RASSEGNA STAMPA

2 AGOSTO 2001
PERRE DE' PASQUALI
I giorni in fondo

James Hillman in libreria

Lo stile salta fuori nell'emergenza, e nella vecchiaia.

La forza del carattere di James Hillman - Adelphi, 320 pagine, 32.000 lire - è un libro che consolida questo nostro essere sempre a rischio, questa nostra autorità senza potere, l'anima che da tempo non si strugge più nei trionfi primaverili. E le cause, per l'autore, sono la pigrizia, la telecrazia, l'amicizia indiscriminata, la non fantasia; le quali portano alla sudditanza (anche in pillola), al cattivo gusto, all'ignoranza, a un vuoto ch'equivale alla povertà. Mai all'immaginazione.

Per cui la vecchiaia è riducibile a brutali spiegazioni, è tirannica, piena di bruttezza maleodorante, di sfascio; soprattutto nella nostra società occidental-consumista-giovanilista, tronfia di rumorosa rabbia, d'agitata confusione.

Per reggere a questi attacchi ci vuole carattere, che è una forma d'arte, o il destino per Eraclito. Altro che depressioni e rassegnazione!

La vecchiaia è l'esperire controcorrente, l'avventura somma, il piacere dell'intelligenza, virtù, riserbo. Una cattedrale con le sue crepe, le sue umidità, le sue cupezze, i suoi silenzi, i suoi angeli assotigliati, che di stagione in stagione accumula e ridistribuisce pace, grazia, pietà, bellezza, ritualità filosofiche, poetiche. Interpretazione... E siccome le metafore determinano i fatti, quanto quello che una persona fa...

Però il carattere è morto, come Dio (secondo Nietzsche). Puff nel secolo passato insieme a cinquantacinque milioni di vittime del nazismo, scrive Hillman. E assorbito dalla masmediologia, da aziende multinazionali, da architetture tutte uguali, da scienziati internazionali, da diagnosi sintetizzate in acronimi, da malattie siglate, dalla sacralità che non ci mette in condizione di capire. Peccato.

Il carattere, indifferente all'economia, alla rovina biofisiologica, permette di liberarci da schemi inveterati, da soluzioni e pretesti oscillanti nella banalità. Il carattere è quello che resta di noi, "dopo".

Così Hillman, che è un analista di derivazione junghiana, l'autore di Il mito dell'analisi, Revisione della psicologia, Saggio su Pan (tutti Adelphi), Le storie che curano (Cortina), Senex et Puer (Marsilio), Il nuovo politeismo, Il sogno e il mondo infero (entrambi Comunità), in questo suo saggio (più curato rispetto agli ultimi sbattuti lì), con le consuete cadute di tono all'americana, Hillman c'invita a "psicologizzare la vecchiaia". A capire che prerogativa del carattere è espellere la persona, quindi la maschera, la paura, che è quel che ci trattiene dall'oltrepassare i nostri limiti. D'altro canto la saggezza inizia dalla paura... Già, siamo complessi! E "unici dal punto di vista "qualitativo"", per cui non possiamo che essere strani.

Allora, per non smussare, per non adeguare questa nostra speciosa individualità, per volare, per selezionarla e ingioiellarla con lentezza, per esplorare, occorre una lunga vita, la "terapia delle idee", soprattutto uscire di scena con l'eleganza dei re e la perizia dei condottieri.

Allora rifinire, raffinare, definire, finire. All'infinito.

La ripetizione appaga infatti il desiderio d'identicità. Più frequente è la ripetizione, più il fenomeno reiterato diventa singolare; e ciò che è singolare celebra se stesso, come un'anafora che nella liturgia orientale significa offerta, nella messa latina moltiplicazione dei pani, nella retorica glorificazione all'infinito. E' la bellezza della vita.

Oltre Hillman lo ribadirono Socrate, Platone con le categorie Identità e Diversità, Kierkegaard in Ripetizione, il filosofo francese Deleuze... Se non vogliamo che il tempo passato vada perduto, dobbiamo dargli presenza, alla Marcel Proust, lo scrittore per essenza. Anche se l'esterno non sa lenire certe nostalgie assurde, prive di radici; non sa giustificare certi stati d'animo indefinibili e misteriosi che, pur in buona compagnia, ci prendono all'improvviso, contro ogni logica, pragmatismo, psicoanalisi (la quale li attribuisce a sentimenti di solitudine e d'abbandono, come se ogni storia potesse valere per tutte). Qualcuno li chiama disgregazione, fato, terzo occhio. Sono illusioni non soddisfacibili, impulsi utopici non appartenenti a questa terra. E lasciano tracce.

Sulla faccia, qualsiasi cosa si faccia, dovunque la si faccia, con chiunque la si faccia. Le mappe delle nostre vocazioni, visionarietà, vergogne; il senso che diamo alle cose, ai sensi, alla sensualità... La materia meno lineare e più generalizzata, meno visibile e più vasta; la materia prima della danza, della scultura, impressa dai ritmi della musica, dell'oratoria, della scrittura. La materia falsificabile affinché i cuori altrui non riconoscano le metamorfosi del volto. Di questo cosmo aggredito dalla cosmesi e dai crimini del lifting, onde disconoscere a noi, e agli altri, quel che dentro si dibatte. Nessun contatto, nessuna intimità straordinaria, nessuna pena, ma nessun vanto, nessuna considerazione per questo nostro stare qui.

Eppure, Hilman avverte, per i navaho c'è sempre qualcosa che ci osserva... Sarà l'immaginazione estetica e la sua influenza, quell'esercizio epifanico, quella norma primaria di conoscenza che ci è propria per formulare il mondo, per nutrire l'anima cui "interessa il bene e la bellezza, la giustizia e il coraggio".
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Il mondo dell'uomo