![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 31 AGOSTO 2001 |
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Sotto i nostri cieli la bioetica – riflessione analitica nata per difendere le potenzialità nuove della biomedicina dal pregiudizio e dall'arbitrio tecnocratico – è applicata al contrario. Serve ad attaccare con i luoghi comuni più vieti e crudeli il sollievo che medici d'avanguardia possono offrire. È toccato al giovane in questi giorni trapiantato di rene. A parere di qualche politico non ne avrebbe avuto diritto in quanto sieropositivo. Si insinua il sospetto che non sia soltanto la gravità della malattia, ma la sua qualità morale a nutrire queste critiche: sarebbe interessante ascoltare gli stessi censori se al posto del sieropositivo vi fosse uno di quei casi disperati che sollevano la pietà popolare.
Non è che la bioetica non si ponga certe domande: chi ha il diritto a terapie costose ed efficaci, oltre che con le malattie, contro difetti finora ritenuti incorreggibili? Ma lo fa applicando criteri oggettivi e universali, non moralismi da mercatino che oggi discriminano il sieropositivo, domani il gay, e poi magari l'immigrato extracomunitario. Oggettività e universalità che, nel linguaggio dei filosofi, si denominano velo di ignoranza: nello scegliere la regola giusta si agisce come se essa dovesse valere per noi stessi, ma ignorando del tutto quale sarà la nostra posizione concreta al momento di applicarla. In altri termini, l'antico la Giustizia è cieca. Solo che il problema con la Giustizia è che se lei è cieca, ci sono giustizieri che non patiscono lo stesso handicap, e anzi sono assai percettivi nel vedere il consenso e inseguirlo anche nella luce asettica di una sala operatoria.