![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 17 LUGLIO 2001 |
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Troppo buonismo, un po' di cattiveria non guasta: la provocazione di un sociologo
Da sant'Agostino a Frankenstein: un itinerario sulle origini della malvagità
Dobbiamo riconoscere i nostri sentimenti negativi per addomesticarli
Nerone o Hitler, Erode o Charles Manson. Personaggi unanimemente considerati tra gli uomini più malvagi della storia. Ma perché questi individui erano cattivi? Di fronte alle guerre o agli atti di violenza di cui gli uomini periodicamente si rendono responsabili, torniamo puntualmente ad interrogarci su quali siano le condizioni storiche, sociali, ideologiche che consentono il dispiegarsi di una logica della distruzione. Tendiamo, tuttavia, ad eludere un'altra domanda, ben più profonda e certo più decisiva, ovvero: "Qual è l'innesco interiore della cattiveria umana?". Una questione sostanzialmente ignorata dal pensiero contemporaneo, segnato dallo spirito illuminista e dall'umanesimo progressista degli ultimi due secoli. La tesi, sviluppata nel saggio di François Flahault La cattiveria (Marietti, pagine 206, lire 38.000), parte dall'assunto che questa rimozione della domanda sulla malvagità umana non è riconducibile solo alla nostra tendenza all'auto-idealizzazione, ma va ricercata nella storia del pensiero europeo. A partire da Sant'Agostino che, considerando la cattiveria in relazione al peccato originale, ha portato avanti per secoli una concezione pessimistica della natura dell'uomo che, troppo corrotto, non può salvarsi se non attraverso la grazia divina. Una concezione contro la quale ha lottato e si è imposta la corrente umanistica e illuminista, a cui le idee agostiniane parevano inconciliabili con lo spirito del progresso. "Da qui la situazione che oggi è la nostra: diventato dominante, il pensiero umanistico e liberale evita la questione di un innesco interiore della cattiveria, perché non vuole più sentir parlare dell'antica risposta, e, al tempo stesso, perché essendosi legato ai fattori esterni e circostanziali della cattiveria non si è preparato a fornire una risposta nuova".
Flahault si appresta così ad indagare i meccanismi dell'animo umano che spiegano l'insorgere dell'odio o la propensione alla malvagità, inoltrandosi nel campo delle tensioni che hanno come posta in gioco il fatto stesso di esistere con o contro gli altri. Filo conduttore dell'analisi è un romanzo da cui l'autore racconta di essere rimasto affascinato fin da bambino, quando vi scorgeva lo spettro della malvagità assoluta. Si tratta di Frankenstein, pubblicato da Mary Shelley nel 1818: se per molti aspetti il romanzo è radicato nella filosofia del XVIII secolo, tuttavia il livello del racconto, "governato da un concatenamento distruttivo, partecipa della corrente agostiniana".
L'attenzione viene puntata non sul mostro ma sull'ambigua relazione tra lo scienziato-creatore e la sua creatura. Il mostro, tanto desiderato da Victor Frankenstein che vi vede la possibilità di colmare il vuoto della sua finitudine, si trasforma in antagonista non appena diventa chiaro che la creatura è altro rispetto al creatore. Esemplare di molte relazioni umane, e di come l'amore si possa trasformare in odio nel momento in cui scopriamo che l'altro ci limita. "Preso dalla sua esaltazione creatrice Victor non sa che l'eccesso che lo travolge fa di lui un essere malvagio". Egli è portato a "radicalizzare questo male e a idealizzare l'obiettivo che ha di mira e, soprattutto, ad ammetterne la necessità".
Ammettere la necessità del male come giusto, come dovere, è uno dei meccanismi psicologici e sociali fondamentali attraverso cui si spiegano molte efferatezze della storia - l'autore riporta un emblematico discorso del ministro nazista Goebbels - e di oggi. A livello soggettivo, ma anche collettivo: basti pensare alle molte pulizie etniche giustificate con la priorità della razza o al concetto stesso di "guerra giusta". La chiave, secondo Flahault, sta dunque nel prendere coscienza del male che si annida in noi: è necessario riconoscere la nostra ambivalenza, avere il coraggio di vedere i nostri cattivi sentimenti. Solo così potremo "addomesticarli" e renderli meno pericolosi.