RASSEGNA STAMPA

23 AGOSTO 2001
FELICE CIMATTI
Dove vibrano i neuroni

Anche nella formazione di una mente, ci dice l'avvincente libro di Daniel Siegel, l'elemento sociale precede quello |individuale. Nel modello che sostiene il suo studio su "La mente relazionale" si tengono insieme le acquisizioni della neurologia e quelle della psicologia: sia il neurone che il dialogo, sia le mappe cerebrali che la funzione socializzante del sorriso e delle carezze preverbali

La scienza della mente è a una svolta teorica, e quindi anche descrittiva, fondamentale: si tratta di capire se la mente sia qualcosa di individuale, di autonomo, di chiuso nella scatola cranica di ciascun animale umano (in questa prospettiva la mente sostanzialmente coincide con il cervello), oppure se è qualcosa che deborda, e ampiamente, dai confini di quella scatola ossea, e se quindi abbraccia anche le relazioni che intrattiene, inevitabilmente, con le altre menti che incontra nel mondo, a partire da quelle più importanti per il suo sviluppo, ossia quelle dei genitori. Si tratta in sostanza di capire se si devono seguire - come si è fatto finora, anche quando non ce ne rendevamo conto, le orme di Cartesio, oppure quelle del grande psicologo sovietico Vygotskij. Se siamo cartesiani, allora considereremo la mente qualcosa di privato, di assolutamente individuale: in questa prospettiva, che è stata, per esempio, quella dell'intelligenza artificiale, lo studio della mente è un affare privato: ovvero della singola mente. Se invece seguiamo Vygotskij, e sulla sua scia Daniel Siegel e il suo libro appena tradotto da Cortina, La mente relazionale. Neurobiologia dell'esperienza interpersonale, lo studio parte dalle relazioni che quella mente, anche e soprattutto quando si sta formando come tale, intrattiene con le altre menti. Per Vygotskij - quindi anche per Siegel, sebbene non sembri del tutto consapevole delle fonti alle quali si ricollega il suo pensiero - quel che viene prima è la relazione: per dirla con una terminologia antiquata ma calzante, il sociale precede l'individuale.

Ma tutto questo non lo sapevamo già? In parte sì, ma non del tutto. Lo stesso Siegel, infatti, sviluppa la sua idea utilizzando un concetto chiave nei nostri tempi internautici, quello di integrazione. Nel suo modello, infatti, si tengono insieme sia le acquisizioni della neurologia sia quelle della psicologia sociale: sia il neurone che il dialogo, sia le mappe cerebrali che la funzione socializzante del sorriso e delle carezze preverbali. La mente, dice infatti Siegel in apertura del suo libro, "è il prodotto delle interazioni fra esperienze interpersonali e strutture e funzioni del cervello". D'un colpo, quasi senza avvedercene, ci troviamo sbalzati oltre la contrapposizione in cui ancora s'attardano tanta filosofia e tanta psicologia contemporanee: quella fra naturalismo e culturalismo.

La mente è una entità naturale, dicono beffardi i duri del materialismo naturalistico, e con questa affermazione intendono sostenere, più o meno, che la mente è un oggetto fisico. No, ribattono gli assonnati epigoni del culturalismo, la mente è una entità sociale, quindi non naturale. Come se la società non fosse un fenomeno reale e, soprattutto - come ci ricordava il biologo Giorgio Prodi - come se la cultura non fosse quanto di più naturale possa esserci per l'animale umano. Adottare un atteggiamento naturalistico nei confronti della mente umana, ci dice Siegel, implica considerare il cervello in azione, ossia all'interno delle relazioni che intrattiene - più o meno felicemente - con gli altri cervelli: questa interazione è la mente, null'altro. Per questo Siegel ci porta oltre quella contrapposizione, perché ormai, almeno nei settori di punta della ricerca scientifica, questa è una acquisizione scontata, quasi una banalità.

Per lo stesso motivo, Siegel parla della mente mediante metafore alle quali non siamo abituati (che in realtà, come avviene per tutte le vere metafore, sono anche efficaci strumenti scientifici, quale potrebbe essere un nuovo tipo di microscopio).

La mente si forma, dice ad esempio Siegel, mediante processi di sintonizzazione fra diverse aree cerebrali all'interno di un unico cervello ma anche, e soprattutto, fra cervelli diversi, ad esempio quello di un neonato e quello del padre che si prende cura di lui. E' un concetto importante, questo della sintonizzazione, se abbiamo di mira la mente in quanto ha di specificamente umano.

Con questo concetto, infatti, Siegel si allontana dal cognitivismo tradizionale, cioè dalla prima fase della scienza della mente (approssimativamente, dagli anni '50 agli anni '70 del secolo scorso), che considerava la mente come un sistema per trattare e elaborare informazione: in sostanza, una specie di computer biologico. E un computer, se gli date energia elettrica e stringhe di 0 e 1 su cui effettuare i suoi conti, per funzionare non ha bisogno d'altro; come la mente cartesiana se ne sta tranquillo e solitario a fare i suoi calcoli. Ma ora Singer ci dice, invece, che una macchina di questo tipo non può essere presa a modello della mente umana, perché tutto è fuorché un astratto e impassibile elaboratore di informazioni. Il punto da avere ben chiaro è di cosa la scienza della mente voglia occuparsi: Siegel, e molti altri con lui, si occupano di ciò che trasforma il cervello di un neonato della specie Homo sapiens nella mente di un essere umano. Qui la distinzione fra cervello e mente è pertinente, perché un cervello di Homo sapiens non sviluppatosi attraverso le relazioni affettive e linguistiche tipiche della nostra specie, non diventa una mente umana.

Ebbene, se è a quest'ultima entità che invece miriamo, l'analogia con il computer è fuorviante. Perché quel computer non ha una relazione affettiva con il suo ambiente (il che non vuol dire che non possa, per principio, provare emozioni; diciamo soltanto che quelli che usiamo tutti i giorni per lavorare non ne hanno ancora). Inoltre, quel computer non si sviluppa nel tempo, perché non ha una infanzia. In particolare, insistere sul concetto di sintonizzazione significa vedere la mente umana come dotata di una storia, la quale talvolta può avere un finale infelice, come capita a quei bambini cresciuti in ambienti e con genitori che non riescono a sintonizzarsi con loro. Una teoria della mente incapace di dare conto di questi aspetti della vita umana, non è una teoria scientifica della mente umana.

Il concetto di sintonizzazione, soprattutto, permette di cominciare a spiegare come sia possibile che nella mente del bambino si formi la capacità di integrare, in modo coerente, le diverse istanze - emozioni, desideri, ricordi, percezioni, paure - che si affollano in ogni momento. Capacità di integrazione che non è una capacità di quell'entità che gli psicologi chiamano Sé, ma è il Sé: "attraverso processi di comunicazione emotiva e di 'allineamento' di stati della mente, il bambino risponde ai pattern di attivazione neurale dei genitori mediante meccanismi di 'interiorizzazione', che permettono alle attività del cervello più maturo dell'adulto di plasmare direttamente lo sviluppo dei suoi sistemi neuronali. I processi di sintonizzazione emotiva creano fra le menti di genitore e figlio connessioni che sono essenziali nel consentire al cervello del bambino di acquisire la capacità di modulare e di organizzare le sue funzioni in maniera sempre più autonoma".

L'adulto fornisce al bambino gli schemi di organizzazione del comportamento che poi questi interiorizzerà, e userà all'interno della sua mente. In questo senso, la mente individuale è, in realtà, una mente sociale individualizzata. Insistere sulla nozione di sintonizzazione significa, inoltre, abbandonare un'altra idea di moda, e non solo nella scienza della mente: quella di comunicazione, almeno nel senso di scambio di informazione. Per Siegel comunicare, almeno per la mente che si sta sviluppando, è qualcosa di analogo a quanto succede nel momento in cui ascoltiamo della musica, o, meglio ancora, quando balliamo insieme. Come appunto accade nel fenomeno fisico della risonanza, quando un determinato oggetto è investito dalla sua frequenza naturale di vibrazione e quindi risuona ad essa, come un diapason alla nota di un pianoforte.

Adulto e bambino, dunque, non comunicano, bensì entrano in risonanza. E' una metafora, ma non solo, perché Siegel mostra come mediante interazioni di questo tipo letteralmente si formino connessioni fra aree del cervello del bambino che poi influenzeranno per tutto il resto della sua vita il modo in cui entrerà in rapporto con le altre menti.

Natura e cultura - come si diceva prima - nel senso che la peculiare natura dell'animale umano consiste nelle relazioni che intrattiene con i suoi simili, dapprima interazioni non verbali - gesti, sguardi, tono di voce - poi basate sul linguaggio. In questa prospettiva Siegel attribuisce particolare rilievo alla dimensione linguistica della natura umana. Se la mente umana è integrata - quando la storia delle sue relazioni con le altre menti, a partire da quelle dei genitori, è stata felice - si tratta di spiegare come si sia potuta raggiungere non solo una integrazione momentanea fra le varie istanze che la compongono, ma anche, e soprattutto, una integrazione nel tempo. Che dia conto del perché ci sentiamo oggi gli stessi di ieri, e perché crediamo che continueremo ad essere così anche domani. E' un ennesimo attacco al modello cartesiano, secondo il quale l'unità della mente rappresenta un dato acquisito, scontato, il punto di partenza dell'evoluzione dell'individuo. La proposta di Siegel, in linea con il suo modello dinamico e interazionale della mente, è quella di individuare il principio di continuità nella capacità, tutta umana e tutta linguistica, di costruire narrazioni, in particolare narrazioni autobiografiche: "attraverso il racconto di storie possiamo comunicare verbalmente ad altri, e anche a noi stessi, contenuti nascosti o temi emozionali della nostra memoria implicita che rimarrebbero altrimenti inaccessibili alla coscienza. Questo può essere uno dei motivi per cui il fatto di tenere un diario, o quello di riuscire a stabilire comunicazioni intime con altre persone possono avere profondi effetti organizzanti sulla mente: ci permettono di modulare le nostre emozioni e di dare un senso al mondo che ci circonda. L'integrazione che emerge da narrazioni coerenti ha influenze dirette sui processi di autoregolazione".

In questo senso la narrazione autobiografica è la massima prestazione cognitiva, e umanizzante, della nostra mente, per la quale è costitutivo il tentativo continuo di dirsi e comprendersi. Qui la mente è effettivamente distinta dal cervello, per quanto ad esso connessa: la mente umana esiste, questo sembra dirci Siegel, o almeno lo dice ai lettori di Vygotskij, soltanto a questo livello, al livello delle relazioni umane. E siccome le relazioni che caratterizzano (nel senso che sono solo di questo tipo di animali) la nostra specie sono mediate dal linguaggio, allora la mente umana se esiste da qualche parte esiste soltanto nell'universo del linguaggio.

Per i duri e puri del naturalismo intransigente questa notizia sarà sconfortante, perché significa che la mente non è riducibile al cervello. Ma c'è una cattiva notizia anche per i culturalisti: siccome il linguaggio è ciò che ci caratterizza proprio in quanto animali, allora il nostro essere menti linguistiche equivale a sostenere che nulla è più naturale, per questi animali che siamo, dell'essere animali linguistici.

In conclusione, Cartesio ha torto? La mente cartesiana è una mente che sembra non avere origine, chiusa nelle sue rappresentazioni, nei suoi pensieri; per questo esiste, perché pensa. Il progetto teorico di Siegel non è quello di mostrare l'errore di Cartesio (come un'altra stucchevole moda non fa che ribadire): se di errore si tratta è comunque un grande errore, che ci dice molto sul qual che siamo. Cartesio ci fa capire, come pochi prima e dopo di lui sono riusciti a fare, che la peculiarità della mente che siamo, rispetto a tutte le altre menti animali, sta nel pensiero articolato, ovvero nel pensiero linguistico. E su questo ha ragione, come Siegel implicitamente ammette. Ma quel che Cartesio non ci dice è come quel pensiero articolato arrivi dentro le nostre menti. La mente relazionale non nasce già formata, anzi: all'inizio essa non è affatto una mente, è un insieme di reazioni istintive e di desideri e paure senza nome. All'inizio è soltanto un cervello di animale per altri versi molto simile a quello degli scimpanzé. Cosa rende quel cervello una mente umana? Siegel ci fa vedere come questo processo non sia descrivibile alla stregua di una specie di maturazione interna - così come un fiore diventa una pera - bensì sia un processo avviato e alimentato da relazioni umane. La mente in formazione deve sintonizzarsi con le menti con cui ha relazioni; anzi, a rendere le cose ancora più radicali, una mente diventa umana quando e soltanto se trattata come fosse umana.

In effetti, si potrebbe pensare che se mente e cervello sono entità distinte, è comunque necessario che ci sia un cervello perché ci sia una mente. Ma, ormai, sappiamo che non è così, ed è proprio Siegel a ricordarcelo. Se una mente è un insieme di attività relazionali, ebbene, sono proprio la tecnologia internautica e la realtà virtuale a mostrarci che è possibile interagire con entità che non sono altro che insiemi di attività senza alcuna determinata base fisica, senza cioè che nessun cervello (biologico o artificiale) le supporti dal basso. Se la mente è relazionale - come si sostiene nella provocazione maggiore di questo libro - allora essa non starà in una scatola cranica, ma sarà letteralmente sparpagliata in tutte le attività, in tutti gli oggetti e soprattutto in tutte le altre menti con cui interagiamo. Facciamo un paio di esempi: se per effettuare una divisione a due cifre ho bisogno di carta e penna, ebbene, quella carta e quella penna sono parti della mente esattamente come i neuroni delle aree occipitali del cervello di ciascuno di noi, neuroni che permettono di vedere la carta e la penna. Se per pensare la realtà della nuova mente tecnologica ne devo prima parlare con un mio amico filosofo, ebbene la mia mente si estende anche alla sua, e viceversa.
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Scienze Cognitive