![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 29 AGOSTO 2001 |
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"Che cosa faresti se fossi lo Stato?". Comincia così, con questa domanda innocente, quasi banale, quello che Murray Rothbard ha definito "il più importante trattato politico del secolo". Eppure quando ha scritto The State (edito da Blackwell, poi da Liberty Fund, e ancora alla disperata ricerca di un editore italiano), Anthony DeJasay voleva solo mettere ordine nella sua testa. Cercava di orientarsi nel mare in tempesta della contemporaneità, ha finito per smantellare a uno a uno i pregiudizi di due millenni e mezzo di teoria politica.
DeJasay è una figura atipica. Classe 1924, ungherese, nel '48 scappa dal Paese natale per approdare in Inghilterra dove, a Oxford, s'avvia a una brillante carriera accademica sotto la guida di John Hicks. Ma, all'alba degli anni Cinquanta, improvvisamente capisce che l'università non fa per lui e, una volta a Parigi, si tuffa nella "trincea del lavoro". "Forse non mi andava a genio quel dover essere sempre grigi e seri, che è la divisa ufficiale degli oxfordiani", abbozza. Il fatto è che DeJasay è uno cui piacciono le sfide, si capisce, E così, una volta ritiratosi in Normandia a fine carriera, ha fatto sua la sfida più grande. Quella contro lo Stato. "La sua ha tutti gli ingredienti della grande filosofia politica", ha detto il Premio Nobel James M. Buchanan.
Il senso della sua opera (saggi corposi o pamphlettini d'assalto, articoloni dotti oppure editoriali d'occasione) è riassunto nel sottotitolo del suo Choice, Contract, Consent (Londra, 1991): "a restatement of liberalism". Il liberalismo, avverte, nel Novecento s'è annacquato, s'è perso, è un'etichetta vuota che ognuno riempie come gli pare. E allora? Meglio ricominciare, sgombrare il campo da equivoci. DeJasay lo fa senza falsi pudori. Come quando, nella prefazione a Against politics (1997, e un titolo parecchio eloquente), precisa che "questo non è un libro contro la cattiva politica, o l'abuso della politica". No, è un libro "contro la politica e basta". Nel mirino c'è il governo, non il malgoverno. E' una reminiscenza di Edmund Burke. Che guarda contro gli abusi della politica "perché in sé la politica è abuso".
DeJasay è altrettanto lucido, ironico, devastante quando si parla di "Stato minimo". Che è l'ircocervo del liberalismo classico, un bellissimo unicorno che non è stato imbarcato sull'arca di Noè. "Se mi piace il Limited government? Perché no? Dopotutto, lo Stato minimo è come le belle donne, i sigari cubani, il buon vino, i prati all'inglese. C'è qualcuno a cui non piaccia? il problema è un altro: è possibile che lo Stato minimo esista e sopravviva?".
La risposta è no. E DeJasay lo spiega bene costringendoci ad immedesimarci con il Potere, siamo al " che cosa faresti se fossi lo Stato?". Un interrogativo che ci mette faccia a faccia con la politica nuda e cruda, e con le pulsioni che la muovono sottopelle, - quell'eterno "abbiamo bisogno di spazio vitale" che ha guidato la marcia, armata o silenziosa, dello Stato sulla società civile. Speranze all'orizzonte? Poche, soprattutto visto che la filosofia che adesso va per la maggiore è il "socialismo di mercato". DeJasay ci ha fatto i conti con un librettino dato alle stampe dall'Institute of Economic Affairs di Londra a inizio anni Novanta. "Come si fa a parlare di pari opportunità?", si chiede. Eppure sembrerebbe scontato, dopotutto è una pietra angolare della politica di oggi, il mercato va bene ma bisogna "equalizzare" i blocchi di partenza. "Ma ogni individuo è diverso dall'altro non solo per censo, ma anche per intelligenza, forma fisica, attitudini. Come si fa ad "armonizzare" il sex-appeal?".
Senza contare che "la metafora del mercato come fossero i cento metri piani inganna. Semmai il mercato è una corsa a ostacoli, ma anche una staffetta - è lungo la strada che si accumulano l'esperienza e i capitali per partire con un piccolo vantaggio nel tratto successivo. Per essere coerenti, i socialisti di mercato dovrebbero confiscare i beni di un imprenditore ogni volta che cambia settore del suo business". Gerard Radnitzky, epistemologo popperiano convertito all'anarco-capitalismo, di DeJasay dice: "Finalmente qualcuno ha usato le anni della logica contro lo statalismo". E ancora: "I suoi argomenti a favore della libertà individuale sono inconfutabili". Speriamo che DeJasay non debba aspettare, come Lord Acton, cent'anni per essere tradotto in italiano.