![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 19 AGOSTO 2001 |
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Anne Cheng ripercorre l'evoluzione del pensiero cinese dalle origini all'età moderna
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Anne Cheng, "Storia del pensiero cinese", a cura di Amina Crisma, Einaudi, Torino 2001, Phe, 2 voll. "I. Dalle origini allo "studio del mistero"" "II Dall'introduzione del buddhismo alla formazione del pensiero moderno", pagg. 726, L. 36.000 cad. |
Storia della filosofia o storia del pensiero? Da alcuni anni ormai la tendenza per gli studi sull'Asia orientale è quella di considerare il dibattito superato. Il concetto di storia della filosofia essendo secondo alcuni addirittura un retaggio post-coloniale, ma più probabilmente un rimasuglio dell'eurocentrismo culturale otto-novecentesco. In Giappone, per esempio, i concetti di filosofia e di storia della filosofia sono ancora utilizzati, e talvolta perfino con riluttanza, solamente per sistemi di pensiero a impronta occidentale e comunque posteriori alla seconda metà dell'Ottocento, quando il vocabolo filosofia (tetsugaku) prese a essere utilizzato. Per le epoche recenti si usa ormai pressoché solo storia del pensiero (shisbshi).
Anche per la Cina valgono analoghe considerazioni e il nuovo manuale di Anne Cheng, Storila del pensiero cinese, rientra giustamente in questo filone, anzi in un certo senso ne costituisce la sanzione definitiva. Il lavoro della Cheng che in Italia è stato pubblicato in due volumi nella Piccola Biblioteca Einaudi, è senz'altro lo strumento più aggiornato e completo in tema di pensiero cinese in Occidente. Una menzione particolare merita il lavoro di curatela di Amina Crisma che, specialista di Cina antica; ha integrato note e apparati critici con la letteratura in italiano sull'argomento e con alcune pubblicazioni uscite tra la stampa della versione francese originale del 1997 e oggi.
La Cheng è soprattutto una classicista, studiosa del pensiero cinese in epoca arcaica e autrice di una nuova edizione dei Dialoghi di Confucio e di un Étude sur le confucianisme
Han. Perciò il primo volume di questa Storia, Dalle origini allo 'studio del mistero', è anche quello che presenta le maggiori novità rispetto alle conoscenze tradizionali nell'ambito dell'alta divulgazione. Del resto è proprio nell'epoca arcaica, soprattutto in quel periodo di grande fecondità culturale e artistica che va sotto il nome di Stati combattenti (440-221), che gli studi degli ultimi decenni hanno portato a reinterpretazioni sostanziali del pensiero cinese. L'indagine filosofica contemporanea sulla Cina arcaica si muove accompagnata da due filoni di studio paralleli e da cui non può più essere disgiunta: quella linguistica da un lato e quella archeologica e storico-artistica dall'altro.
Le grandi campagne di scavo realizzate nella seconda metà del Novecento e le scoperte sensazionali che ne sono derivate non hanno solo coinvolto una revisione fondamentale della storia dell'arte, ma anche delle conoscenze linguistiche nonché delle fonti letterarie e filosofiche. Il rinvenimento di nuove versioni di varie opere, di materiale che ne consente un'interpretazione più accurata sia storica sia filologica, hanno portato alla rilettura di molti testi, come è successo per esempio con il Classico della via e della virtù (Daodejing) di Laozi, di cui si sono rinvenute copie più antiche di quelle tradizionalmente note. Ne sono derivati, oltre che revisioni dei testi, anche dei riferimenti storiografici e delle successioni filosofiche. Per esempio il fatto che, con ogni probabilità, Zhuangzi e gli scritti a lui attribuiti - sostanzialmente i capitoli interni del Zhuangzi - siano antecedenti e non posteriori a Laozi e al Daodejing ha modificato l'interpretazione delle origini del taoismo filosofico. Così il più ricco e personale Zhuangzi ha acquisito valore di opera iniziale di questo sistema, mentre il più spersonalizzato e sintetico Laozi quello di un'opera di sistemazione posteriore, anche se solo di un secolo circa.
Il secondo volume, Dall'introduzione del buddhismo alla formazione del pensiero moderno, inizia con la trasformazione di proporzioni vastissime che nel pensiero cinese si verificò dal primo secolo d.C. con l'introduzione del buddhismo. Le prime testimonianze di presenza della grande religione indiana nel Regno di Mezzo risalgono perciò alla seconda fase dell'epoca Han (202 a.C.-220 d.C.) quando l'impero era stato ormai solidificato e l'amministrazione pubblica impostata su incrollabili basi confuciane per i circa duemila anni successivi. Ma era, anche il periodo che preludeva alla plurisecolare crisi politica che tenne dietro la caduta di quella dinastia e si affermò e si diffuse soprattutto per l'opera di un popolo straniero, i prototurchi Tuoba che dominarono la Cina del nord col nome dinastico di Wei settentrionali.
Sotto i Tang (618-907) il buddhismo raggiunse in Cina la piena maturità e monaci divenuti poi famosi come Xuanzang (602-664) intrapresero viaggi oltre confine alla ricerca di testi buddhisti originali. Tuttavia fu proprio il grande potere che questa religione venne ad assumere sotto i Tang, ad attirarle la gelosia dei taoisti e dei confuciani e a determinarne la rovina e le prescrizioni. Così vennero perduti, oltre che testi importanti, una quantità enorme di opere per la furia iconoclastica che attraversò il Paese.
E oggi non esistono più le sculture monumentali di buddha e bodhisattva in bronzo di epoca Tang o precedente che furono tutte fuse in quegli anni turbolenti. Però, e sempre sotto i Tang, si era sviluppata la setta chan, emigrata poi in Giappone col nome di zen.
La Cheng dedica poi ampio spazio all'analisi del pensiero durante la dinastia Song (960-1279), un periodo artisticamente e intellettualmente fra i più splendidi di tutta la civiltà cinese. Ripresero grande vigore da un lato il confucianesimo, che giunse alla svolta neo-confuciana di Zhu Yi (1 130-1200) per poi informare di sé i secoli successivi in Cina e in tutta l'Asia orientale, dall'altro il taoismo sia filosofico sia religioso. Su questo contrapporsi di formalismo e misticismo emersero alcuni sviluppi filosofici ed estetici tra i più significativi della Cina d'ogni tempo.
Il libro della Cheng si conclude con un'analisi delle principali correnti pre-moderniste e moderniste fino agli albori della repubblica nel 1912. Si tratta di un'opera preziosa, soprattutto da un punto di vista didattico e sostituisce finalmente alcuni grandi testi del passato - primo fra tutti la Storia della filosofia cinese di Fung You-fan pubblicata a Shanghai nel 1931 e poi tradotta e stampata in due volumi dalla Princeton University Press nel 1952-3 - che furono il punto di riferimento in questo settore per molti decenni. Ormai più che datati nell'interpretazione per le scoperte e di tante ricerche e trasformazioni storiche.