RASSEGNA STAMPA

4 AGOSTO 2001
editoriale
Se Ratzinger riscopre Pascal

Una domanda al cardinale Joseph Ratzinger: Pascal e Kierkegaard rappresentano ancora un pericolo per la teologia cattolica? "Noi conosciamo Dio soltanto per mezzo di Gesù Cristo ". "Il Dio dei Cristiani non è semplicemente un Dio autore delle verità matematiche e dell'ordine cosmico. Tutti coloro che cercano Dio fuori di Gesù Cristo, cadono o nell'ateismo o nel deismo: due cose che la religione cristiana aborre quasi in egual misura ". "La fede è un dono di Dio. Non crediate che diciamo che è un dono del ragionamento ". "La fede è differente dalla dimostrazione: questa è umana, quella è un dono di Dio". Così Blaise Pascal.
Ed ecco Søren Kierkegaard. "Credere è propriamente andare per quella via dove tutti gli indicatori stradali mostrano: indietro, indietro, indietro! Dunque, la via è stretta (e questo appartiene già alla fede). La via è buia; anzi, non è soltanto buia di un buio pesto, ma è come se la luce dei lampioni non facesse che confondere e aumentare l'oscurità... proprio perché gli indicatori stradali significano la direzione inversa". "Dal punto di vista cristiano la Fede abita nell’esistenziale: Dio non si è esibito in veste di docente che ha alcune tesi; no, prima bisogna credere e poi comprendere". "E Abramo credette e non dubitò, egli credette l'assurdo".
Ho riportato questi pochi pensieri di Pascal e di Kierkegaard semplicemente per richiamare alla memoria una tradizione che all'interno della cultura cattolica è stata spesso denigrata come "fideismo" e "irrazionalismo", tanto che non sono stati e non sono così pochi quei cattolici i quali, seguendo itinerari filosofici diversi dal tomismo e dalla neoscolastica, si sono sentiti e magari ancora si sentono se non in colpa perlomeno in difficoltà psicologica e morale.
Ma ecco l'inevitabile problema: un filosofo o un intellettuale non può essere cattolico se non è tomista? In altri termini: un seguace del pensiero di Rosmini è un eretico? E che ne è dei seguaci di Scoto? Ed esistenzialisti lontani dalle concezioni scolastiche e neoscolastiche come Gabriel Marcel, Pietro Prini o Luigi Pareyson sono fuori dalla Chiesa? Maurice Blondel sarebbe ancora vitandus ?
Nel maggio del 1996 il cardinale Joseph Ratzinger tiene una conferenza a Guadalajara, in Messico - apparsa poi sia sull' Osservatore Romano (27 ottobre 1996) che su La Ci viltà Cattolica (IV, 1996), con il titolo "La fede e la teologia ai giorni nostri" -, dove affronta questioni teologiche e filosofiche di fondo.
Ed ecco la conclusione del cardinale sul tema dei rapporti tra ragione e fede: "Ritengo che il razionalismo neoscolastico sia fallito nel suo tentativo di voler ricostruire i Praeambula Fidei con una ragione del tutto indipendente dalla fede, con una certezza puramente razionale; tutti gli altri tentativi che procedono su questa medesima strada otterranno alla fine gli stessi risultati. Su questo punto aveva ragione Karl Barth, nel rifiutare la filosofia come fondamento della fede, indipendentemente da quest'ultima: la nostra fede si fonderebbe allora, in fondo, su mutevoli teorie filosofiche".
Nel volume Il sale della terra (San Paolo), l'insigne porporato scrive: "La sostanza di questa fede è che noi riconosciamo in Cristo il Figlio di Dio, vivente, incarnato e divenuto uomo; che per mezzo suo crediamo in Dio, il Dio della Trinità, creatore del cielo e della terra ". E davanti a Cristo bisogna decidersi: "Si tratta di una decisione che riguarda l'intera struttura della vita. Non si tratta di una delle tante decisioni sul mercato delle possibilità che mi vengono offerte. Qui, al contrario, è in gioco tutto ciò che ha a che fare con la mia vita e con il suo destino".
Senza dubbio, in queste riflessioni di Ratzinger spira aria di famiglia con pensieri di Pascal e Kierkegaard, così pure quand'egli si chiede: come mai la fede ha ancora una sua possibilità di successo?, questa è la sua risposta: "Perché essa trova corrispondenza nella natura dell'uomo. Nell’uomo c'è un inestinguibile desiderio di infinito. Nessuna delle risposte che si sono cercate è sufficiente; solamente il Dio che si è reso finito, per infrangere la nostra finitezza e condurla nella dimensione della sua infinità, è in grado di venire incontro alle esigenze del nostro essere".
Il senso - ripete Lacan con Freud - è sempre religioso. "Pensare al senso della vita - ha scritto Wittgenstein - significa pregare. Il senso della vita possiamo chiamarlo Dio".
L'angoscia, vestito psicologico di quel fatto logico consistente nella mancanza di senso, è un tratto antropologico. E ancora Kierkegaard: "È una cosa eccellente, l’unica necessaria e chiarificante, questa che dice Lutero: "Tutta la dottrina della Redenzione (e in fondo tutto il Cristianesimo) deve essere messa in rapporto alla lotta della coscienza angosciata. Elimina la coscienza angosciata, e tu puoi anche chiudere le chiese e farne delle sale da ballo". La coscienza angosciata capisce il cristianesimo, come un animale affamato; se gli metti davanti un pezzo di pane o una pietra, capisce che l'uno è da mangiare e l'altra no; a questo modo la coscienza angosciata capisce il cristianesimo".
La Chiesa - leggiamo nella Fides et Ratio - "non propone una propria filosofia né canonizza una propria filosofia a scapito di altre".
E, allora, Pascal e Kierkegaard rappresentano ancora un pericolo per la teologia cattolica?
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