![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 2 SETTEMBRE 2001 |
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Le basi per un liberismo economico dal volto umano
Nato a Baltimora, nel Maryland, il 21 febbraio del 1921, John Rawls studia all'Università di Princeton, nel New Jersey, dove nel 1950 consegue il Ph.D. Inizia subito dopo, nella stessa università, una lunga e prestigiosa carriera accademica come professore di filosofia. Nel 1950 è nominato instructor a Princeton, e poi negli anni 1952 e 1953 è in Europa dove trascorre un soggiorno di studio e di insegnamento presso l'Università di Oxford, che gli consente di familiarizzare con il pensiero filosofico europeo. Dal 1953 al 1959 insegna alla Cornell University ad Ithaca, nello Stato di New York, dapprima come assistent professor e poi come associated professor . In questo periodo pubblica il saggio Justice as Fairness (1958), in cui anticipa il nucleo teorico della sua teoria della giustizia. Dal 1962 John Rawls è full professor di filosofia nella prestigiosa Università di Harvard, dove trascorre il periodo più intenso e fecondo della sua lunga vita di intellettuale e dove è poi nominato professore emeritus .
Con la pubblicazione, nel 1971, di A Theory of Justice , un Rawls - fino ad allora non molto conosciuto - assurge alla ribalta internazionale, diventando uno dei principali protagonisti del dibattito teorico-politico a livello internazionale. La pubblicazione di quest'opera ha sollevato una intensa discussione, che ha portato Rawls a confrontarsi con alcuni dei maggiori filosofi e scienziati sociali contemporanei, come J. Habermas, R. Boudon e soprattutto R. Nozick, anch'egli docente ad Harvard, e forse il più acuto critico di Rawls. Nozick critica Rawls perché ritiene che la sua teoria della giustizia richieda un "big government", laddove egli, come è noto, è il teorico dello "stato minimo", difeso da una prospettiva storico-evolutiva alternativa al razionalismo rawlsiano.
Al contrario, la teoria della giustizia di Rawls ha esercitato un certo fascino non solo su liberal e socialisti, ma anche su vasti settori del cattolicesimo sociale americano, come testimonia il documento dei vescovi statunitensi, Giustizia economica per tutti. L'insegnamento sociale della Chiesa e l'economia statunitense (Ed. Lavoro, Roma, 1987).
Giustizia bene assoluto e irrinunciabile della società Le basi per un liberismo economico dal volto umano
Pochi sono stati, nella storia del pensiero filosofico del Novecento, quei filosofi che si sono cimentati nell'ardua impresa di definire una teoria complessiva della giustizia sociale, che cioè hanno tentato di identificare i principi fondamentali che dovrebbero ispirare una "giusta" organizzazione della società. Tra di essi vi è certamente John Rawls, autore di A Theory of Justice (1971), una delle più dibattute e più influenti opere di teoria politica del secondo dopoguerra. "La giustizia - scrive Rawls - è il primo requisito delle istituzioni sociali, così come la verità lo è dei sistemi di pensiero. Una teoria, per quanto semplice ed elegante, deve essere abbandonata o modificata se non è vera. Allo stesso modo, leggi e istituzioni, non importa quanto efficienti e ben congegnate, devono essere riformate o abolite se sono ingiuste". Ma come identificare i principi in base ai quali valutare la giustizia di leggi e istituzioni? Certamente, risponde Rawls, va scartata la soluzione avanzata dagli utilitaristi (da J.S. Mill, e soprattutto da J. Bentham), secondo i quali è giusta quella politica che persegue il maggior benessere possibile per il maggior numero di persone possibile. E ciò perché "ogni persona possiede una inviolabilità fondata sulla giustizia su cui neppure il benessere della società nel suo complesso può prevalere. Per questa ragione la giustizia nega che la perdita della libertà per qualcuno possa essere giustificata da maggiori benefici goduti da altri". Ecco allora che il filosofo statunitense, rifacendosi al contrattualismo di Locke, Rousseau e soprattutto Kant, escogita un originale esperimento mentale per individuare in modo imparziale i principi generali di giustizia. Immaginiamo che gli individui si trovino in una condizione pre-sociale, cioè ignari dei ruoli che ricopriranno nella società, del loro status sociale e più in generale delle caratteristiche della società.
Collocati sotto questo "velo di ignoranza", i singoli non sono in possesso di informazioni che li possano indurre a prendere decisioni che li avvantaggeranno nella loro vita sociale. Sono egoisti ugualmente razionali, reciprocamente interessati "a valutare i principi soltanto in base a considerazioni generali". Trovandosi in questa "posizione originaria", ognuno sarà garantito da due principi universali di giustizia: a) "un uguale diritto alla più estesa libertà fondamentale compatibilmente con una simile libertà per gli altri"; b) ammettere soltanto quelle "ineguaglianze economiche e sociali, come quelle di ricchezza e di potere", che "producono benefici compensativi per ciascuno, e in particolare per i membri meno avvantaggiati della società".
Con il primo principio gli individui convengono nel fissare pari dignità di cittadinanza civile e politica nella distribuzione delle libertà fondamentali: libertà di coscienza e di pensiero; libertà di riunione; libertà dalla detenzione arbitraria; diritto al voto e all'accesso alle cariche pubbliche; diritti di proprietà. "Le persone - spiega Rawls - hanno la libertà di fare una cosa, quando sono libere da certi vincoli che riguardano il farla o il non farla, e quando il farla o il non farla è protetto contro l'interferenza di altre persone". Ci sarà, ad esempio, una effettiva libertà di coscienza quando "gli individui sono liberi di perseguire i loro interessi morali, filosofici e religiosi, senza che vi siano restrizioni legali che richiedono loro di impegnarsi o di non impegnarsi in una qualunque particolare forma di pratica religiosa o di altro genere, e quando gli altri uomini hanno il dovere legale di non interferire".
Sarà quindi ingiusta quella società nella quale c'è discriminazione, o comunque differenza, nella distribuzione di questi diritti e nel loro esercizio; e "una deviazione dalle istituzioni di uguale libertà, richieste dal primo principio, non può essere né giustificata né compensata da maggiori vantaggi sociali ed economici. La distribuzione del reddito e della ricchezza - spiega Rawls - devono essere compatibili sia con uguali diritti di cittadinanza sia con l'uguaglianza delle opportunità". La Costituzione e le leggi si devono conformare a quella che già Herbert Spencer aveva definito "la legge delle uguali libertà", alla quale tutti devono essere soggetti, a cominciare dallo stesso potere politico, le cui degenerazioni hanno storicamente rappresentato la più pericolosa minaccia per le libertà individuali. Il principio delle uguali libertà va dunque continuamente riaffermato e difeso, in primo luogo dagli intolleranti, la cui libertà deve essere comunque limitata "solo quando i tolleranti credono sinceramente e con ragione che siano in pericolo la loro sicurezza e quella delle istituzioni di libertà".
Con il secondo principio di giustizia - "le diseguaglianze sociali ed economiche devono essere combinate in modo da essere (a) per il più grande beneficio dei meno avvantaggiati, (b) collegate anche a posizioni aperte a tutti in condizioni di equa eguaglianza e appartenenza" - questi "spettatori imparziali", come li avrebbe definiti Adam Smith, fissano i principi di una pari dignità di cittadinanza sociale (distribuzione del reddito, della ricchezza, del potere). Essi non si sentono tutelati dal principio utilitaristico secondo il quale sono giuste quelle politiche o quelle istituzioni che sacrificano gli interessi dei pochi al fine di assicurare un vantaggio ai molti, poiché, essendo sotto "il velo di ignoranza", tali individui non sanno se rientreranno tra i "pochi" o tra i "molti".
"Storicamente - osserva Rawls - nelle varie società ci sono sempre stati individui svantaggiati; ciò è un dato di fatto che di per sé non è né giusto né ingiusto. Quello che è invece giusto o ingiusto è il modo in cui le istituzioni trattano questi fatti". E ciò che rende giuste quelle istituzioni, leggi, misure governative, ecc., le quali non sono dirette a sanare le disuguaglianze sociali è il fatto che esse contribuiscano a migliorare "la situazione dei meno fortunati". Per cui sarebbe ingiusta una legge che limitasse i vantaggi dei più abbienti se tale limitazione recasse un danno ai meno abbienti. D'altra parte, sarebbe giusta quella legge che, migliorando le prospettive dei più avvantaggiati, contribuisse ad elevare le prospettive dei più svantaggiati.
Una simile "concezione generale della giustizia - sintetizza Rawls - non impone restrizioni sul tipo di ineguaglianze consentite; essa chiede soltanto che sia migliorata la posizione di ciascuno". Su questi principi, ad avviso di Rawls, c'è un consenso generale perché tutti gli individui posti sotto il "velo di ignoranza" hanno interesse ad assicurarsi contro la cattiva sorte e quindi a qualificare come morale qualsiasi politica o istituzione che comunque migliori la condizione dei più svantaggiati. Con una potente architettura teorica incentrata su due semplici principi generali e universali - la generalità e complessità della quale da un lato hanno indubbiamente esercitato un grande fascino in questo trentennio e dall'altra sono state viste come forse il punto più debole della costruzione rawlsiana - il filosofo americano ci propone un liberalismo inteso come teoria della giustizia, ed una giustizia intesa come equità, nell'accesso e nella ripartizione dei "beni principali" della società, e più in generale nella distribuzione delle opportunità tra i singoli cittadini.
Tuttavia, conscio dell'impossibilità di realizzare una uguaglianza sostanziale tra tutti i membri della società, Rawls ritiene giuste quelle istituzioni, e più in generale quell'organizzazione sociale, che non necessariamente riducono le disuguaglianze, ma che invece migliorano certamente le condizioni dei meno fortunati. Per questo suo sistematico tentativo - che il filosofo americano compie servendosi di un imponente arsenale teorico - di giustificare una politica a favore dei ceti meno abbienti, al liberalismo normativo di Rawls hanno guardato con interesse, negli ultimi decenni, alcuni settori della Chiesa cattolica americana e la sinistra liberale, socialdemocratica e socialista che ha visto nella teoria della giustizia del filosofo americano una consistente e più difendibile base teorica per la legittimazione del welfare state.