RASSEGNA STAMPA

27 LUGLIO 2001
GIANNI MARSILLI
Alain Touraine: "Il movimento c'è e sarà epocale"

Per il sociologo francese il suo comune denominatore è la ricerca di un controllo democratico sulle cose del mondo

Siamo come nel 1910, in un sistema non controllato e con un capitalismo trionfante ma arrivato a un capolinea

Non è irrilevante che in Francia ci sia Jospin, in Italia Berlusconi. Non sono intercambiabili per la società

Una volta Alain Touraine ci disse che la globalizzazione non esiste e che è un alibi per un sacco di gente. Affermazione un tantino provocatoria com'è nello stile dell'uomo, sociologo di fama mondiale, saggista di Successo, docente alla Maison des Sciences de l'Homme di Parigi. Stavolta gli chiediamo del movimento anti-global; e di quanto è accaduto Genova. Touraine non esita ad entrare nel merito degli episodi di violenza.- "E' un fenomeno classico che ha sempre accompagnato i movimenti di protesta, e tradizionalmente è dovuta ai metodi della polizia. A Genova mi è parso evidente che le forze dell'ordine e il governo italiano non si siano preoccupati troppo di avere una gestione oculata di quanto andava accadendo. Per Silvio Berlusconi mi sembra un debutto ufficiale sulla scena internazionale molto preoccupante".

Professore, se la globalizzazione non esiste come spiega questo movimento che cresce e si gonfia di giovani di anni in anno?

"Mi consenta qualche riferimento storico. Pensiamo agli anni 1890-1910. Il capitalismo che trionfa, trionfa e ancora trionfa. Il mondo si regge su una rete dì transazioni finanziarie. Dal 1989 siamo in una situazione non troppo dissimile.Il capitalismo non ha mai toccato un alle livello di purezza. E' scomparsa ogni forma di resistenza. E in questa situazione tutti dicono che gli Stati nazionali non possono più fare nulla mi sembra un'affermazione di grande leggerezza. Chi se non i governi giapponese o russo è responsabile delle situazione di quei paesi? Voglio dire, in questi ultimi quindici anni si sono raggiunti livelli eccezionali di perdita di controllo politico ed economico, e l'idea di globalizzazione serve da copertura a questo andazzo".

Il movimento anti-global si sbaglierebbe dunque di bersaglio?

"Non dico questo. Dico che per analogia le cose e capirle non bisogna partire dal movimento, ma dall'assenza di resistenza al potere capitalistico-finanziario. Da anni si parla di pensiero unico, di questa coltre uniforme che avvolge il mondo. Io non ci credo troppo. Sarò all'antica, ma che in Francia governi Jospin e non Balladur è cosa importante. Non sono intercambiabili. Così come spero che un giorno Tony Blair si metta a praticare una politica diversa da quella di Aznar, anche se ne dubito fortemente. Così come sono certo che l'arrivo di un uomo come Berlusconi alla testa del governo non sia indifferente per le sorti della società italiana".

Questo movimento non sembra tenere in grande considerazione le alternative di governo nelle grandi democrazie.

"Perché oggi siamo come nel 1910, immersi in un sistema non controllato. Non c'è stata soltanto la caduta del Muro. C'è stata anche una formidabile crescita dell'economia americana, e per tre o quattro anni europea. Ma c'è chi mantiene la testa a posto, e a volte sono i più insospettabili. Amo citare spesso un episodio. Un paio d'anni fa ero ad una riunione del "Washington consensus", alla quale partecipavano i papaveri del Fondo monetario e della Banca mondiale. Li ho sentiti dire che il fattore principale dello sviluppo è l'educazione, altroché il libero mercato. Ho sentito Michel Camdessus, all'epoca mister Banca mondiale, sostenere che il futuro doveva essere degli Stati nazionali e delle loro culture. Insomma quelli persone mi sembrarono perfettamente consapevoli che l'economia non dipende soltanto dai movimenti della finanza. E oggi assistiamo alla nascita di un movimento che porta in sé la consapevolezza del fare: bisogna agire, e agire uniti contro lo strapotere capitalistico."

I vertici delle banche mondiali la penserebbero dunque come le tute bianche?

"Certo è che c'è molta confusione sotto il sole. Ma è altrettanto certo che il movimento si è sviluppato con grande rapidità e con grande diversità tra i suoi protagonisti. Ma appaiono tutti uniti dall'esigenza dì ristabilire un minimo di controllo democratico sulle cose di questo mondo. E di questo io non posso che felicitarmi".

Mi sembra che lei attribuisca a questo movimento un'importanza addirittura epocale…

"Non c'è dubbio".

Non pecca di spontaneità per essere incisivo? E non è un movimento tipico del nord del mondo, vale a dire figlio della ricchezza?

"Sì, ma è sempre stato così.Il movimento operaio è diventato potente e incisivo perché riuscì a combinare due elementi.Il primo era quello che grossomodo si chiamò il socialismo, il suo impianto teorico e la lotta al legame che univa la politica e l'economia.Si pensi all'anti-imperialismo. Il secondo elemento nasceva sul posto di lavoro, e munse le varie forme del sindacalismo. E' dalla combinazione di questi due elementi che i nostri paesi si trasformarono in democrazie industriali. Ecco, in questo momento non vedo ancora un legame vero con la società e le sue contraddizioni".

Un peccato di evanescenza? t

"Le faccio un esempio.Ero in Messico a seguire la marcia dei zapatisti sulla capitale.Cerano anche gli antimondialisti, quelli di Porto Alegre, José Bové.Chiesero al comandante Marcos perché non incorporasse il movimento indiano agli antimondialisti, e lui rispose. E' vero, se lo facessi sarei più visibile e forse anche più forte.Ma non voglio perdere la mia base.Questo è un movimento in difesa degli indiani, e tale deve restare. Mi parve una risposta perfetta".

I paesi terzi, i più deboli, sembrano stare alla finestra….

"Come vuole che intervengano? Molti di essi sono strangolati dal peso del debito.Per questo la sua cancellazione è importante. Non sono in condizione non solo di protestare, ma nemmeno di accumulare nè investire.Per questo la pressione di un movimento mondiale è fondamentale.E' l'unica via di salvezza per paesi come Haiti, per fare un esempio. Senza un intervento popolare non accadrà nulla.E' la protesta di popolo la prima e essenziale forma di pressione politica".

Ma Josè Bovè è rappresentativo di tutto ciò? Non è l'espressione ultima di un certo protezionismo?

"Non è vero.Se Josè Bové difende il Roquefort é perché gli Stati Uniti hanno raddoppiato il dazio doganale su quel formaggio, in una forma di estremo protezionismo.Non vedo cosa ci sia di reazionario nel difendere il Roquefort da questi balzelli punitivi.Indifendibile invece è il protezionismo agricolo tradizionale del mondo rurale francese".

Trova che i governi europei siano ricettivi a fenomeni di massa come quelli di Genova?

"L'Europa è quasi uno Stato, anche se non sarà mai una nazione. E io penso che i problemi che pone il movimento debba ricevere risposte dagli Stati, risposte nette.L'Europa ha la grande occasione di marcare una sua autonomia rispetto agli Stati Uniti.Ciò detto, constato però che c'è in Europa una visibile marcia indietro.Si è grossomodo divisa in due gruppi: Francia, Germania, Olanda e Belgio che ritengono di essere il nucleo duro e più antico, abbastanza forte per opporsi agli Usa e l'altro gruppo che privilegia invece l'alleanza atlantica.In questo secondo gruppo sta naturalmente la Gran Bretagna, ma anche Aznar, il nuovo governo italiano e in prospettiva la Polonia e altri paesi dell'est europeo. Temo molto questa frattura. L'unità europea è indispensabile per rispondere a domande di governo come quelle poste dal movimento di Genova".
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