![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 2 SETTEMBRE 2001 |
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All'Europa manca il senso della globalità: parla il sociologo Touraine
"Non c'è futuro se ci si limita ad allargarsi soltanto ai Paesi dell'Est"
"L'America è capace di pensare in grande, noi al massimo siamo uno Stato"
Per lei che cos'è l'Europa? "Il mio Stato. Io mi sento cittadino europeo, quando viaggio da un continente all'altro". La Francia, il Paese che le ha dato i natali, che cos'é, allora? "La mia cittadina".
Alain Touraine ha 76 anni. Sociologo, uno dei maestri del pensiero francese, appartiene all'Ecole des Hautes Etudes di Parigi. "Primizie e memorie d'Europa" è il tema del corso internazionale d'alta cultura che Touraine è stato chiamato ad aprire alla Fondazione Giorgio Cini di Venezia e che si concluderà l'8 settembre alla presenza del capo dello Stato, Ciampi. Nel seminario che si colloca strategicamente alla vigilia dell'attuazione della moneta unica - ha sottolineato il presidente Giovanni Bazoli - per dimostrare che "è indispensabile passare dall'unione economica a quella politica".
Certo, riconosce Touraine, ma con ben altre prospettiva rispetto a quelle della chiusura nella roccaforte. "L'Europa non può ripiegarsi su se stessa, ritenendosi magari appagata dall'euro. Non ha futuro se si limita a lavorare per l'integrazione o, al più, per l'ampliamento ai Paesi dell'Est. Sarebbe la paralisi. L'Europa per avere un futuro deve riscoprire la sua capacità di relazione con il resto del mondo. A cominciare dai Paesi più vicini, quelli del Sud Mediterraneo. Guarda caso, come ha cominciato a fare l'Italia, proprio in questi giorni", ammette Touraine.
Lo dica chiaramente. Che cosa non è oggi l'Europa?
"Non è una potenza. Anzi, noi europei non ne abbiamo neppure il senso. L'Europa è, in qualche modo, uno Stato (non uno Stato-nazione), ha una capacità militare, seppur limitata, ha pure una politica, ancorché attraversata da qualche problema di troppo. Ma non è una potenza".
Che cosa la distanzia dalla "potenza" degli Stati Uniti?
"Gli Usa ragionano alla grande, si pongono i problemi del mondo. Noi ci preoccupiamo di aggregare un Paese piuttosto che un altro dell'Est europeo. Soprattutto non siamo "potenza" sul piano scientifico e tecnologico. Ed oggi è quello che più conta. L'inferiorità europea rispetto non solo agli Usa ma a tutto il mondo è che la formazione delle élites non avviene da noi, ma al di là dell'oceano".
Stiamo finalmente arrivando all'euro. Gli Stati Uniti ci temono. E c'è chi, da noi, protesta perchè l'Europa va avanti troppo lentamente nell'integrazione, mentre...
"Mentre dovrebbe diventare una vera e propria patria. Magari la patria europea".
Appunto.
"Sono i tedeschi che immaginano l'Europa come uno Stato nazionale. Magari organizzato in senso federale. Ma senza sapere cosa vuol dire federalismo in Europa. Un'unica patria, magari allargata ai Paesi dell'Est; un processo che, tra l'altro, durerà vent'anni. Bene, credo che questa sia solo un'utopia. Tant'è che la stessa opinione pubblica ha cominciato a diventare scettica. Tanto scettica che l'idea dell'Europa è sempre più minoritaria".
Ma lei è per caso un'euroscettico?
"No, il contrario. Vorrei un'Europa forte capace di coprire il vuoto politico che si sta materializzando accanto all'iniziativa, sempre più vivace, degli Stati Uniti, in campo mondiale".
Perchè non è vincente l'idea dell'Europa proprio alla vigilia della moneta unica?
"Per trent'anni, dopo la guerra, era quanto mai suggestiva l'idea di passare da uno Stato nazionale all'Europa. Ma lo Stato nazionale non è scomparso, da nessuna parte. E oggi, il processo più importante è quello della globalizzazione. Ebbene, non ci sono forze politiche, sociali, culturali che di fronte alla spinta del capitalismo abbiano la capacità di orientare diversamente la mondializzazione. Il mondo attuale ha più disuguaglianze di quello di ieri. La capacità di controllare le crisi regionali e mondiali è molto limitata. E la mondializzazione significa sempre di più l'egemonia nord-americana, sia sul piano militare che su quello scientifico e tecnologico. Negli anni '90 l'Europa ha perso terreno in queste competenze".
Lo sviluppo non ha determinato integrazione?
"A seconda dei Paesi, c'è da un 15% della popolazione fino a un 70% che vive nell'ineguaglianza sociale e culturale. In Francia, per esempio, la scuola pubblica è stata un enorme momento di integrazione, però ci si è accorti presto che in base alle diverse situazioni familiari crescevano le differenze culturali".
Lei, dunque, invita l'Europa a non perdere ulteriore competitività. Da dove ricominciare?
"L'Europa ha bisogno di rallentare i progetti di integrazione e, per contro, di accelerare la sua capacità di contare a livello mondiale, con un proprio dinamismo".
Che cosa suggerisce?
"Se l'élite mondiale si forma negli Stati Uniti, dove operano le grandi università, è evidente che l'Europa deve attrezzarsi di un centro con capacità di attrazione che sia perlomeno analoga. Cambridge da sola non basta. È necessaria una rete di grandi università e di centri di ricerca. La Silicon Valley ha per il 50% personale non americano. Perchè non ne facciamo una europea?".
Più cultura, più ricerca, dunque. E poi?
"Più democrazia. Le istituzioni europee non sono affatto democratiche. Non hanno potere reale. Le decisioni non si sa dove e come nascono. Si tratta, pertanto, di costruire rapidamente un sistema politico europeo con partiti europei, con elezioni realmente europee. È un presupposto indispensabile a sostegno di un nuovo ruolo geopolitico che l'Europa ha l'obbligo di svolgere, se vuole darsi un futuro".
Un ruolo geopolitico in quale ambito?
"Se l'Europa vuole avere un futuro, dovrà guardare oltre le sue frontiere. Non solo ai Paesi dell'Est, che pure vanno economicamente aiutati, come a suo tempo si è fatto con la Spagna ed il Portogallo. Quanto meno, però, l'Europa dovrà farsi carico dell'arco Mediterraneo, da Israele al Marocco. E poi del Sudamerica, che altrimenti finirà, al più tardi fra tre-quattro anni, nelle braccia dell'America del Nord. Paesi quali il Brasile, l'Argentina, il Venezuela, commerciano maggiormente con l'Europa che con gli Usa. Perchè non organizzare tra il nostro continente e il Sudamerica una zona di libero scambio?".
Negli ultimi giorni l'Italia ha preso nuove iniziative nel Medio Oriente. È la strada giusta?
"Sì, è un primo passo. Sul piano europeo non ho riscontrato al riguardo nessuna seria iniziativa istituzionale. A me dà preoccupazione il fatto che, mentre gli Usa si preoccupano dei problemi mondiali, quelli del Medio Oriente compresi, l'Europa si affanna a portare nell'Ue le regioni dell'Est".