RASSEGNA STAMPA

10 AGOSTO 2001
editoriale
"Io, il medico che dice ai malati se sono senza speranza"

Parla il primario di Lecco accusato dai parenti dei pazienti di essere disumano. "Devono conoscere la verità, così sono più sereni"

E poi arriva sempre quella domanda: "Dottore, quanto tempo mi resta...?". Chissà quante volte l’hanno sentita queste quattro pareti grigie che circondano una scrivania e tre seggiole, un computer, una porta rossa, i diplomi delle scuole di specializzazione, e una vignetta di Charles Schultz, incorniciata nell’angolo. C’è Piperita Patty che cammina, chiedendosi: "A che servono gli amici, se non riesci a dimenticarli?". Anche gli amici veri hanno i loro limiti.
Lui, Giovanni Ucci, primario di oncologia all’ospedale "Manzoni" di Lecco, reo confesso di sincerità volontaria, risponde a tutte le domande, tranne questa: "Dottore, quanto mi resta da vivere?". Perché può supporlo, ma non saperlo: "E se tu gli dai un termine, il paziente poi ha quel termine. Ma in fondo l’abbiamo tutti, no?", sorride.
E’ amareggiato, deluso, ma non pentito: lo hanno accusato di aver rivelato la terribile verità a due malati terminali. "E’ così", conferma il primario. Uno dei due è morto due giorni dopo. Ha rifiutato il cibo, si è lasciato andare all’ineluttabilità di quel verdetto: "No, è morto di cancro, purtroppo", ribadisce la sua diagnosi il medico. L’altro è sopravvissuto poco di più, soltanto un mese: "Non alla notizia, ma alla malattia", insiste l’oncologo. Le vedove si sono rivolte alla giustizia della carta stampata: "Quel medico è cinico e crudele, ha ucciso anche la speranza. E’ stato disumano. Perché?".
Perché, dottor Sincerità? "Perché, come dicono le mie infermiere, conoscere vuol dire poter scegliere. E solo un paziente che sa può rimanere sereno". Scegliere? Come fa un malato a stabilire come si affronta il suo caso? "Il medico è soltanto il consulente del malato. Può cercare di guidare la sua scelta, ma non decidere per lui. Deve dargli tutte le informazioni necessarie perché lui scelga se pagare o no il prezzo di cure dolorose. E’ a lui che spetta la decisione. E io la metto in pratica. Peccato che non ci sia più Montanelli, lui capirebbe". Lui reclamava il diritto di tutti a non soffrire inutilmente, a restare padroni di se stessi fino all’ultimo momento. All’eutanasia: "Ecco, no, su questo non sono d’accordo. Questo non può chiedermelo nessuno. Se un paziente, informato adeguatamente, decide di lasciarsi morire, di rifiutare cure inutili o palliativi, d’accordo. E’ libero. Ma io non pratico l’eutanasia. Non lo farei neanche su me stesso". Si appella al marchio indelebile della fede cattolica; alla formazione, altrettanto irreversibile, dei medici "programmati per far vivere i pazienti" e capisce che si è avventurato su un terreno infido anche per le certezze di Ippocrate, dove i confini fra diritti e doveri si perdono nell’umana pietà. Allora cerca dei paletti: "Non bisogna confondere i pazienti oncologici avanzati con i pazienti terminali: malattia avanzata è sinonimo di malattia non guaribile. Il malato morirà di tumore, ma può ancora beneficiare delle cure, guadagnare quei due o tre mesi di vita in più. Terminale è il paziente in cui le cure rivolte al tumore, chemioterapia o radioterapia, non hanno più effetto. Può sopravvivere serenamente ancora per settimane o mesi, purché gli si tolga il dolore. E purché sappia la verità, se lo desidera". La verità aiuta a stare meglio? "Sì, perché gli risparmia esami e cure superflue". Però i familiari non la pensano così.
Il primario lo sa: "Quando comunichiamo loro la diagnosi, la prima reazione è: per carità, non lo dica a mio marito. O a mia madre. Sbagliano. Perché il malato è destinato a peggiorare e, se non ne sa il motivo, non se ne farà una ragione. Se crede di prendere degli antibiotici e invece è chemioterapia, non sopporterà gli effetti collaterali. Una volta venne da me una bella signora di 55 o 56 anni, molto curata. Una capigliatura alla Wanda Osiris. Era stata operata di tumore alla mammella, con 4 o 5 linfonodi interessati. Le spiegai che, per ridurre il rischio di recidiva, avrei dovuto prescriverle alcuni cicli di chemioterapia e che avrebbe perso i capelli. Mi rispose: faccia quello che vuole, ma non mi faccia cadere i capelli. Le spiegai che le altre cure avrebbero avuto minori possibilità di successo. Non le importava, non voleva perdere i capelli, nemmeno per sei mesi. Le ho prescritto farmaci anti-ormonali e dopo due anni il tumore si è ripresentato. E’ morta. Ma ha fatto quello che voleva, consapevolmente".
Barese di nascita, salernitano di adozione, figlio di un carabiniere, Giovanni Ucci, 44 anni, si è laureato a Pavia e specializzato in ematologia alla scuola del professor Ascari: "Ho cominciato occupandomi di neoplasie del sangue. Leucemie. Non ho voluto intraprendere la carriera universitaria perché volevo stare a contatto coi pazienti. E non è stato facile. Non era facile vedere arrivare una ragazza giovane, coi capelli neri, lunghi, le ciglia folte e scoprire che era leucemica. Rivederla dopo due mesi, senza più capelli e accompagnarla alla morte. O salutare un camionista finalmente in remissione, cioè con i valori del sangue tornati a posto, augurargli buone vacanze con la sua fidanzata e ritrovarlo all’inizio dell’estate due anni dopo, recidivo. Inguaribile".
E’ stato lì, ammette, che ha cominciato a farsi una corazza, che gli pesa come queste accuse di cinismo. Forse il metodo Di Bella aveva questo di buono, che non toglieva la speranza: "Sì, è stata la più grossa sconfitta dell’oncologia tradizionale - riconosce il primario -. Ricordo i malati che venivano da me con la fiala di somatostatina, come fosse la pozione magica, felici di essere riusciti a procurarsela. Volevano solo che gliela somministrassi. Rispondevo: non giudico la terapia Di Bella, ma non la so fare e non gliela faccio. Ho capito però che l’oncologia ufficiale, immersa nello studio dei numeri, dei dati e delle statistiche, aveva perso di vista la parte umana del nostro lavoro. E’ vero, Di Bella non toglieva la speranza, ma prendeva in giro la gente. Involontariamente, in buona fede, ne sono sicuro. Ma io sono un tecnico, devo continuare a considerare i numeri".
A chi resta il ruolo umano? "Ai miei infermieri. C’è sempre uno di loro presente ai colloqui durante i quali informo il paziente. Saranno loro a seguirlo, a restargli accanto durante tutte le fasi della cura, mentre io studio al computer il percorso della malattia. Sono compiti diversi". Lui si è scelto il più ingrato. Ma si reputa ugualmente un amico. Un amico sincero.
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