RASSEGNA STAMPA

25 AGOSTO 2001
editoriale
"Cari scienziati, no ai conflitti d'interesse con l'industria"

La rivista "Nature" impone nuove regole. Dulbecco: sì a più controlli, come in Usa

Cari scienziati, per rafforzare la fiducia del pubblico nei risultati delle vostre ricerche e dissipare qualunque ombra sui legami tra scienza e industria, vi esorto a dichiarare vostri eventuali interessi economici collegati ai lavori che intendete pubblicare". Firmato: Philip Campbell, direttore di "Nature". La lettera, pubblicata sulla prestigiosa rivista britannica, è la spia di una crisi di credibilità che la comunità scientifica cerca di arginare come può, e che lo scandalo Lipobay ha rivelato in tutta la sua drammaticità. Certo, Campbell attenua la ruvidezza della richiesta dicendo che "nessuno pensa che gli interessi commerciali abbiano portato a una mancanza di integrità scientifica". Ma intanto prende qualche precauzione, tanto più che già altre due riviste mediche internazionali, "The Lancet" e "British Medical Journal", già da tempo segnalano, accanto al nome dell'autore di un lavoro, i suoi eventuali legami con l'industria che ha contribuito alla ricerca. Il problema riguarda soprattutto l'ambito biomedico, dove i rischi sono battaglie pubbliche, oltre che preoccupazioni private.

Gli scienziati sono divisi tra la fame di fondi e la tutela della loro credibilità: l'industria è sempre più pervasiva e sempre più necessaria, i laboratori hanno costi altissimi, i risultati sono imperativi per poter andare avanti. La svolta è avvenuta negli Anni '70. Fino ad allora, racconta il Nobel Renato Dulbecco, i ricercatori evitavano la collaborazione con l'industria farmaceutica. C'erano sufficienti fondi pubblici per non dover mescolare sacro e profano. "Oggi non più - così Dulbecco -. Oggi quasi tutti hanno qualche relazione industriale". Condizionamenti? "Non mi pare proprio, non vedo effetti negativi sulla ricerca. Anzi, la visuale si allarga, si aprono nuovi problemi e l'aiuto finanziario permette di andare più lontano". Nel suo laboratorio americano, quando il problema si è posto la discussione è stata lunga e accesa. E alla fine si è deciso di incorporare i fondi privati. "Abbiamo concluso che andava bene così, che da qualunque parte arrivassero i soldi, si facevano sempre le stesse cose. Certo, negli Stati Uniti ci sono regole precise. L'industria si avvantaggia del lavoro di ricerca, e questa è una buona cosa. Ma non può spingere in questa o quella direzione". Nascondere le fonti, poi, non si può proprio. "Nella comunità scientifica tutti sanno tutto. Mi chiedessero una dichiarazione ufficiale sull'origine dei miei fondi, non avrei niente in contrario a parlare chiaramente. Tanto, non cambierebbe niente".

Davvero i soldi hanno un unico odore? Il neurofisiologo Piergiorgio Strata, che essendo nel Consiglio direttivo dell'Organizzazione mondiale delle neuroscienze conosce bene palcoscenici e corridoi di servizio, non ne è così sicuro. "Quando si lavora per l'industria, si lavora a rischio. Spingere un po' una molecola, dire che fa più di quello che in realtà fa, è un fenomeno aberrante, una distorsione del sistema, qualcosa che non dovrebbe succedere, ma comunque succede. Raramente, ma può succedere. I risultati concilianti garantiscono nuove commesse. Ma non valgono il gioco: nel giro di qualche anno vieni smascherato e perdi la reputazione".

Non è questo il conflitto d'interesse che vede Fabio Malavasi, direttore del laboratorio di immunogenetica dell'Università di Torino, uno dei laboratori che fanno ricerca con fondi multipli: istituzionali, industriali e provenienti dalle Fondazioni. "Credere che un laboratorio esterno valuti bene o male un potenziale farmaco secondo chi paga è una cosa non vera. Ci sono griglie valutative e controlli standard. E al laboratorio il lavoro viene pagato comunque". Il vero conflitto nasce quando un ricercatore valuta il prodotto di una società cui è in qualche modo interessato finanziariamente, perché possiede azioni o ha un contratto di consulenza. La soluzione? "Viene da quei ricercatori - risponde Malavasi - che, com'è il mio caso, operano esclusivamente a tempo pieno nell'Università e non sono titolari di azioni né di consulenze private".

Volente o nolente, il ricercatore è però trascinato nelle braccia dell'industria. "Università e Cnr non hanno più soldi - conclude Malavasi - e chiedono ai laboratori di cercarseli da soli. E per incentivare il co-finanziamento, lo Stato mette di suo il doppio di ciò che ogni laboratorio si è trovato da sè. L'alleanza con l'industria è dunque una necessità per molti versi ineluttabile, in questo momento". Enrico Alleva è dirigente di ricerca all'Istituto superiore di Sanità e il conflitto di interessi lo vede così: "Teoricamente esiste, soprattutto negli enti che hanno compiti di controllo. Molto è lasciato alla sensibilità del ricercatore, all'onestà personale. Come ha detto un filosofo della scienza, lo scienziato ha un rapporto incestuoso con la propria materia. Se è innamorato di una proteina, farà di tutto per lei. Ma è estremamente difficile un conflitto d'interesse quando c'è anche un genuino interesse scientifico".
inizio pagina
vedi anche
Cultura e societ…