![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 28 LUGLIO 2001 |
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RAFFAELLA DE FRANCO, "In nome di Ippocrate. Dall’"Olocausto medico" nazista all’etica della sperimentazione contemporanea", Franco Angeli, Milano 2001, pagine 240, lire 40.000 |
Quindici anni fa lo psichiatra newyorchese Robert Jay Lifton illustrò nel libro The nazi doctors (poi pubblicato in Italia da Rizzoli) "la psicologia del genocidio", scrivendo come e perché l’Olocausto fu gestito in gran parte da medici. Furono gli stessi medici a utilizzare il "materiale umano" dei campi di sterminio per le loro disumane sperimentazioni. Nel suo libro Raffaella De Franco, docente di filosofia morale e bioetica all’Università di Bari, riparte dall’"Olocausto medico" che tra l’ottobre 1946 e l’agosto 1947 fu processato a Norimberga. Tema centrale è la possibile analogia tra le "ragioni morali" spregiudicatamente argomentate a Norimberga dai medici nazisti e le motivazioni etiche che, ieri e oggi, sono state addotte, o possono esserlo, a sostegno di inquietanti sperimentazioni cliniche o tecnologie biogenetiche.
Un esempio. Negli anni Trenta il "Syphilis Control Program" sottopose in Alabama a terapia sperimentale antiluetica la popolazione di colore residente a Macon County, in seno alla quale la concentrazione della sifilide era la più alta degli Usa. Dopo la scoperta, negli anni Quaranta, della penicillina e della sua efficacia contro la malattia, il Servizio sanitario pubblico statunitense autorizzò la somministrazione del farmaco su alcuni gruppi di soggetti, mentre altri, di controllo, ricevettero solo aspirina. Il risultato fu che, mentre l’85 per cento dei sifilitici sottoposti a terapia corretta ebbe una completa remissione della patologia, solo il 35 per cento dei pazienti non trattati riuscì a sopravvivere.
Anche da questo sperimentale crimine "minore" ebbe avvio la presa di coscienza che ha portato al ripensamento della tecnomedicina in termini bioetici. L’autrice invita a diffidare delle dichiarazioni di principio; anche perché rileva che - e il rilievo non è di poco conto - sia nell’antica formulazione del "giuramento di Ippocrate", sia nella formulazione aggiornata al 1998, approvata dall’Ordine dei medici italiani, "è assente la persona paziente, non come referente della cura, ma come soggetto relazionale".