RASSEGNA STAMPA

19 AGOSTO 2001
GIOVANNI REALE
Un aforista a corpus unico

In uscita parte dell’opera dello scrittore colombiano ora riscoperto

Le taglienti massime di un Cioran antinichilista capace di idee rivoluzionarie e reazionarie che si definiva al tempo stesso "sensuale, scettico e religioso"

La borghesia è "un insieme di individui scontenti di ciò che hanno e soddisfatti di ciò che sono" scriveva, tra un pensiero dedicato a Dio e uno alla politica

Accade qualche volta che un uomo di grande talento, sia come pensatore sia come poeta, non venga riconosciuto come tale dai suoi contemporanei, e che venga scoperto dopo la sua morte. Proprio questo è accaduto al colombiano Nicolás Gómez Dávila, nato a Santafé de Bogotà nel 1913 e morto nella stessa città nel 1994. Egli studiò a lungo a Parigi, e nelle vacanze estive in Inghilterra. Imparò non solo le lingue europee, ma anche le lingue classiche latino e greco. Poté quindi leggere e studiare a fondo autori antichi e moderni nelle loro lingue originali. Negli ultimi anni si accinse a studiare anche il danese per poter leggere Kierkegaard in originale. Amò la lettura e la meditazione dei libri in modo veramente straordinario, al punto che la sua biblioteca, che occupava la parte centrale della sua casa, giunse a ospitare addirittura più di trentamila volumi — da Omero ai poeti moderni, dai Presocratici a Heidegger, dagli storici antichi a quelli moderni —, alcuni dei quali nelle prime edizioni pubblicate nell’età della stampa. Scrisse pochissimo. La sua opera consiste sostanzialmente in un cospicuo corpus di massime e aforismi, presentati come annotazioni o glosse a un supposto "testo implicito". Sono stati raccolti ed editi in tre opere nel 1977, nel 1986 e nel 1992 (con un anticipo nel 1954). Ma questi aforismi, costruiti, come dice Franco Volpi, "su fulminei corti circuiti linguistici e mentali", si impongono con una forza di straordinaria portata. Proprio Volpi (che si era occupato di questo autore a più riprese) presenta ora, una prima parte del grande corpus degli aforismi di Nicolás Gómez Dávila intitolato In margine a un testo implicito, (traduzione di L. Sessa, Adelphi, Milano 2001, pagg. 192, L. 20.000), con in appendice un bel saggio integrativo dal titolo "Un angelo prigioniero nel tempo", ben documentato, e che introduce il lettore in modo efficace in quel "circolo ermeneutico" necessario per leggere e intendere questo autore. Come dicevo, gli aforismi qui presentati sono solo una piccola parte, ma offrono un ritratto dell’autore assai eloquente. Gómez Dávila definisce se stesso come uomo nel modo che segue "Sensuale, scettico e religioso non sarebbe una cattiva definizione di ciò che sono". E come pensatore si fa ben riconoscere in questi due aforismi: "Il filosofo non è altro che la fiamma che lo brucia"; "Il filosofo non è portavoce della sua epoca, ma angelo prigioniero nel tempo". Per certi aspetti egli ricorda Montaigne e Pascal; per altri aspetti — soprattutto nella forma dei suoi aforismi — Nietzsche e Cioran. Per gustare a fondo questo autore, il lettore deve comprendere, da un lato, il significato e la portata della forma propria dell’aforisma; dal l’altro lato, deve individuare i punti-chiave attorno ai quali si incentrano i contenuti concettuali; infine, deve scoprire che cosa indichi quel "testo implicito" cui viene fatto un riferimento strutturale esplicito. Per quanto concerne lo stile brachilogico ed ellittico del l’aforisma, Gómez Dávila scrive: "L’idea è qui un centro ardente, un fuoco di luce secca. Ne discenderanno conseguenze infinite, ma ancora non è che un germe, una promessa racchiusa in se stessa. Chi scrive in questo modo non tocca che le cime del l’idea, una dura punta di diamante. Tra le idee circola l’aria e si apre lo spazio. Le loro relazioni sono segrete, le loro radici nascoste. Il pensiero che le unisce e le regge non si rivela mentre si attua, ma nei suoi frutti, nelle idee sciolte e sole, arcipelaghi che affiorano in un mare ignoto". Nietzsche — che Gómez Dávila cita insieme a Pascal come esempio paradigmatico di questo stile di scrittura — ha espresso un pensiero analogo assai significativo, che conviene leggere: "Una buona sentenza è troppo dura per il dente del tempo e non viene consumata neanche da tutti i secoli, benché serva da nutrimento per ogni epoca: in tal modo essa rappresenta il grande paradosso della letteratura, l’imperituro in mezzo al mutevole, l’alimento che rimane sempre apprezzato, come il sale, e mai, come persino questo, diviene insipido". Lo stile dell’aforisma, può costituire una sorta di fuga dal contenuto al puro stile. Un pensatore che abbia scritto solo o soprattutto aforismi, può lasciare tale impressione; ma non è questo il caso di Gómez Dávila. Egli ritiene, infatti, che l’espressione frammentaria dell’aforisma sia quella più idonea a esprimere la situazione e il pensiero del l’uomo, la cui vita si trascina tra frammenti. Tuttavia, rileva giustamente Volpi, "il frangersi della sua opera in aforismi è solo l’aspetto formale di un pensiero che mira comunque all’intero"; e a prova adduce questo aforisma che costituisce una significativa conferma: "Le mie brevi frasi sono tocchi cromatici di una composizione pointilliste". Gómez Dávila precisa anche quanto segue: "L’opera frammentaria si fa poesia nel momento in cui ci obbliga a completare le sue curve multiple". Qual è, allora, quella "composizione pointilliste", ossia quell’"intero" che emerge dalla composizione frammentaria? È innanzi tutto ciò che è contenuto in quel "testo implicito", che risulta essere presente come una sorta di "protagonista clandestino" in tutti gli scritti di Gómez Dávila (e ben si potrebbe dire in ciascuno dei suoi aforismi) che consiste essenzialmente nel messaggio globale assai forte di "reazione" radicale contro il nichilismo in cui affondail mondo moderno e contemporaneo: "Il ventesimo secolo — egli scrive — è un naufragio che non ha fine". Il messaggio "reazionario" del nostro autore non va però confuso con quello "conservatore". Due aforismi richiamati da Volpi spiegano bene la tangenza e a un tempo la differenza fra il primo e il secondo: "Il reazionario diventa conservatore solo in epoche che hanno ancora qualcosa da conservare"; essere reazionario significa "comprendere che l’uomo è un problema senza soluzione umana". Un punto essenziale che mi sembra debba essere messo in adeguato rilievo è il seguente: la posizione filosofica di Gómez Dávila è quella di un platonico a tutto tondo del secolo XX. Lui stesso ce lo rivela nel seguente aforisma: "Il mondo moderno è una sollevazione contro Platone"; e soprattutto in quest’altro: "In ogni reazionario rivive Platone". E non solo in generale (come metafisico reazionario), ma in molti punti particolari il nostro autore riprende e ripensa concetti platonici. Naturalmente, la "reazione" di cui parla Gómez Dávila è quella rivolta contro la corruzione e il vuoto dei tempi, e dunque è reazionario colui che lotta per il recupero di valori perduti. Egli fa girare i suoi aforismi intorno alle questioni di base connesse con la politica, l’arte e la filosofia, la religione e la teologia. Leggiamo alcune delle massime particolarmente significative. Sulla politica, sulla borghesia, sul marxismo e sugli uomini politici in generale scrive: "I parlamenti democratici non sono anfiteatri in cui si discute, ma recinti in cui l’assolutismo popolare registra i suoi editti"; "Borghesia è qualunque insieme di individui scontenti di ciò che hanno e soddisfatti di ciò che sono"; "Il socialismo è la filosofia della colpa altrui"; "Il comunista prima della sua vittoria merita il massimo rispetto. Dopo non sarà che un borghese indaffarato"; "Il popolo non elegge chi lo cura, ma chi lo droga"; "Nelle truppe degli intellettuali di sinistra militano solo piccolo-borghesi inaciditi"; "Il dialogo fra comunisti e cattolici è diventato possibile da quando i comunisti falsificano Marx e i cattolici Cristo"; "Nichilismo, cinismo o stupidità; queste sono le alternative politiche del nostro tempo". Sull’arte scrive: "L’autentica arte moderna si può definire soltanto definendo quel che rifiuta: l’arte moderna autentica è quella che si oppone all’uomo moderno"; "La pittura moderna non è capriccio, come pensa l’ignorante, è tragedia"; "A differenza dell’arte di altre epoche, l’arte attuale è inintelligibile senza l’estetica dottrinale che la puntella". Per Gómez Dávila la vera arte è qualcosa di eterno, ossia vale per sempre, proprio come pensavano i Greci: "Per il lettore che sa leggere, tutta la letteratura è contemporanea". Sulla filosofia, oltre a quanto abbiamo letto negli aforismi già sopra riportati, merita di essere ricordato un suo giudizio sulle varie forme di filosofia del linguaggio, ancora oggi tanto diffuse: "Ridurre la filosofia ad analisi linguistica equivale a supporre che esista solo un pensiero altrui". Il cuore della filosofia deve essere la "metafisica", su cui Gómez Dávila scrive: "La metafisica è stata seppellita talmente tante volte che viene fatto di giudicarla immortale". Ma la metafisica, per lui — e a giusta ragione — costituisce un impegno non solo intellettuale, ma anche e soprattutto esistenziale: "I problemi metafisici non assillano l’uomo perché li risolva, ma perché li viva". Per quanto concerne il problema del divino, di Dio e del Cristianesimo, tutta una serie di aforismi devono essere meditati a fondo. Per ragioni di spazio, qui mi limito a richiamarne alcuni particolarmente eloquenti. Gómez Dávila scrive: "Respiro male in un mondo non attraversato da ombre sacre"; "Se Dio fosse il punto d’arrivo di un ragionamento, non sentirei alcuna necessità di adorarlo. Ma Dio non è solo la sostanza di ciò che spero, è anche la sostanza di ciò che vivo"; "Non parlo di Dio, per convertire qualcuno, ma perché è l’unico tema di cui valga la pena parlare"; "Un libro che non abbia Dio, o l’assenza di Dio, come protagonista clandestino, è privo d’interesse"; "Essere cristiani è trovarsi di fronte a colui cui non possiamo nasconderci, di fronte a cui non possiamo mascherarci. È assumersi il peso di dire la verità anche quando offende"; "Non l’originalità della dottrina ma la divinità di Cristo determina l’importanza del cristianesimo". Sulla nietzschiana teoria della "morte di Dio", scrive: "La morte di Dio, è una falsa notizia messa in giro dal diavolo che mentiva sapendo di mentire"; "Il più grande errore moderno non è l’annuncio della morte di Dio, ma l’essersi persuasi della morte del diavolo"; "Da quando la religione si secolarizza, come unico testimone di Dio rimane Satana". Sul problema dell’uomo che, eliminato Dio, pone se stesso come fine, Gómez Dávila non esita ad affermare che, così facendo, egli instaura con gli altri un nesso strutturale di vana reciprocità, in quanto l’uomo che si riflette solo sull’uomo instaura come un rapporto fra due specchi vuoti, che non possono riflettere se non il vuoto: "L’uomo è il rifugio più fragile per l’uomo"; "Per sfidare Dio l’uomo gonfia il proprio vuoto". Però egli ha dell’uomo, inteso come "persona", un concetto elevatissimo: "Ciò che non è persona in fondo non è nulla". E nell’amore pone uno dei vertici del suo pensiero: "Il domandarsi tace solo di fronte all’amore: "Perché amare?" è l’unica domanda impossibile: L’amore non è mistero, ma luogo in cui il mistero si dissolve". Da quanto ho detto, il lettore avrà ben compreso l’importanza di questo autore e di questo libro; c’è da sperare che venga tradotto il corpus degli aforismi nella sua interezza, come si è già fatto in lingua tedesca (1987, 1992, 1994). Volpi termina il suo saggio affermando, giustamente, che "le fulminanti sentenze di Gómez Dávila formano davvero un’opera inclassificabile, che non ha termini di paragone". E facendo richiamo a due degli aforismi che abbiamo sopra letto, conclude: "Insomma, Gómez Dávila è senz’altro uno dei più originali solitari del Novecento, che ha interpretato il ruolo del filosofo-scrittore nel mondo moderno in uno stile impareggiabile, coltivando al tempo stesso l’eredità greca e lo spirito di Chartres. Come tale egli non si sentiva né voce della sua epoca, né il proprio tempo colto in pensieri, ma un solitario di Dio, un angelo prigioniero nel tempo".
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