![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 1 AGOSTO 2001 |
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Così il marxismo ha divorziato da Marx
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Aurelio Lepre," Che cosa c'entra Marx con Pol Pot? Il comunismo tra Oriente e Occidente", Laterza, pagine VIII +178, lire 24.000 |
Che direbbe Karl Marx se potesse seguire le contestazioni del "Popolo di Seattle"? Come reagirebbe davanti alle parole d'ordine antiglobalizzazione? Con un'alzata di spalle, stando all'arguto pamphlet di Aurelio Lepre (scritto, è doveroso sottolinearlo, alcuni mesi prima dei drammatici fatti di Genova). Lepre è uno storico contemporaneista versato nella divulgazione seria. E serio, ma leggero, è questo suo libello, fondato su una buona conoscenza dei testi e dei contesti, anche se non ce la si può sentire di condividerlo pienamente. Certamente ha ragione Lepre quando ricostruendo brevemente il pensiero del fondatore del "socialismo scientifico" e i diversi momenti della storia del comunismo mondiale coglie una divaricazione tra Marx e la gran parte delle manifestazioni di "comunismo realizzato": non soltanto in quelle forme di comunismo e socialismo asiatico e terzomondista che appaiono manifestamente lontane dalla teorica marxiana, ma altresì nella stessa Rivoluzione bolscevica che, come intuì un giovanissimo Gramsci, era una "rivoluzione contro il Capitale" (intendendo con la parola non il sistema capitalistico, bensì l'opera di Marx). Insomma, non continuità, ma rottura e diversità fra Lenin e Marx; a maggior ragione tra Stalin e Marx. La forzature del pensiero marxiano diventarono, nel corso della storia tragica del comunismo mondiale, inaccettabili corruzioni della lettera e dello spirito di Marx; mentre, paradossalmente, nel suo nome violenze cieche, persecuzioni di massa e crimini d'ogni genere venivano compiuti. Eppure anche il famoso (o famigerato, a seconda dei punti di vista) Libro nero del comunismo , che, con grande disinvoltura e una contabilità facile quanto distorta, presenta il comunismo come l'espressione stessa del Male sulla terra, è costretto a una piena assoluzione nei confronti di Karl Marx. La storia del comunismo insomma appare, scorrendo le agili pagine di Lepre, una sorta di progressivo allontanamento dal suo fondatore, specie con la sua progressiva e pressoché definitiva orientalizzazione e terzomondizzazione. L'autore, mentre sembra abbandonare al suo destino le "rivoluzioni" extraeuropee con il loro carico di violenza e con un bagaglio teorico-politico estraneo a Marx, rivendica la piena cittadinanza del pensatore tedesco nello spirito dell'Europa moderna, che è lo spirito della razionalità, del pensiero laico. Nulla di più lontano dal pensiero di Marx che l'esaltazione del pauperismo, del francescanesimo, della rinuncia al progresso: per lui (Lepre ne fa il profeta autentico della globalizzazione) il comunismo era sì "lo stato di cose che abbatte l'ordine presente" e instaura l'ordine nuovo, ma non poteva che nascere dal massimo sviluppo delle capacità e delle potenzialità della società capitalistica. La rivoluzione era figlia del progresso, non della sua negazione; e, persino, della ricchezza anche se avrebbe dovuto abolire per sempre la sua appropriazione ineguale, lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, e creare una società di persone libere, in cui le disuguaglianze naturali invece che essere santificate, perpetuate e aggravate, avrebbero potuto e dovuto trovare meccanismi di compensazione capaci di dar vita a una uguaglianza sostanziale. "A ciascuno secondo i suoi bisogni, da ciascuno secondo le sue capacità", è il motto che secondo Marx sta scritto sulle bandiere della società comunista. Un'utopia, forse, ma che risponde a una istanza a cui il mondo "sviluppato" non può smettere di dare ascolto se non vuole dare spazio a sfide che l'autore di questo libello denuncia come ben altrimenti pericolose oltre che estranee alla nostra storia e cultura, a cominciare da quella islamica (ma forse bisognerebbe dire, più in generale, quelle degli integralismi religiosi, non escluso quello cattolico).