![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 21 AGOSTO 2001 |
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Più che il capitale può l’eleganza
Una scomoda eredità tramandataci da Marx ed Engels è che la società sia inevitabilmente divisa in classi che si perpetuano e che potrebbero essere eliminate solo da eventi rivoluzionari. Il perno di questa rappresentazione, che ha assunto caratteri fideistici, è, come sappiamo, la proprietà del capitale. È quindi consolante che almeno in Francia si sia imposto all’attenzione una studioso il quale, se non ha proprio distrutto le teorie di Marx, ha almeno dato del capitale definizioni socialmente e politicamente più convenienti. Che per capitale vada inteso esclusivamente il patrimonio finanziario è dovuto al fatto di vivere in un’epoca mercantilista. Nelle epoche considerate più civili non è mai stato così. Nella Cina di Confucio il cittadino eminente non era considerato né il soldato né il nobile, ma lo studioso, il filosofo, il buon conversatore. Nell’Atene di Pericle era considerato gentiluomo ("kalòs kagathòs") chi metteva in pratica le dodici virtù di Aristotele. A Roma, Cicerone indicava le virtù distintive, il decorum , la gravitas , e così via. Tra il secolo XI e il XVI erano considerati cavalieri quanti seguivano le sette famose virtù: coraggio, castità, eccetera. Erasmo, Castiglione, Bacone hanno sempre dato le stesse definizioni dei patrimoni personali. Oggi si scopre l’acqua calda a sostenere che l’eminenza di un uomo, e di un cittadino, vada attribuita a qualità di fondo piuttosto che al capitale finanziario, o quasi esclusivamente a quello.
Non è sfuggito a nessuno che, da Herbert Spencer all’elogiatissimo antropo-economista George Gilder degli anni reaganiani, l’attribuzione dell’eminenza si è consolidata in vere e proprie dottrine, le quali affermano che "il progresso materiale è ineluttabilmente elitario"; come a sottintendere che nella società contemporanea per élites e per eletti vadano considerati solo quanti siano stati capaci di progredire materialmente. Mentre a indicare un altro tipo di eminenza è rimasto soprattutto Pierre Bourdieu, uno studioso della "critica sociale del gusto".
Non che Bourdieu vada sottovalutato. Da anni, come direttore degli studi dell’École Pratique des Hautes Études di Parigi, si è prodigato per dimostrare che la distribuzione del capitale economico non basta a determinare le differenze di classe. Al contrario (si veda il suo La distinzione , Il Mulino editore), egli sostiene che il capitale non è solo quello indicato da Marx, ma è costituito da numerosi elementi: la cultura, il gusto, le buone maniere, l’arte della conversazione, la capacità di distinguere Bach dalle canzonette. È interessante notare come si acquisti "la distinzione" con la quale un uomo si distingue da un altro, quella che Marcel Proust chiamava "l’arte infinitamente variegata di segnare le distanze". Fino ad arrivare, all’apice, a una distinzione quasi indistinguibile, quella che un elegante di non poco conto, Pascal, definiva "quel "non so che" capace di scuotere la Terra". Se queste teorie hanno un valore, esse consistono nello scuotere alle radici il classismo di Marx. Perché è ben vero che si finisce sempre col classificare certe diseguaglianze sociali. Ma basate su valori culturali e sociali. Col vantaggio che le vecchie strutture tra "dominanti e dominati" diventano mobili, perché è sufficiente un supplemento di educazione per superarle.
Molti ricorderanno che l’importanza attribuita da Bourdieu all’uso appropriato delle parole era sostenuta, con ben maggiore autorità, da Confucio. Se vogliamo tradurre in termini attuali, noi sappiamo che un italiano usa, conversando, non più di due o tremila parole, mentre l’ultimo Garzanti elenca 275 mila voci. Con queste, uno di noi potrebbe formare, secondo un computer, 243.373.844.957.207.298 combinazioni. Saremo obiettivi se giudicheremo il valore culturale di una persona dal numero di combinazioni delle quali si dimostrerà capace.
Faremmo torto a Bourdieu, tuttavia, se limitassimo le sue teorie a una specie di galateo delle distinzioni. Egli affonda poi le sue analisi negli infiniti modi di istituzionalizzare i modi di dominazione dei cittadini. Anzitutto da parte dello Stato, in un altro suo studio, La noblesse d’État . Infine, i numerosissimi mezzi coi quali molti gruppi politici riescono a imporre le proprie opinioni dando l’impressione contraria di richiedere le opinioni individuali. Qui arriviamo ai metodi cosiddetti democratici: referendum, sondaggi, talk show televisivi violenti e inconcludenti. Che si tratti di tentativi apparentemente democratici è indubbio. Ma un sondaggio o un referendum che richieda una risposta semplificata - sì o no - è troppo spesso illusorio. L’approssimazione delle risposte non tiene conto del fatto che il cittadino vorrebbe dire: sì, no, però, fino a un certo punto, solo in certi casi. I cittadini si rendono conto che a volte le domande contengono un trabocchetto, oppure si rendono conto di non avere le competenze specifiche. A volte si astengono dal rispondere per incompetenza, altre volte perché sanno che risponderanno con sicumera tanti incompetenti.
Le difficoltà della democrazia a farsi realmente democratica sono infinite. Il risultato, sostiene Bourdieu, è la creazione di una falsa democraticità, che si esprime bene quando i politici in televisione si danno sulla voce per discutere temi che interessano solo loro. Così si creano umori antipartitici, astensionismo, rifiuto della politica. E torniamo a dominati e dominanti.