RASSEGNA STAMPA

21 LUGLIO 2001
ERMANNO BENCIVENGA
No, il coniglio irrorato di shampoo per testarne la tossicità non è felice

L'etica applicata di Peter Singer nella sua "Vita come si dovrebbe": raccolta che vuole presentare una visione organica del suo pensiero

Peter Singer, La vita come si dovrebbe, traduzione di Enza Ferreri, Stefano Montes, Stefano Rini e Salvatore Romano, Il Saggiatore, pp. 382, L. 36.000

Peter Singer ritiene che si debba porre fine all'oppressione e allo sfruttamento degli animali non umani superando lo "specismo" sancito dalle Sacre Scritture, adottando una pratica vegetariana ed evitando la sperimentazione su cavie. Crede che gli individui dei paesi occidentali debbano destinare tutto il loro reddito superfluo (tutto ciò che non serve a soddisfare bisogni essenziali di sopravvivenza) ai poveri del Terzo Mondo.

Considera equivalenti sul piano morale l'aborto e l'eutanasia attiva di neonati gravemente malformati; per lui anzi quest'ultima è senz'altro superiore alla pratica attendista (e crudele) di lasciar morire i neonati per inedia, disidratazione o infezioni non curate.

Sono tesi radicali e controverse, che gli hanno dato grande popolarità e hanno anche causato deprecabili episodi di intolleranza nei suoi confronti. Così, mentre "Liberazione animale" ha venduto mezzo milione di copie, gli organizzatori di vari convegni in Germania, Svizzera e Austria sono stati costretti ad annullare gli incontri previsti per l'isterica opposizione di quanti dichiaravano Singer un nazista e volevano impedirgli di parlare.

Ma Singer non è solo un attivista dotato di grande intraprendenza, fiuto e capacità di mediazione (evidente quando giudica "di vitale importanza che il movimento di liberazione animale eviti il circolo vizioso della violenza" e invita a guardarsi dal generare "un clima di tensione in cui ragionare diventa impossibile e gli stessi animali finiscono per esserne le uniche vittime").

E' anche un filosofo, ed è innegabile che la sinergia con i suoi numerosi incarichi accademici (l'ultimo, prestigiosissimo, a Princeton) e con le sue pubblicazioni "specialistiche" giovi alle posizioni sociali e politiche che difende. Indipendentemente da quel che si pensi di tali posizioni, dunque, e dal giusto sdegno suscitato da chi ne ostacola una serena discussione, è legittimo chiedersi quanto valga la sua filosofia (così come è legittimo valutare "La lista di Schindler" o "La vita è bella" in quanto film, indipendentemente dalle loro intenzioni edificanti).

Ed è naturale farlo leggendo "La vita come si dovrebbe", una raccolta di saggi, conferenze, interviste e passi dei suoi libri che intende presentare una visione organica del suo pensiero.

Singer è un utilitarista, convinto cioè che siano le conseguenze di un'azione a determinare se essa sia giusta o sbagliata, e che in particolare essa sia giusta se causa minor dolore e maggior piacere di ogni alternativa disponibile a tutti gli esseri senzienti che vi sono coinvolti.

Per esempio, il dolore che può provocarci uno shampoo quando ci va negli occhi è senz'altro inferiore al tormento inflitto a centinaia di conigli i cui occhi vengono irrorati fino all'accecamento da litri di shampoo per verificarne il grado di tossicità; quindi tali "esperimenti" sono immorali.

E' però atteggiamento comune dei filosofi, per molti addirittura definitorio della filosofia, quello di mettere in discussione i propri principi, di rilevarne eventuali difficoltà, di esaminare le obiezioni; e Singer non fa nulla di tutto questo.

Dopo aver affermato che "l'etica assume un punto di vista universale" e aver concluso in fretta (e in modo alquanto dubbio) che "la posizione utilitarista è minimale, una base di partenza che si raggiunge universalizzando il processo decisionale a partire dagli interessi personali", si lancia con grande decisione a trarre lezioni operative da questa sua fede.

Nonostante citi ripetutamente John Stuart Mill, non sembra apprezzare la distinzione da lui introdotta nell'utilitarismo tra quantità e qualità del piacere (e dolore), in base alla quale sarebbe meglio "essere un uomo insoddisfatto che un maiale soddisfatto".

Ripete con frequenza la tesi (anch'essa di Mill) che la libertà individuale vada limitata solo in quanto "reca danno ad altri" senza mai interrogarsi sulla profonda ambiguità di quel "far male" (fa male alla comunità un drogato che sceglie liberamente di rovinarsi la salute costringendo gli altri a curarlo? fa male ai vicini chi ne offende "il comune senso del pudore"? e chi dovrebbe decidere in casi simili?).

Né sembra avere alcun interesse per i paradossi dell'utilitarismo, per esempio quello del "capro espiatorio": sarebbe giusto uccidere un singolo individuo fra atroci torture se questo comportasse un'inenarrabile felicità per il resto del genere umano - o degli esseri senzienti? (Anzi, sembra abbracciare il paradosso senza problemi quando afferma che, "se costituisse l'unico mezzo per individuare una bomba atomica nascosta in una cantina di New York e programmata in modo da esplodere entro un'ora, la tortura sarebbe giustificabile".)

Singer fa dell'"etica applicata"; quindi, si potrebbe dire, non sta a lui difendere i principi ma appunto applicarli. Io non sono d'accordo: se è vero che "l'etica tradizionale si sta sgretolando da tutte le parti" a causa delle innovazioni tecnologiche, soprattutto in campo medico, è anche vero che la "rivoluzione copernicana" da lui auspicata non può ("non dovrebbe") risultare dall'automatica applicazione di una ricetta universale.

Ci vuole più interazione tra il piano universale e quello particolare: i principi ci devono illuminare sulle pratiche quotidiane e queste devono mettere in discussione i principi. E ci vuole, forse, meno sicurezza: per quanta simpatia io abbia per il vegetarianismo, l'aiuto ai paesi del Terzo Mondo, l'aborto e l'eutanasia, trovo assai strano che un filosofo possa dire "per me queste scelte non sono difficili".
inizio pagina
vedi anche
Bioetica