![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 29 LUGLIO 2001 |
|
Una curiosa "Filosofia della bugia". Tra aneddoti e paradossi
C’è del metodo in quella bugia che i cacciatori si passano di bocca in bocca, spavaldi, a vantare magnifiche prede mai catturate. Uno di loro sarebbe addirittura il primo bugiardo della preistoria, ai tempi dei cavernicoli. Gli piaceva restarsene al calduccio nella sua caverna e poi raccontare ai compagni, usciti per la caccia, le sue mirabolanti imprese venatorie. Così, almeno, lo descrive Oscar Wilde in un breve saggio in forma di dialogo intitolato La decadenza della menzogna, del 1889: per affermare - pur ignorando ironicamente il nome del cacciatore millantatore, "né ha avuto il coraggio di dircelo nessuno dei nostri antropologi moderni" - che proprio quel capostipite dei bugiardi "fu il fondatore delle relazioni sociali". Quasi non bastasse, a Wilde, sentenziare nello stesso saggio che "la menzogna è lo scopo legittimo dell'arte".
E perché non anche della filosofia? L'aneddoto del bugiardo "fondatore delle relazioni sociali" apre infatti una documentata Filosofia della bugia (sottotitolo: "Figure della menzogna nella storia del pensiero occidentale"), di Andrea Tagliapietra, ricercatore della Facoltà di Lettere all'università di Sassari (Bruno Mondadori editore, 464 pagine, 48.000 lire). In una dozzina di capitoli - preceduti da un pensiero di José Saramago: "Le menzogne sono tante e la verità nessuna, o qualcuna" - si spazia dalla storia naturale dell'inganno all'archetipo del bugiardo (impersonato da Ulisse, "ricco d'astuzie"), alle bugie nella Bibbia (di Abramo, di Sara, di Lot, di Giacobbe, ad esempio), fino agli scenari menzogneri dell'età moderna che sfociano infine nella comunicazione globalizzata e minata da fallaci persuasioni.
"Riflettere sulla menzogna - spiega l'autore nell'introduzione - significa interrogarsi sull'unica verità di cui l'uomo può disporre con certezza, quella che egli crede di possedere e, quindi, può decidere di dire o non dire". S'incontrano buoni compagni di strada, tra una bugia e una mezza verità: da Socrate (che alla menzogna preferisce la cicuta e al tribunale dice: "Da me non udrete altra cosa che la verità") a Cicerone, Sant'Agostino, Tommaso d'Aquino, fino a Theodor Adorno e Jacques Derrida, attraversando le più o meno veritiere elucubrazioni di Bacone e Cartesio, Rousseau e Kant, e via filosofando. Posto d'onore per Montaigne, che alla menzogna dedicò due dei Saggi (il suo "libro sincero"): "Dei bugiardi" e "Del mentire". Meglio ripeterla, la sua lezione: "Se la menzogna, come la verità, avesse una sola faccia, saremmo in una condizione migliore. Di fatto prenderemmo per certo il contrario di quello che dicesse il bugiardo. Ma il rovescio della verità ha centomila aspetti e un campo indefinito"; dove si riverbera - e non sembri un trucco da sofisti - l'antico paradosso del cretese che dice che tutti i cretesi sono bugiardi (bisogna credergli?).
Senza improbabili certezze. "Certo è che io non sono sicuro di poter riuscire a vincere me stesso - confessa Montaigne, chiuso nella sua torre, come un faro di saggezza - se dovessi preservarmi da un pericolo evidente ed estremo con una sfrontata e solenne menzogna". Meno solenni le bugie che si confondono nell'èra della globalità mediatica. Dove le immagini coprono le parole e le parole - vere o false - diventano le stesse per tutti. Dove "la bugia ha il suono della verità, e la verità ha il suono della bugia", come dice una delle "meditazioni della vita offesa", di Adorno. Che aggiunge: "Ogni affermazione, ogni notizia, ogni idea è modellata in anticipo dai centri dell'industria culturale".
E' qui che il mezzo si fa messaggio di mezze veridicità e autenticità. "Le bugie hanno le gambe lunghe: precorrono i tempi", ne conclude Adorno. E "solo la menzogna assoluta ha ancora la possibilità e la libertà di dire in qualche modo la verità". Come quel cretese.