![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 28 LUGLIO 2001 |
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Progettiamo l'innovazione
Appare sempre più chiaro che lo sviluppo non solo di una singola azienda, ma anche di una intera comunità dipende fortemente dal tasso di innovazione e dalla capacità di gestire l'innovazione stessa. Se poi, al di là dei semplicismi eccessivi e delle estremizzazioni ideologiche, si va a esaminare la tendenza di sviluppo nel mondo, uno scenario fortemente probabile, confermato anche da una recentissima indagine, prevede una divaricazione sempre maggiore fra le regioni che "producono" innovazione e quelle che "consumano" o "adottano" l'innovazione prodotta da altri.
Ritengo che si possa vivere bene e ci si possa sviluppare economicamente, culturalmente, socialmente anche se non si fa più parte del gruppo degli innovatori ma è indubbio che, in questo caso, il ruolo che compete è quello dei trainati e non dei trainanti. Non si sarà più in grado cioè di decidere, con un certo grado di autonomia, del proprio destino ma si sarà sempre più etero-governati. Un ambiente scarsamente innovativo, poi, non solo non attrae risorse esterne ma fa fuggire quelle già presenti. La situazione quindi richiede interventi profondi.
Cercherò di proporre, quelli che sono i più importanti. Innanzitutto corre l'obbligo di prestare attenzione alla odierna situazione: se il buco economico e finanziario è quello recentemente prospettato, allora il pericolo è che come al solito, si taglino gli investimenti più che le spese. Al contrario occorrerebbe un forte taglio alle spese e addirittura un incremento degli investimenti.
E' comunque realistico ipotizzare che la somma globale di risorse destinate alla Ricerca e Sviluppo non aumenti se non in misura limitata. A questo punto, data la scarsità, si impone una drastica scelta, che, deve rappresentare un cambiamento radicale di rotta rispetto al passato. A mio avviso, quanto più la situazione è critica, tanto più è richiesta una forte selezione: da un lato occorre aumentare notevolmente le risorse su progetti che sono ritenuti importanti e su cui si pensa di poter avere probabilità di successo, ad esempio perché, con un confronto internazionale, i ricercatori sono qualificati e, dall'altro lato, tagliare drasticamente quanto appare meno rilevante o con minori probabilità di successo.
Un altro aspetto riguarda la ricerca "pubblica", sulla quale occorre un ripensamento globale. Il primo problema, di fondo, riguarda il ruolo dell'università nell'ambito della ricerca. A tal proposito vanno fatte due precisazioni. La prima riguarda il fatto che, seguendo la nostra cultura, si continua pervicacemente a non voler differenziare gli istituti di alta formazione. La distinzione e la classificazione è invece fondamentale. Da un lato vi sono le università vere e proprie che svolgono attività di ricerca di alto livello e che si qualificano soprattutto per questo aspetto. Dall'altro gli istituti di alta formazione che svolgono una ricerca "di mantenimento e di aggiornamento", il cui scopo di gran lunga primario è la formazione. Entrambi sono necessari ma perseguono finalità diverse e, in diverso modo devono essere valutati. I primi preparano professionisti che sono in grado di generare innovazione. I secondi professionisti capaci di utilizzare appropriatamente l'innovazione generata da altri. I primi hanno l'obiettivo di produrre novità, i secondi di tenersi aggiornati sulle novità. I primi formano anche le élite, i secondi solo la massa di professionisti qualificati.
La seconda precisazione riguarda il fatto che l'università nel senso appena scritto, gioca un ruolo sempre più importante nell'ambito della ricerca pubblica, il motivo principale è che strutturalmente l'università da un lato prepara e produce i ricercatori e dall'altro lato gode di un continuo afflusso di giovani menti brillanti, nel momento della loro massima produttività scientifica e innovativo.
Va quindi ripensato completamente il ruolo degli altri enti pubblici in cui si fa ricerca, fuori dall'università. Devono fare ricerca direttamente e se sì come viene assicurato il ricambio continuo di giovani ricercatori? Oppure devono proporre, governare, valutare le ricerche fatte da altri? Le soluzioni ibride quasi mai in questo campo sono le migliori.
Un ulteriore punto riguarda la connessione fra pubblico e privato e, soprattutto fra università e industrie. Dai laboratori di ricerca congiunti alla gestione degli spin-off e alle creazioni di nuove imprese. La futura nascita, ci auguriamo prossima e diffusa, delle Fondazioni universitarie può rappresentare un'eccellente opportunità.
In conclusione, se quanto finora scritto è condivisibile, ancorché parziale, ci si rende conto che tutto il problema dell'innovazione è estremamente critico per le competitività del nostro Paese ed estremamente complesso. Se aggiungiamo le considerazioni poi del trasferimento tecnologico, della ricerca del mondo industriale, delle problematiche di ordine fiscale e normativo, aumenta ancora di più la complessità e la rilevanza.
Occorre allora che ce ne diamo carico, ciascuno per il proprio ruolo, per la propria responsabilità e per i propri doveri. Al Governo quindi la parola più importante.
Ritengo che sia necessario lanciare un progetto innovazione, dipendente direttamente dal capo del Governo. Ho adottato il termine progetto e non, per esempio, quello di agenzia, per dire che:
I risultati del progetto non sono, ovviamente, noti, né possono essere predefiniti. E' probabile però che vengano richiesti grandi sacrifici a tutti noi, se vogliamo invertire la rotta. Il punto è se vogliamo un futuro in cui si possa giocare un ruolo di un certo peso nel contesto internazionale oppure se ci accontenteremo di una posizione subordinata.
E' un'occasione da non perdere.
ADRIANO DE MAIO è rettore del Politecnico di Milano.