RASSEGNA STAMPA

28 AGOSTO 2001
DOMINICK SALVATORE
Un'istituzione da riformare per gestire la globalizzazione

Decidono solo i ricchi e i poteri reali sono pochi

Un'istituzione da riformare per gestire la globalizzazione/Decidono solo i ricchi e i poteri reali sono pochi Molto è stato detto e scritto sulla necessità di riformare il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) al fine di evitare crisi finanziarie nei Paesi emergenti e, più di recente, al fine di aprire un dialogo con le forze antiglobalizzazione, per dimostrare loro che la globalizzazione stimola la crescita economica e migliora le condizioni di vita di tutti i popoli (anche se, ovviamente, non può risolvere completamente tutti i problemi legati alla povertà nel mondo, così come neanche molte delle altre cruciali questioni odierne, quali l'inquinamento). Nonostante le critiche, le riforme adottate recentemente dall'Fmi hanno ridotto la frequenza e l'entità delle crisi finanziarie nei Paesi emergenti, peraltro circoscrivendole ad aree limitate, così da evitare il rischio del contagio ad altri Paesi. Anche considerando le attuali crisi in Argentina, Turchia, e Brasile, il problema principale che affligge oggi i Paesi in via di sviluppo è l'anemica crescita economica dei Paesi ricchi, crescita anemica che ha fortemente ridotto le loro importazioni e i loro investimenti nei Paesi poveri. In ogni modo, in un mondo aperto a forti flussi di capitali è impossibile eliminare completamente le crisi finanziarie. Esse sono l'inevitabile prezzo che i Paesi emergenti pagano per il grande beneficio che ottengono dai flussi di capitali e tecnologie dai Paesi ricchi. E' anche auspicabile che il recente dialogo apertosi tra l'Fmi e le forze antiglobalizzazione porti frutti, così da poter evitare la violenza e sfruttare quelle energie per la cooperazione e lo sviluppo per il beneficio dei cittadini di tutto il mondo.

Ci sono però due aspetti ancora più importanti - uno di carattere politico e l'altro di carattere economico -, che richiedono riforme, ma di cui poco o niente si discute. In un mondo che va sempre più globalizzandosi (nei consumi e nella produzione come nel mercato lavorativo e finanziario), poco è stato fatto per creare le strutture politiche idonee a gestire la globalizzazione. Ad esempio, se la globalizzazione comporta un incremento del benessere medio ma nello stesso tempo un aumento delle diseguaglianze a livello nazionale o regionale (come potrebbe accadere nell'Unione Europea), ci sono politiche che una nazione o una regione può adottare per contrastare o ammorbidire tali effetti negativi, per esempio effettuando una ridistribuzione economica in modo da incrementare il benessere di tutti i cittadini.

Ebbene, non esiste a livello internazionale una simile possibilità. I Paesi ricchi ricevono la gran parte dei benefici della globalizzazione, mentre quelli poveri non hanno molte possibilità dì riequilibrare la situazione. - Le Nazioni Unite sembrano solo una "debating society" o un foro per dibattiti e il Fmi è sotto il totale controllo dei Paesi ricchi. I Paesi poveri possono solo sperare negli aiuti che i Paesi ricchi decidono volontariamente di dare, ma questi sono davvero miseri (in media meno di un terzo dell'1% del Pil delle nazioni ricche). Manca quindi a livello internazionale un'organizzazione che rappresenti efficacemente gli interessi di tutti i popoli, quelli ricchi e quelli poveri. Forse è proprio questo che gli antiglobalizzatori cercano di esprimere (finora senza molto successo).

La situazione è simile a livello prettamente economico. L'Fmi non ha né il mandato, né la forza morale di spingere le nazioni G-7 ad adottare le politiche economiche adatte a conseguire il loro beneficio nazionale e collettivo, così come non può imporre un coordinamento di politiche economiche che potrebbero migliorare le sorti di tutti. Ad esempio, il problema economico principale degli Stati Uniti di lungo periodo (a prescindere da quello congiunturale odierno) è la sua carenza di risparmi, specialmente a livello familiare. Questo ha attirato ingenti flussi di capitali dalle altre nazioni, che hanno comportato un dollaro eccessivamente forte (che poi ha causato l'insostenibile deficit di bilancia commerciale). L'Unione europea (Ue) invece si autoflagella con tassi d'interesse eccessivamente alti che vanno causando problemi congiunturali che ora si sono aggiunti a quelli strutturali (inadeguata flessibilità dei mercati, specialmente di quello del lavoro). Il Giappone vorrebbe uno yen debole per stimolare le esportazioni e quindi uscire dalla sua crisi economica (che dura da un decennio), ma col suo alto surplus di bilancia commerciale questa é chiaramente la politica sbagliata. Per di più, e direi pateticamente, il Giappone spera che una politica monetaria espansiva possa stimolare la sua crescita economica quando il tasso d'interesse è già vicino allo zero.

Anche in questo caso, l'Fmi sembra non avere nessun potere di spingere o fare pressione efficacemente sugli Stati Uniti al fine di adottare politiche che stimolino i risparmi interni, senza quindi dover dipendere da quelli esterni (che a volte affluiscono anche da Paesi molto poveri). Similmente, l'Fmi non ha nessun potere di indurre la Bce a ridurre il tasso d'interesse per risolvere il problema congiunturale, né tantomeno di affrettare le riforme strutturali che rappresentano il più grosso ostacolo alla crescita economica nell'Ue. Infine, l'Fmi non ha nessun potere di forzare il Giappone ad adottare le politiche fiscali d'espansione necessarie per uscire dalla sua lunga crisi economica e finanziaria.

Come l'Onu anche l'Fmi sembra più una "debating society" che un0istituzione che può imporre o spingere le Nazioni G-7 a un coordinamento di politiche economiche per il beneficio di tutti. In una situazione di bassa crescita mondiale, nessuna nazione potrebbe essere disposta ad adottare da

sola una politica monetaria d'espansione per timore di subire un forte deflusso di capitali finanziari e un deprezzamento della propaga moneta. In tale circostanza, l'Fmi potrebbe indurre tutte le Nazioni più importanti a ridurre simultaneamente il loro tasso d'interesse. Questo stimolerebbe la crescita mondiale senza comportare nessun svantaggio nazionale.

Il problema economico internazionale odierno è un po' diverso perché gli Stati Uniti hanno ridotto il tasso d'interesse e le imposte in modo massiccio, ma continuano ad avere un bassissimo livello di risparmio e non hanno adottato nessuna politica economica tendente a risollevarlo. Infatti, contano ora su forti spese e indebitamenti dei consumatori per sostenere la domanda e non cadere in recessione. Anche il Giappone ha spinto la politica monetaria espansiva al limite massimo e il nuovo Governo intende ristrutturare la sua economia (un problema di lunga gestione) senza utilizzare una forte politica fiscale espansi va, che sarebbe peraltro necessaria per risolvere il suo problema immediato (la recessione). Si parla da anni della necessità di riformare l'Fmi, senza però mai mettere sul tavolo della discussione quelle riforme che nel lungo andare sono le più importanti per il benessere mondiale.
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