![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 29 LUGLIO 2001 |
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Dal pensiero della Grecia classica alla filosofia moderna: la storia di un concetto che ha influenzato lo sviluppo della civiltà occidentale
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Fulvia De Luise e Giuseppe Farinetti, "Storia della felicità. Gli antichi e i moderni", è edito da Einaudi (pagine 569, lire 42 mila). |
C’è una domanda cruciale in ogni discorso sulla morale, pubblica o privata. La domanda è: "perché dovrei essere buono?", cioè comportarmi in modo onesto, leale, rispettoso delle norme, insomma virtuoso, e rinunciare così ai vantaggi che ci si possono attendere dalla menzogna, dalla frode, magari dal delitto? Il pensiero classico dei Greci - ma la sua tradizione domina l’etica occidentale fino al Settecento compiuto - dava a questa domanda una risposta precisa: "perché solo così sarai felice". In altri termini: la virtù paga, essendo la sola garante di una vita armoniosa e prospera, di una buona realizzazione di sé nel mondo. Naturalmente, questa tesi è a prima vista paradossale, tanti sono i controesempi possibili sull’infelicità del giusto (qui il caso topico è la condanna di Socrate alla cicuta) e il successo del malvagio (altrettanto topico l’esempio del tiranno ricco e potente). Per questo aspetto, la storia dell’etica classica è quella di un immenso sforzo per mantenere nonostante tutto l’idea che la felicità è il premio alla virtù, e dunque l’incentivo a praticarla, eliminandone il carattere paradossale attraverso una progressiva elaborazione dei caratteri da assegnare alla felicità stessa.
Questa storia è ora raccontata nello splendido libro di Fulvia De Luise e Giuseppe Farinetti ( Storia della felicità. Gli antichi e i moderni , Einaudi), con ricchezza di sapere unita alla levità di un’esposizione che non smarrisce mai il filo del discorso nonostante la complessità dei temi affrontati. Ci si apre dunque il ventaglio delle possibilità esplorate dal pensiero morale occidentale. Se per Socrate e gli Stoici la virtù è in se stessa foriera di felicità, nell’autoconsapevolezza serena e incrollabile del giusto, per Aristotele è invece una "sciocchezza" pensare ad una felicità che prescinda dalle circostanze esterne (non si è felici perdendo di colpo, come il troiano Priamo, regno, mogli e prole). Aristotele rende però in questo modo la felicità più fragile, perché dipendente dagli altri, esposta ai colpi della sorte. Egli rinuncia tuttavia, laicamente, a qualsiasi promessa di una felicità oltreterrena per il giusto: una via che sarebbe stata seguita invece dalla tradizione platonica e poi da quella cristiana.
L’epoca aurea del pensiero della felicità nel mondo moderno è senz’altro il Settecento, che riattiva le esperienze della filosofia antica e le arricchisce, con il pensiero rivoluzionario francese - e soprattutto giacobino - di una nuova dimensione, quella politica della libertà e dell’eguaglianza. Perciò Saint-Just poteva dire alla Convenzione, nel 1793, che "la felicità è un’idea nuova in Europa": nuova, perché si trattava della felicità di un popolo intiero, non solo dei saggi virtuosi dell’antichità, e di questo mondo, non nell’altro del cristianesimo.
Con la Rivoluzione e i giacobini l’idea di felicità raggiunge il suo apogeo; subito dopo, inizia un declino che terminerà, alla fine dell’Ottocento, con Nietzsche e Freud, con quella che gli autori definiscono efficacemente "l’eutanasia della felicità". Il declino comincia quando Kant e Hegel negano che il dovere della virtù possa venire motivato dall’attesa della felicità. Per Kant, la legge morale è un dovere assoluto che non ha bisogno di una sanzione esteriore come quella della felicità (tra l’altro, il nesso virtù-felicità finisce per colpevolizzare gli infelici come malvagi). Per Hegel, è l’intero discorso della virtù morale che viene messo fuori campo dall’idea di un "corso del mondo" in cui si attua la storia dello spirito: una storia che è lavoro, sforzo, conflitto, mentre, scrive Hegel, "i periodi di felicità sono pagine bianche nella storia del mondo".
Quello che conta nella vita degli individui, per lui come anche per Marx, è il contributo alla storia universale, è la partecipazione al cammino progressivo della ragione: la morale antica sembra ora abbia esaurito il suo ciclo. Ma non ha davvero più nulla da dirci? Oggi sembra lecito dubitare sia dell’imperativo assoluto di Kant con il suo rinvio implicito ma inevitabile a una garanzia religiosa del dovere morale; e altrettanto lecito è il dubbio sulla concezione hegeliana della storia come progressivo affermarsi dello spirito nel mondo, che supera e travolge le questioni della moralità individuale e pubblica. La rinuncia all’idea di felicità sembra aprire un vuoto nel pensiero etico, sembra cioè produrre l’assenza di un orizzonte di speranza che permetta, scrivono gli autori, di "pensare la vita, di progettarla migliore".