![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 24 LUGLIO 2001 |
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Iniziati nel 1975 con la prima crisi del petrolio i vertici tra i Grandi ripropongono una routine che è vissuta come una struttura di potere oligarchica
Meglio ridare efficacia ai "vecchi" organismi
Far partecipare i Paesi poveri? Un rimedio peggiore del male
Malgrado quello che è successo a Genova sono ancora molti coloro che pensano che i vertici dei Grandi siano sempre utili. Viene evocata l'irrinunciabile possibilità di "guardarsi negli occhi" e si sostiene che solo parlandosi direttamente si possono fare delle scelte e si possono stabilire rapporti preferenziali. E' sicuramente vero che i rapporti umani, anche tra i Grandi, sono un elemento importante della politica. Ma la formula dei vertici appare ormai logora, come tutte le cose che si perpetuano nel tempo solo perché una volta - a Rambouillet (Francia) nel 1975, dopo la prima crisi da petrolio - si decise di cominciare.
Con il tempo i Paesi che s'incontrano periodicamente nei vertici (dai Sei di Rambouillet agli Otto di Genova) hanno trasformato un evento in un certo senso eccezionale in una routine diplomatica, con i suoi riti, le sue cerimonie, i preparativi minuziosi. Contemporaneamente si è ridotta la reale capacità di intervento diretto, nel senso che gli argomenti discussi ai vertici sono diventati sempre più "normali", preventivamente trattati e risolti dagli uffici diplomatici nazionali, sicché nei vertici si fanno più discorsi retorici che veri confronti: un po' come succede all'interno dei Paesi, ove i Consigli dei ministri servono più a ratificare provvedimenti predisposti dagli uffici che ad approntare strategie nuove.
Ovvio che, in queste circostanze, i vertici servissero per rappresentare sempre più una sorta di Governo mondiale non autorizzato da nessuno e privo di qualunque fondamento giuridico. Nulla di male che i Paesi più grandi si riuniscano per discutere dei problemi che riguardano loro e il resto del mondo. Tuttavia questa riunione è sempre più diventata il simbolo di un Governo oligarchico del mondo, e ha finito per attirare malumori sia da parte di chi si sente escluso, sia da parte di chi si oppone ai processi di verticalizzazione mondiale.
I rimedi che si prospettano sembrano, tuttavia, peggiori del male: da un lato si propone di allargare i vertici per includere i Paesi poveri, dall'altro si suggerisce di aprire i vertici all'esterno, consultando le parti sociali e gli organismi non governativi. Ma né l'una né l'altra soluzione appare convincente.
Allargare i vertici ai Paesi poveri, alcuni dei quali sono stati "invitati a cena" a Genova, non riduce l'accusa di oligarchia e introduce nuove perplessità. Come scegliere i Paesi da invitare? Chi dovrebbe delegarli? D'altra parte fra gli stessi Paesi ricchi molti sono esclusi e aspirano a essere invitati. Che fare, poi, con i Paesi grandi che non sono ricchi? La Russia è stata ammessa tra i Grandi, ma non al prevertice dei ricchi. Che si farà con la Cina e l'India? Si faranno più vertici in sequenza? L'allargamento dei vertici è un'operazione difficilissima, votata più a scontentare gli esclusi (tanti) che a rallegrare gli inclusi (pochi).
Ancora meno convincente è l'idea di aprire i vertici alle parti sociali e alle organizzazioni non governative (ong), con la speranza di evitare così le contestazioni di piazza. In tutti i Paesi democratici le parti sociali e le Ong sono organizzazioni libere, e pertanto non necessariamente rappresentative: esse non possono parlare che a nome dei propri iscritti. Le difficoltà nazionali di allargamento sarebbero infinitamente maggiori, se si dovesse cercare di recensire la moltitudine di soggetti che ritengono di rappresentare la società civile.
Resta poi il fatto che questi organismi non governano affatto la piazza. I contestatori dei vertici, per loro natura, non delegano a nessuno la loro rappresentanza, perché sono strutturalmente contrari alle deleghe. In una
contestazione globale, percentuali infinitesimali della popolazione mondiale sono capaci di mettere a ferro e fuoco una città - come è successo a Genova - anche se le parti sociali e le Ong, o i loro organi (come il Genova Social Forum), fossero in grado di rassicurare la grandissima maggioranza della gente.
Per riprendere la strada della collaborazione internazionale, necessaria per governare al meglio i fenomeni che stanno riguardando il mondo, non resta che rimboccarsi le maniche e dare nuova vita agli organismi internazionali già esistenti, dai quali i Paesi ricchi si sono un po' allontanati negli ultimi anni a causa della difficoltà di esercitare in tale sede la loro autorità. Piuttosto che inventare nuove modalità con cui tenere i vertici dei Grandi, meglio valorizzare le istituzioni create negli ultimi cinquant'anni per far dialogare i Paesi: Onu, Fondo monetario, Banca mondiale, Wto e così via.
Riportare il dialogo tra i Grandi nell'ambito delle organizzazioni internazionali, magari con formule nuove, risponde alla domanda di democrazia mondiale ed evita scelte difficili. Inoltre, mantenere un'unità di luogo d'incontro (la sede dell'organismo internazionale) riduce senza dubbio il fascino dei meeting mondiali, ma li banalizza quel tanto che è necessario per farli uscire dal cono di luce della ribalta mondiale, che tanto attira le forme di contestazione violenta. Si perderà in spettacolarità, ma si guadagnerà in efficacia.