RASSEGNA STAMPA

23 LUGLIO 2001
MASSIMO FINI
La più grave crisi della modernità

La violenza di un migliaio di teppisti che hanno devastato Genova insozzato il movimento antiglobalizzazione, con la complicità di alcuni leader della sinistra e di quelle cosiddette "tute bianche" che sono radicalmente estranee ai moventi profondi del "popolo di Seattle" a cominciare dal loro nome (per l’antiglobal il lavoro non è un valore), non riuscirà a mascherare il fatto che siamo di fronte alla più grande crisi della modernità da quando prese il via, due secoli e mezzo fa, con la Rivoluzione industriale. Le tradizionali categorie di destra e di sinistra, che di quella Rivoluzione, razionalizzata dall’Illuminismo, sono le figlie, non sono in grado di comprendere, né di governare, questa nuova realtà perché lo sono, entrambe, antitetiche. Io sono convinto, come scrivevo già vent’anni fa ne La Ragione aveva Torto?, che i decenni e, probabilmente, i secoli a venire non vedranno più lo scontro fra destra e sinistra, che ha caratterizzato l’Ottocento e il Novecento, ma fra i modernisti, e quindi destra e sinistra unite perché entrambe sono nate e cresciute nel mito del progresso industriale e antimodernista. Noi siamo su un treno che va a ottocento all’ora e aumenta costantemente la velocità, i suoi ideatori sono morti da quel dì e i loro eredi, anche se si illudono di guidarlo, ne hanno perso da tempo il controllo perché il meccanismo, che si autoraffina da solo, va ormai per conto suo ed è diventato scopo a se stesso. A condurre il treno, in realtà, non c’è nessuno, la locomotiva è vuota. Sul treno, è vero, c’è chi siede su comode poltrone di prima classe, anche se è pur esso sballottato e frastornato dalla velocità che ha preso il convoglio, chi in seconda e in terza, chi sugli strapuntini, chi sta nei cessi, chi mezzo fuori dai finestrini, chi in bilico sulle predelle, mentre molti, forse la maggioranza, rotolano giù per la scarpata. Per cui ha ancora un certo interesse trovare una sistemazione più equa per i viaggiatori. E questa è la vecchia contrapposizione fra destra e sinistra. Ma la domanda di fondo è un’altra: dove diavolo sta andando il treno? Ed è vero, come sostengono alcuni, che a queste velocità, volendo e dovendo anzi aumentarla, prima o poi si disintegrerà o finirà contro una montagna o esaurirà la rotaia?
Queste sono le questioni poste dal movimento di Seattle, che riguardano tanto il Nord che il Sud del mondo, tanto i ricchi che i poveri, anzi, a rigore, più i ricchi dei poveri perché questi ultimi, rotolano in gran numero giù dal treno, possono forse sparare, sia pur feriti e laceri, di salvarsi qualora il viaggio dovesse davvero finire in un disastro.
Non si tratta quindi di cavarsela con quattro soldi elargiti ai Paesi del Terzo Mondo, come dicono adesso, con la faccia contrita, Bush e Berlusconi. Fosse questo il problema sarebbe semplice. In discussione c’è il treno, la sua velocità, la sua direzione. Destra e sinistra si dividono sulla sistemazione dei viaggiatori e se si debba dare o meno qualche panino a quelli che non viaggiano in prima classe e non possono usufruire della carrozza ristorante, ma entrambe sono d’accordo sul fatto che il treno è la miglior macchina mai costruita, sulla sua direzione, sulla sua strepitosa velocità e pensano anzi che aumentandola ancora verranno risolti, chissà perché, i problemi degli occupanti (questo è in sostanza, il significato della promessa, fatta alla fine del vertice dei G8, che "la produzione mondiale l’anno prossimo crescerà"), invece di aggravarli come è avvenuto finora, sia per i benestanti che per gli altri.
Le correnti di pensiero più profonde e coerenti di Seattle ritengono, all’opposto che per quanto luccicante, il treno sia diventato una macchina infernale che non solo vada rallentato ma fermato o addirittura debba fare una cauta retromarcia per riguadagnare la stazione precedente e prendere una biforcazione e una direzione diversa. E che lo si debba fare al più presto perché, come mi ha detto una volta Carlo Rubbia, che non è un oscurantista, che non è un millenarista, ma uno scienziato e un positivista, "potremmo anche aver superato il punto di non ritorno".
In discussione c’è ben altro quindi che un atteggiamento pietistico nei confronti dei poveri del Mondo o presunti tali. Ci sono le nostre automobili, i nostri telefonini, le nostre fabbriche, Interne e le e-mail, le nostre vacanze ai Caraibi, il nostro modo di produrre e di consumare, il mito del lavoro, le meraviglie dell’ingegneria genetica, il biotech, le madri a sessant’anni e le nonne che sono madri dei loro nipoti e sorelle delle loro figlie, i trapianti, gli espianti, le clonazioni. In discussione ci sono proprio i successi della modernità molto più dei suoi fallimenti. È il mostruoso ambaradan che abbiamo cominciato a mettere in piedi a partire da due secoli e mezzo fa con l’illusione, la pretesa e poi una ubris impazzita, di cui sono responsabili a pari merito sia la destra capitalista che la sinistra marxista e altrettanto ottimista sulle "sorti meravigliose e progressive", di costruire "il migliore dei mondi possibili".
È il nostro modello di sviluppo che è in questione, per intero e alla radice. Noi, poveri o ricchi che si sia, ma più i ricchi che i poveri, non riusciamo più a sopportare la spaventosa accelerazione che ha imposto alle nostre esistenze questo meccanismo, tecnologico, industriale, economico, di cui i cosiddetti "Grandi" che si sono riuniti a Genova non sono che le marionette e, a loro volta, delle vittime, anche se non innocenti.
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