![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 15 AGOSTO 2001 |
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Il grande pensatore francese, morto due anni fa, avrebbe compiuto cent'anni il prossimo 18 agosto
Bergson, il suo maestro, capì che tutto si cela nell'istante
A Guardini lo univa la coscienza della crisi
Era nato il 18 agosto del 1901 a Saint-Étienne, Jean Guitton. Dal 1933 insegnò in vari licei francesi e all'Università di Montpellier (1937). Partecipò alla II Guerra mondiale e fu prigioniero dal 1940 al '45. Dal 1955 insegnò alla Sorbona sulle cattedre di Storia della filosofia e di Filosofia. Nel 1961 fu chiamato a far parte dell'Accademia di Francia. Partecipò, chiamato da Giovanni XXIII, ai lavori del Concilio Vaticano II.
Scrittore prolifico, pittore, filosofo, Guitton iniziò la sua storia di pensatore con un saggio su "Il tempo e l'eternità in Plotino e sant'Agostino" (1933), proseguendo con opere su Leibniz, Loisy, i rapporti tra "Il pensiero moderno e il cattolicesimo" (1934), Newman (1946), Bergson (1960); Platone (1960); Giovanna d'Arco (1961); Pascal (1962). Numerosi anche i libri che toccano questioni etiche e spirituali: "La difficoltà della fede" (1948), "Saggio sull'amore umano" (1948), "Il lavoro intellettuale" (1951), "Sguardo sul Concilio" (1962), "L'amore divino" (1971); "L'assurdo e il mistero" (1984). Il suo ultimo volume, uscito da Gallimard nel 1998, s'intitola "Ultima verba".
È morto il 21 marzo 1999, a Parigi.
L'eredità di Jean Guitton è ricca di fede e di speranza. Non annuncia alcuna facile apocalisse, ma la sua consapevolezza della crisi spirituale contemporanea non ha dubbi e cerca in tutte le direzioni della condizione umana. Parla di politica, di scienza, di religioni, di amore, di preghiera, di droga, di aborto... dell'integrità perduta. Per questo ricorda l'opera di Romano Guardini, del "tedesco-italiano", come lo chiamava, sorridendo: "Ha avuto ed ha un compito altissimo, riconciliare nel vincolo del Divino l'umano e l'universo, l'uomo con se stesso, ricordargli che egli è sempre fra creazione e rivelazione perché non c'è forma vivente, canto di poeta, opera artistica che suggerisca quel Mistero, quel non ancora da cui tutto scaturisce e in cui tutto deve ritornare". È una citazione che conservo sulla pagina di una dispensa e che mi riporta i due grandi testimoni che hanno attraversato la mia vita.
Ogni volta che il filosofo apriva la porta di casa si sentiva che l'Assoluto poteva essere davvero vocazione profonda. I "compagni" del suo spirito furono i mistici, fedeli, privilegiati e lo accompagnarono, discreti, lungo il secolo che attraversò da protagonista.
Jean Guitton fu soprattutto un uomo libero, un pensatore forte, un cattolico autentico, un umanista profondo e uno scrittore limpido (uno che non si può copiare). Nel suo cuore aveva una sola certezza: "Essere sempre pronti a rispondere a chiunque ti chieda ragione della speranza che è in te". Desiderava scrivessero l'invito di san Pietro sulla sua tomba. Avrebbe compiuto cento anni il 18 agosto 2001, ma se n'è andato poco prima, due anni fa. Quando gli mandai gli auguri per il suo 95° compleanno mi scrisse la lettera più bella che abbia ricevuto (anche da lui). La grafia fragile, quasi scomposta, mi disse tra l'altro: "La morte m'interpella, ma la difficoltà è la morte degli altri".
Era un filosofo ironico. Basta leggere Il mio testamento filosofico dove immagina la sua morte nell'appartamento parigino. Dialoga con amici e maestri, li incontra quasi tutti da Socrate a De Gaulle per terminare insieme a Mitterrand una serrata riflessione sulla "comunione dei santi". La conclusione, una pagina e mezza, è forte, coinvolgente: "Tutta la mia gloria si era sciolta come una montagna di cera. Cristo benedisse il Padre. Poi schiuse le labbra e pronunciò il giudizio".
Accademico di Francia e delle Scienze morali e politiche, chiamato da Papa Roncalli a partecipare ai lavori del Concilio Vaticano II, amico personale di Paolo VI. L'amicizia durò ventisette anni, si vedevano a Roma ogni anno, l'8 settembre, a ricordo del loro primo incontro. Autore di settanta o più libri è conosciuto nel mondo, è già entrato nella storia.
Quest'uomo che guardava diritto negli occhi, che accoglieva volentieri, metteva la persona a proprio agio come se in quel momento gli altri non esistessero, ricordando molte cose di chi gli stava dinanzi. Il libro che si notava sempre sulla sua "affollata" scrivania era Dialogues avec Paul VI. Colloqui, consigli, preghiere, passeggiate nei giardini vaticani, ma anche poesie, Claudel, Valéry, qualche domanda su Picasso e, discretamente, "informazioni" circa gli studi guittoniani sull'Amore umano. Era colpito da una frase del cardinale Newman: "Verrà il momento in cui la Chiesa sarà sola a difendere nello stesso tempo l'uomo e la cultura". La ripeteva spesso senza trovare risposta. Quando il Papa gli chiese quale fosse il testo di san Paolo che "amasse di più", gli rispose all'improvviso con una citazione: "Vogliamo essere svestiti, ma sopravvestiti affinché ciò che è morale venga assorbito dalla vita (...) Tutti, credenti e non credenti vogliamo essere portati oltre noi, senza nessuna perdita, nessun annientamento, tranne il peccato".
Il pensatore francese, "non intellettuale", precisava, dipingeva dall'età di dieci anni, ma fu Papa Montini a esortarlo a continuare. Diceva di dipingere per "conoscere il proprio inconscio". Certo la sua pittura ha due vie ben precise, che poi s'incrociano, Cristo e la donna o meglio il mistero femminile. Lo si è compreso nella personale di Brescia, presso l'associazione Arte e Spiritualità. Un "Volto di Cristo", il "Roveto ardente", dove il colore del fuoco prende la forma di un viso, la "Vergine Maria" raffigurata in una nudità ideale, come a toccare l'essenzialità dell'essere, esprimendo un anticonformismo guidato dalla luce interiore che lo ispirò sempre, in ogni disciplina.
Di qui i suoi studenti tornano a quelle indimenticabili lezioni su Il puro e l'impuro, che poi, rivedute, "cresciute", diventarono un libro dalla lunga gestazione. In Italia giunse nel 1993. Ci sono le tematiche forti di Jean Guitton, l'uomo interiore e l'uomo esteriore ricondotti all'unità sublime dell'Ecce homo, la finitezza umana, la Voce del Fiat e della Resurrezione.
Dice bene Gonzague Williatte, amico e interlocutore del filosofo: "Al puro egli osa preferire l'impuro, al fine di salvare il vero. Il testo è una filosofia dell'esistenza, ma soprattutto è una filosofia del sopra-essere". La via catara può sembrare eroica, pura (i duecento rimasti nella fortezza di Montségur morirono nel fuoco pur di non rinunciare al catarismo), ma colui che la segue si preclude la vita vera della mescolanza, della scelta tra il tutto e il niente e non incarna l'ideale nel suo quotidiano, magari povero, ma reso autentico. Tra le righe incontriamo il grande maestro di Guitton, Henri Bergson, il filosofo della durata in cui i ritmi della quantità perdono via via significato fino a diventare qualità pura.
Il pensatore di Saint-Etienne ebbe un senso altissimo dell'amicizia e lo insegnava, citando Agostino, Cicerone, Bernardo di Clairvaux e Rumi, il poeta che accecò d'amore i Musulmani e che diceva: "L'amicizia vi farà ombra finché a poco a poco possiate abituarvi all'Immensa luce".
Parlava spesso con François Mitterrand, già malato e inquieto, ma "senza confortarlo troppo". Quando il presidente gli chiedeva perché parlasse "al contrario" di Sartre, rispondeva così: "Perché Sartre ha scelto l'absurde e io ho scelto il mistero, vale a dire ho scelto di entrare in Dio. Sono portato all'idea dell'immortalità dell'anima e proprio per l'assurdità della concezione opposta".
Sull'amica "intima" Marthe Robin scrisse un libro (1988). Aveva un'anima straordinaria la contadina della Drome che visse per trent'anni nella penombra della sua stanza, dove giungevano persone importanti della politica e della Chiesa e gente semplice. La propria vita era concentrata sul venerdì, "l'ora", secondo Giovanni, nella quale è riassunta la vita di Gesù. Egli la visitava regolarmente: "Per venticinque anni Marthe fu per me un solo mormorio, una voce sorprendente per versatilità, tenerezza e vigore" e assistendo al passaggio di quest'"angelo" si convinse che il futuro sarà aperto all'homo mysticus. Romano Guardini osava sperare per l'avvenire una esperienza tutta nuova nella carità: "Dimenticare il mondo per il suo supremo perché" (Das Ende der Neuzeit).
Il pensatore cattolico divise con Louis Althusser una fedeltà profonda, nonostante le versioni differenti su molte cose, per non dire su tutte. Suo allievo e amico, poi maitre-à-penser del marxismo, quindi la rottura con il Pcf e l'uccisione della moglie, preso da una specie di delirio. Finì nell'ospedale psichiatrico Forestier (periferia parigina). Soffriva, era malato e negli ultimi tre mesi Guitton lo seguì in modo speciale. Lo ascoltava, non gli poneva domande perché "solo Dio può conoscere certi segreti". Del resto aveva educato anche i suoi studenti a essere forti nella propria specificità religiosa, ma aperti all'amicizia e alla preghiera comune con persone di fede diversa.
Il 1993 in Francia e il 1995 in Italia è "l'ora magica" di Lettere aperte, lettere mai spedite, immaginarie, ma che ci aprono il cuore di un uomo che fa dimenticare l'accademico, il filosofo, il professore. Ci vengono incontro affetti, emozioni, ricordi, la madre: "Mi hai insegnato a leggere e quando ho studiato il greco lo hai studiato con me", la moglie italiana, morta da anni, la dolce Marie-Louise: "Vivendo con te ho capito che il mistero era la vita reale", Marthe Robin: "Un giorno mi hai permesso di sfiorarti il viso (...) tu appartenevi al Tutto", Pascal: "La bellezza traspare attraverso gli stracci, il tuo genio era al di sopra di Pascal". Il post scriptum dice: "quasi tutti i corrispondenti sono morti" ma lui ha "vissuto tante giovinezze e sa che ciò che ama vivrà".
Non potrei concludere senza ricordare Il libro della saggezza e delle virtù ritrovate (1998-1999). È il testo che amici e lettori amano forse più degli altri perché è l'ultimo, perché lo scrive, dialogando con il caro amico J. J. Autier, l'"amico pellegrino", o perché termina sotto gli ultimi raggi del sole di fronte al parco del Luxembourg? Non sappiamo, ma la ragione deve essere quella di Jean-Jacques: "Gli strinsi a lungo la mano. Sotto la pelle diafana sentii battere la vita, questo miracolo, questo mistero arido di vita. Adesso conosco il suo sogno di felicità". Il filosofo, dopo tante riflessioni e tante risposte, dice, in un sorriso enigmatico: "Non confondo il sogno e la felicità. La felicità è nel cuore! Tocca a ciascun rispondervi nel segreto della sua vita". Ecco l'autentico Jean Guitton.
L'ultima volta che lo vidi era un uomo già attento alla morte, non si alzò dalla poltrona, non mi citò una frase dei Soliloquia di Agostino (sapeva venissi dal rus Cassiciacum): "Non badare a ciò che faranno e diranno dopo la mia morte. Io avrò vissuto l'attimo immenso del quale tu mi chiedevi".
Con il nodo in gola mi rifugiai fra le piante del Luxembourg. Lui non era alla finestra.