![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 5 AGOSTO 2001 |
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IL FUTURO DEL MOVIMENTO DOPO GENOVA
Qual è la lezione che viene dai fatti di Genova? Cosa si sta muovendo oltre Genova? Sul piano della agenda politica, il G8 di Genova è sostanzialmente fallito, poiché gli otto grandi non hanno assunto nessuna decisione di rilievo. Ma il ricorso alla lotta non-violenta da parte del movimento no-global è ancora una scelta acerba e troppo facilmente inquinabile. Basta una frangia di anarchici o di black-bloks perché tutto naufraghi. Il Genova Social Forum avrebbe dovuto prendere nettamente le distanze da chi ha evocato verbalmente e nelle forme della protesta una scenario da guerra civile.
Le forze dell'ordine hanno avuto un comportamento contraddittorio e inefficace, in parte comprensibile ma in parte ingiustificabile. Hanno difeso la cosiddetta zona rossa, ma per il resto è stato un flop. L'elevato numero di denunce documenta l'uso improprio della forza repressiva contro manifestanti pacifici e inermi. I cattolici hanno dato una prova significativa di presenza e di mobilitazione, dando voce alle indicazioni del Papa e del Cardinal Tettamanzi.
La scelta di andare a Genova il 7 luglio, per evitare di restare prigionieri del circo mediatico, ha sortito l'effetto di riportare l'attenzione sui contenuti dell'agenda del G8. Ora il movimento no-global dovrebbe evitare di cadere nella trappola di lasciarsi trasformare in soggetto politico, in una sorta di partito anti-globalizazione; nemmeno potenziale, perché - per usare le parole di Marco Revelli - "siamo di fronte tutt'al più ad un soggetto etico infinitamente plurale, poliglotta, mutevole, che ha nella molteplicità dei suoi linguaggi e nella molteplicità concreta delle esperienze quotidiane di ogni suo piccolo segmento la propria forza".
Forse ha ragione Alain Touraine quando dice che il denominatore comune di tutta questa galassia è la ricerca di un controllo democratico sulle questioni del mondo. Ora bisogna elaborare politicamente la "lezione" di Genova per evitare una deriva in stile anni '70. L'obiettivo principale da perseguire è quello di porsi come coscienza critica dell'assenza di governance mondiale, aumentando la partecipazione della società civile alle scelte delle organizzazioni internazionali, selezionando poche essenziali traguardi da raggiungere: il rispetto degli accordi di Kyoto, l'introduzione della Tobin Tax; lo 0,7 del Pil ai paesi poveri; la cancellazione di tutto il debito; nuove regole per il commercio mondiale e la disponibilità per tutti delle medicine per curarsi.
Il futuro del movimento no-global passa, dunque, attraverso tre strade strette e irrinunciabili: la scelta radicale della non-violenza, senza ambiguità; una visione positiva sull'oltre la globalizzazione, e non solo anti-globalizzazione; una coscienza critica sulla necessità di costruire una nuova generazione di istituzioni democratiche capaci di governare i problemi globali del pianeta. Quello che stiamo vivendo è un momento nascente, è una fase costituente, è un processo democratico dal basso, con tutte le sue contraddizioni.
Luigi Bobba è presidente nazionale delle Acli