RASSEGNA STAMPA

18 LUGLIO 2001
FABIO PAGAN
2001, odissea nel futuro. Con un bel bagaglio di paure

Incontri e discussioni a Spoleto sui possibili scenari che si prefigurano per il Terzo Millennio

La sorte del pianeta, la globalizzazione, l’abbattimento del confine tra naturale e artificiale

Prima provocazione: "No, a manifestare a Genova contro il G8 io non ci vado. Non mi convince questa protesta contro la globalizzazione che mette tutti assieme centri sociali, ecologisti, movimenti cattolici... E poi le sfilate, i cortei sono un rituale preso dalle processioni parrocchiali. E lanciare i sassi mi ricorda tanto i balilla. Fischia il sasso... con quel che segue".
Seconda provocazione: "Gli ecologisti sono le prime vittime dello scientismo. Pensano che esista una Natura inviolabile e immutabile. Il rito sacralizzante di Gaia. Proprio come i fondamentalisti religiosi".
Terza provocazione: "La paura della scienza? Salutare, certamente utile. Ma sbagliata. È chi teme la scienza ad attribuirle un potere immenso, che la scienza in realtà non ha. La scienza è debole, è fragile, non ha risposte convincenti a tutti i problemi. È un processo di conoscenza, non un processo di verità".
Paolo Fabbri, semiologo dell’arte a Bologna, conversatore brillante e pungente, già direttore del prestigioso Istituto italiano di cultura a Parigi e sul punto di concludere il suo mandato alla presidenza del Dams, si è divertito a lanciare le sue provocazioni durante le giornate di incontri e discussioni a Spoletoscienza, l’appuntamento che la Fondazione Sigma-tau organizza da ormai tredici anni in contemporanea con il Festival dei Due Mondi. Stavolta Pino Donghi, segretario generale della Fondazione, ha voluto dedicare Spoletoscienza a "La Nuova Odissea", ideale omaggio al 2001 di Kubrick e Clarke. Ovvero una navigazione tra Scilla e Cariddi per ridefinire le mappe del nostro futuro (e delle nostre paure) sullo scenario delle tecnoscienze che si affacciano al Terzo Millennio: l’intelligenza delle macchine e la rivoluzione biologica. E l’ombra del G8 incombente ha aggiunto una dose abbondante di pepe a un programma già denso di sapori che ha allineato filosofi e scienziati, storici, saggisti, comunicatori.
Osservatore attento degli aspetti culturali e sociali della scienza, Fabbri è turbato e infastidito da chi legge nella natura un ordine e delle leggi che noi ci limiteremmo a scoprire, invece di costruirle. "È un’idea totalmente scientista, questa. Un’idea che trasforma gli ecologisti in rivoluzionari conservatori, in reazionari. E io con questi ecologisti non voglio averci a che fare. Ma poi ci sono quelli che fanno ecologia politica, l’ecologia delle pratiche. E con questi io sono interamente d’accordo, anche se decidono di mettersi le tute bianche".
E la protesta contro la globalizzazione? "Meglio globalizzati che totalitari. Dal passato abbiamo ereditato l’idea di una molteplicità di culture e di una unità della natura. Ma le cose non stanno più così. Le nature oggi sono molteplici, vi sono mille realtà possibili, naturali e artificiali, siamo in pieno multinaturalismo. E dobbiamo abituarci a pensare globalmente. Questo è il grande messaggio, il grande potere della scienza: un pensiero cosmopolitico, una responsabilità planetaria contro il cosiddetto multiculturalismo".
Anche Aldo Schiavone, giurista e storico all’Università di Firenze, attacca il tabù della natura. Dice: "La natura non è fuori della storia, è invece parte integrante della storia dell’uomo. E non la si conosce se non trasformandola, modificandola. Come fanno i fisici delle particelle e i biotecnologi. Pensare a un ecosistema intatto è una scelta umana, non naturale".
Tre sono le grandi frontiere del futuro che Schiavone individua: l’abbattimento della barriera tra naturale e artificiale, frutto di un rapporto meccanicistico ormai superato, oggi che neuroscienze e sistemi informatici sono in cerca di un’interfaccia; la connessione totale tra individuo e collettività, assicurata dai capillari sistemi di comunicazione; il superamento del dualismo tra mente e corpo.
Ma, poi, si spinge ancora oltre: "I tempi che viviamo stanno concludendo la preistoria della storia della vita sulla Terra. Emerso come specie dotata di autocoscienza da una catena di singolarità, oggi l’uomo ha cominciato a intervenire sulle sue stesse basi biologiche, mettendo in discussione le radici della propria esistenza". E – blasfemo? – riprende arditamente i versetti del Genesi in cui si dice che l’uomo è stato creato a immagine e somiglianza di Dio: "Perché non pensare che questo sia un punto di arrivo, anziché un punto di partenza?".
Schiavone non ha paura della rivoluzione tecnoscientifica. Ma non nasconde l’amarezza, lui di fede marxista, per la crisi di quel senso del futuro che ha finora fatto parte integrante della storia dell’Occidente: un processo logico che ha le sue radici nel pensiero mediterraneo-babilonese, successivamente integrato nella tradizione giudaico-cristiana. Una concezione lineare del tempo alla quale oggi sembra sovrapporsi il ritorno alle visioni cicliche della storia, con la critica neo-romantica all’intelligenza scientifica. "È il fondamento della new age, una specie di medioevo prossimo venturo. È la crisi delle grandi rivoluzioni laiche", osserva Schiavone scuotendo la testa.
Più arrabbiato e indignato Enrico Bellone, fisico e storico della scienza a Padova, direttore del mensile "Le Scienze". "Istigare paura per la scienza è uno strumento terribile per raccogliere consenso", afferma.
In Italia l’idiosincrasia per la scienza viene da lontano, ricorda Bellone. Viene dalla polemica che nel 1925 divise Benedetto Croce dal matematico Federigo Enriquez, quando Croce distinse chi ha una "mente universale" (il filosofo, lo storico) da chi ha una "mente minuta" e si diletta di botanica e di geometria. Viene dalla rinuncia all’innovazione decisa nell’Italia del dopoguerra, e chi ci provò fece una mala fine: Enrico Mattei morì in un incidente aereo. Felice Ippolito dovette farsi quattro anni di galera. Fino al referendum dell’86, all’indomani della tragedia di Chernobyl, che mise al tappeto l’industria nucleare.
Bellone snocciola cifra su cifra. Negli ultimi cinque anni (gli anni della sinistra al governo, non dimentichiamolo) la ricerca pubblica in Italia ha visto ridotti del 30 per cento i suoi fondi. Il nostro Paese è stato tagliato fuori da subito dal progetto per il sequenziamento del genoma umano. L’italiano spende in libri quattro volte meno di un tedesco, tre volte meno di un francese e di un inglese, due volte meno di uno spagnolo. E il 64 per cento della popolazione italiana è sull’orlo di un pericoloso analfabetismo di ritorno. Come meravigliarsi che ci scoppi poi tra le mani un caso Di Bella? Come stupirsi del terrorismo psicologico – alimentato da un ministro della passata legislatura – a proposito di elettrosmog?
E il mondo accademico? Bellone, se possibile, è ancora più spietato: "Esiste un lurido meccanismo nel reclutamento del personale docente dell’Università, neppure la mafia avrebbe saputo far meglio. E nessun partito, nessun sindacato dice qualcosa in proposito".
Resta, però, da chiedersi: a denunciare i meccanismi perversi dei concorsi universitari non dovrebbero essere proprio coloro che di quel sistema fanno parte? O bastano le parole inviperite pronunciate in una sede prestigiosa ma tra mura amiche, come è in fondo Spoletoscienza?
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