ma queste due scelte, libere e sincrone, riguardano le persone, non gli scienziati. No, l'evento che sollecita un'assunzione di responsabilità ai due fisici accade negli stessi giorni ed è affatto diverso. Nel dicembre del 1938 il chimico tedesco Otto Hahn ottiene, e riconosce, la fissione artificiale del nucleo atomico. Nel giro di poche settimane Fermi e altri dimostrano che quel fenomeno è in grado di liberare una quantità enorme di energia ed è in grado di produrre, se ben imbrigliato, un'arma di distruzione di massa di potenza inusitata.
La piccola comunità dei fisici nucleari di tutto il mondo è scossa. Il mondo è sull'orlo del baratro, verso cui lo stanno trascinando i nazifascisti. E l'arma non è un'ipotesi accademica. Il 2 agosto del 1939, poco prima che le truppe di Hitler invadano la Polonia e diano inizio alla seconda guerra mondiale, Albert Einstein, scrive una lettera al presidente americane, Franklin D. Roosvelt per metterlo al corrente della nuova possibilità aperta dalla fisica nucleare e del fatto che la Germania ha le competenze e la materia prima per realizzare quelle possibilità e riempire gli arsenali di nuove armi, atomiche. Occorre che il mondo libero si impegni ad allestire un arsenale di deterrenza atomica, per dissuadere Hitler dall'usarla quell'arma di distruzione di massa. Questo è quanto il pacifista Einstein chiede ai politici. Ma è anche quanto chiede agli scienziati, il cui contributo è decisivo per realizzare "la bomba".
Ecco, dunque, la storia che bussa e chiede ai fisici nucleari di uscire dalla "torre d'avorio" rispondendo alla tremenda domanda: ve la sentite di impegnarvi nella difesa del mondo libero costruendo un'orrenda arma di distruzione dì massa?
Questa domanda la storia la pone sia a Enrico Fermi che a Franco Rasetti. Fermi risponde di sì. Si assume per intero le sue responsabilità. E diventa il principale responsabile della costruzione della bomba atomica, sia accendendo la "pila" nel dicembre del 1942, sia partecipando alla diretta costruzione dell'arma nei mesi successivi.
Franco Rasetti, dopo un'attenta riflessione, risponde di no. La fisica, sostiene, non può vendere l'anima al diavolo, sia pure in nome di una causa gusta. Anche Rasetti si assume per intero le sue responsabilità. E, dopo la tragedia di Hiroshima e Nagasaki, abbandona la fisica, la scienza che ha venduto l'anima al diavolo, per iniziare a studiare geologia e paleontologia, "scienze pacifiche e libere da condizionamenti". In breve diventa uno dei maggiori esperti al mondo di fauna del Cambriano: raro esempio di eclettismo d'eccellenza, nella scienza contemporanea. E quando ritorna in Italia, a metà degli anni '70, si impegna nella stesura di un libro, I fiori delle Alpi, che è il compendio di flora alpina meglio documentato che sia mai stato scritto.
Oggi la storia è meno drastica nel pretendere decisioni dagli scienziati, ma più petulante. Raramente si chiede ai ricercatori di effettuare una scelta così forte e netta. Molto spesso, quasi quotidianamente, viene chiesto loro di assumersi delle responsabilità nell'uso sociale delle conoscenze che producono. L'insegnamento che Rasetti e Fermi ci ripropongono, a cent'anni dalla loro nascita, è che non è giusto, non è possibile sfuggire all'obbligo morale della scelta. E che, qualsiasi sia alla fine la decisione presa, essa sia presa in modo netto e chiaro.