| L’amicizia base della polis: com’era saggio Aristotele
UN VALORE DA RIVALUTARE, ATTRAVERSO IL COSMOPOLITISMO E IL FEDERALISMO, LA NOBILTA’ DELL’HOMO RECIPROCUS
Giorgio Carnevali "Dell'amicizia politica - Tra teoria e storia", Laterza, pp. 126, L. 25.000
L’amicizia o l'individuo senza passioni. "Ma ditemi, voi uomini, chi di voi è capace di amicizia"? - si domandava Nietzsche. A essere sinceri, pochi sono oggi gli uomini capaci di vera amicizia. Ma cos'è l'amicizia? Ed è possibile pensare a un'amicizia in senso politico o siamo figli di Carl Schmitt, che tutto riduceva alla contrapposizione tra amico e nemico? L'Altro è solo nemico, rivale o può essere anche amico? Oppure dobbiamo rassegnarci ad essere individui solitari senza passioni né legami, assenti e inautentici? Viviamo davvero una strana commistione di utilitarismo e di edonismo, entrambi esasperati, che svuotano ogni "spazio pubblico". Peggio: trionfa l'indifferenza per l'Altro. Occorre tempo per costruire un'amicizia; ed occorrono luoghi (fisici e mentali) per farla vivere. Ma oggi tempo e spazio sono stati annullati dalla tecnica e dall'economia. L'amicizia ha ceduto il passo a rapporti sociali di scambio e di mera esecuzione, dove il "fare" prevale sulla capacità e possibilità di "essere". Viviamo sempre più in un mondo di "relazioni" continue e pervasive, ma puramente funzionali (è "comunicazione-informazione", non "comunicazione-comprensione"). Sono cioè relazioni senza passioni. Ma può darsi amicizia - che (s)confina con l'amore - senza passione? Disertiamo da ogni sfera e legame sociale, accomodandoci in un narcisismo patologico e solipsistico. L'esasperazione utilitaristica porta all'esasperazione edonistica, il nichilismo della tecnica porta al nichilismo sociale. Eppure: crediamo davvero che l'assenza di legami sociali significhi più autenticità e più libertà.
E'- piuttosto - il trionfo dell'indifferenza ma soprattutto della banalità - come sostiene Baudrillard. Tutto è indistinto, tutto è uniforme - la "banalità del male" è diventata "banalità del fare" - ma la logica perversa di creare "nemici" (esterni) per pacificarci in una falsa "amicizia" (interna) è sempre attiva. Magari in modo perfettamente funzionale alla "tecnica" intesa come "organizzazione", che continuamente ci chiama all'ostilità e alla competizione (necessarie alla perdita di "senso" e di progettualità), negandoci al contempo il diritto al conflitto e alla critica, al legame sociale e all'amicizia - questi sì generatori di "senso".
Operazione rischiosa, allora, quella di rivalutare l'amicizia - per di più in termini politici. Ma necessaria. Ci riesce Giorgio Carnevali - professore di Scienza politica a Padova - in questo "Dell'amicizia politica - Tra teoria e storia". Per Aristotele, l'amicizia era base della polis. Compito della politica, diceva, "sembra essere soprattutto il creare amicizia". Ma se l'antichità "ha vissuto e pensato l'amicizia con intensità, l'ha poi portata con sé nella tomba" (Nietzsche). Noi (noi moderni e postmoderni) l'abbiamo rimossa o l'abbiamo chiusa nel privato. Carnevali propone invece, molto opportunamente, di rivalutare l'amicizia politica. Come? Attraverso cosmopolitismo e federalismo. Mentre però il cosmopolitismo vuole tutti amici, anche quelli lontani e rischia di essere astratto, il federalismo (ma non la caricatura che se ne fa in Italia) si concentra sugli amici vicini, generando una vera amicizia politica. La federazione crea infatti fiducia, durata e uguaglianza. Carnevali propone dunque "un agire federalistico e un pensare cosmopolita" insieme. Basterà? Gli Usa non sono un buon modello, con il loro bisogno ossessivo di nemici, disuguaglianze esasperate e una macchina omologante efficientissima.
Ancora le passioni, di cui si occupa un altro libro importante, "L'individuo senza passioni" di Elena Pulcini, docente di Filosofia politica a Firenze (Bollati Boringhieri, pp. 226, L. 40.000). Passioni? Oggi convivono atomismo e massificazione, solitudine e conformismo, indipendenza e dipendenza. In realtà sono in crisi sia l'identità individuale che il legame sociale. L'esito? Da una parte l'individualismo narcisista, dall'altro un comunitarismo regressivo e chiuso. Per uscire dal dilemma, scrive Elena Pulcini, occorre ritrovare quelle "passioni orientate all'alleanza e alla solidarietà, alla pietas e alla cura dell'altro". Al bisogno strumentale dell'altro occorre opporre il desiderio dell'altro. Come? Attraverso soprattutto la "realtà simbolica del dono", visto non come mezzo per soddisfare i propri bisogni, ma come fine in sé. Solo così forse nascerà quell'homo reciprocus consapevole della propria incompiutezza e della propria inevitabile dipendenza dall'altro.
Ma per farlo forse bisognerebbe sconfiggere la pre-dominanza della tecnica e la sua unilaterale e universale "forma-del-mondo". E questo è molto più difficile. |