RASSEGNA STAMPA

24 AGOSTO 2001
MARIO PERNIOLA
LA CHIESA SCEGLIE LA COMMINUTA' E PERDE LA CULTURA

Nel corso delle ultime settimane è nata e si è sviluppata una interessante discussione intorno al rapporto tra la Chiesa cattolica e l'Occidente, sulla quale sono intervenuti autorevolmente, Angelo Panebianco , Giuseppe De Rita, Ernesto Galli della Loggia, e in modo più indiretto e marginale Francesco Margiotta Broglio. Gli aspetti essenziali della discussione sono stati efficacemente riassunti da Pietro Scoppola nell'articolo La Chiesa non soffre il mal d'occidente (La Repubblica, 21 agosto): la questione su cui si focalizza l'attenzione degli interventi è la collocazione politica del cattolicesimo nello scenario mondiale, questione resa attuale dalla forte partecipazione dei cattolici alle manifestazioni di Genova contro il G8.

Se ritengo di dover aggiungere qualcosa alle considerazioni svolte sull'argomento, è perché in questa discussione è stata spesso trascurata la specificità del fatto religioso cattolico e del contesto in cui esso si colloca oggi. Categorie ideologiche come il cattocomunismo o il terzomondismo e simili non mi sembrano di grande aiuto per comprendere una situazione i cui termini di riferimento appartengono in primo luogo alla problematico religiosa: nel considerare la politica cattolica odierna non si può prescindere dalla fascinazione esercitata negli ultimi vent'anni sui cattolici dal fondamentalismo protestante e da quello islamico. Attraverso i successi ottenuti da questi due movimenti, che hanno saputo usare con grande spregiudicatezza i mezzi di comunicazione di massa, la questione religiosa è tornata prepotentemente alla ribalta e al clero sì sono aperte possibilità di intervento nella vita sociale e politica impensabili negli anni Sessanta e Settanta.

Ciò ha portato da un lato ad una clericalizzazione del cattolicesimo, dall'altro al prevalere del modello della comunità cristiana su quello della società cristiana: due sviluppi che hanno approfondito il fossato tra il pensiero post-liberale e la Chiesa. Essa infatti ha ritenuto di non aver più bisogno di intellettuali laici che funzionino da intermediari con la società e con la cultura non cattolica. Questo moto è stato assunto direttamente dal clero e in primo luogo dal papa; conseguentemente non solo i filosofi, gli artisti e gli scrittori di cultura cattolica, ma perfino i teologi sono stati emarginati. E' stato tagliato un ponte con la società colta che sarà difficile ristabilire.

Ancora più grave mi sembra il prevalere del modello della comunità su quello della società. Pensando la vita pubblica sul modello della famiglia, viene svalutato l'aspetto intellettuale a favore di quello affettivo. Mentre nella nozione di società è implicita la coesistenza di punti di vista e di sensibilità differenti, nella comunità non c'è spazio per coloro che "sentono" diversamente. Si finisce così col considerare il cattolicesimo, che dovrebbe essere per definizione "universale", come la somma di molteplici comunità che hanno stabilmente tra loro modi di sentire differenti. Il risultato é che si introduce un germe che corre il rischio di portare al tramonto del cattolicesimo romano, se non alla dissoluzione della Chiesa.

In conclusione, dunque non parlerei tanto di un divorzio tra la Chiesa e l'Occidente (perché purtroppo sia il fondamentalisrno sia l'ideologia comunitaria sono nati in Occidente), quanto di un approfondimento del divorzio tra la Chiesa e la cultura. Penso che ad esso si possa porre rimedio non già risfoderando posizioni anticlericali o antireligiose (che sono poi altre forme di fanatismo), ma appropriandosi di ciò che la Chiesa abbandona, cioè non solo la sua tradizione culturale, intellettuale ed estetica, ma il suo punto di vista universale, la sua "cattolicità".
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